AUGUSTO DE ANGELIS.
.
LE SETTE PICCHE DOPPIATE.
.
1940. Sonzogno Editore, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
Testo curato da: Paolo Alberti e Paolo Oliva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
...
.
...
Presentazione.
.
Romanzo poliziesco. Con una prefazione sul romanzo giallo e un'Appendice a uso di chi conosce e di chi non conosce il giuoco del Ponte (Bridge). 
...
.
...
Indice.
...
.
...
LE PERSONE DEL ROMANZO.
PREFAZIONE.
PARTE PRIMA. I GIOCATORI DELL'ALBERGO LONDRA.
PARTE SECONDA. IL CADAVERE.
PARTE TERZA. LA FIALETTA.
PARTE QUARTA. INCHIESTA.
PARTE QUINTA. PONTE.
PARTE SESTA. SCINTILLE.
PARTE SETTIMA. UN PICCIONE.
PARTE OTTAVA. ANAGRAMMA.
PARTE NONA. IL DUELLO.
PARTE DECIMA. BAGLIORI.
PARTE UNDECIMA. LA PRIMA MANCHE.
PARTE DODICESIMA. SLAM e RUBBER.
APPENDICE: Appunti per i giocatori e per i non giocatori di "ponte" (Bridge).
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
LE PERSONE DEL ROMANZO.
...
.
...
I giocatori di "ponte":
Donna Maria Viscardi Negroni - direttrice del giuoco, all'Albergo Londra.
Marchese Arturo Acrisles.
Enrico Acrisles - suo figlio.
Conte Ottaviano Merani.
Marga - sua moglie.
Pearl Selsirca Adaire.
Fabius Pigeon.
Gibbs Brocksley.
Anthony Blitz.
Sir Donald Hendel.
Antonietta Viscardi Negroni.
Fanny Grolli.
Viola Manning.
Comm. Virgiliano Cohen.
Romilde Veronelli.
Vladimiro Curti Bo'.
La Gustloff - cameriera di Pearl Selsirca Adaire
Il barman Luciano.
Il commissario Carlo De Vincenzi.
Il vicecommissario Sani.
Il maresciallo Cruni.
Il medico.
...
.
...
I personaggi di questo romanzo sono tutti immaginari e fittizi. Ogni riferimento a persone vive o morte  puramente occasionale e assolutamente involontario.
...
.
...
PREFAZIONE. dell'Autore.
.
Il romanzo "giallo". Confessioni e meditazioni.
.
1.
.
C' da tempo, sott'acqua, la questione grossa se il "giallo" letterario sia morale o immorale, s'esso inquini le menti e le coscienze e, soprattutto, finora s' detto soltanto che occorre proteggerne la giovent come dalla varicella e dal morbillo.
Intendiamoci subito: se per "gialli" si vogliono gabbare quei romanzi polizieschi a venticinque e cinquanta centesimi e a una e due lire, che qualche improvvisato editore imprime e smercia su larga scala in edizionacce scorrette e sgrammaticate che fanno legare i denti e accapponare la pelle, ebbene s, certo, quelli son libri "gialli" da dare alle fiamme. Essi - pessime traduzioni di testi male scelti e poi sgarbatamente mutilati o paranoiche elucubrazioni di cervelli incolti e privi di materia grigia come di scrupoli - hanno da bandirsi e da inseguirsi senza requie sino allo stanamento. Offendono l'adorata lingua nostra, feriscono a colpi di stile il buon senso, sono perniciosi e nocivi come sempre lo sono la volgarit e il mal gusto. E per di pi noiosi.
Ma, per fortuna, tal genere di libro "giallo"  una sottospecie facilmente individuabile. Essa  nata, come una gramigna, quando anche da noi "giallo" ha cominciato ad allignare e ad aver fortuna.
Si badi; per potrebbesi incendiar grano e loglio assieme, per sterminare il loglio parassita?
Io qui parlo - e lo difendo - di quel "giallo" delle collezioni a cinque lire, che Editori di coscienza e di gusto pubblicano, con successo,  vero, ma anche senza gran guadagno - sia detto per mettere le cose a posto - dacch fra diritti d'autore, compenso al traduttore, spese di stampa, eccetera, il margine residuo per l'Editore  minimo.
.
2.
.
Parlo, quindi, del libro giallo di classe, al quale all'estero si sono dedicati scrittori di primo piano e in Italia qualche scrittore assai noto.
Hanno chiamato questo diffondersi dell'amore pel romanzo poliziesco un vizio.
Ma proprio pu dirsi vizio l'accanirsi attorno al terrificante, anzi al terrificante algebrico, al problema enigmistico del crimine, alla spietata caccia di un cervello ad un altro cervello?
No, lasciatemelo dire. Non esiste un vizio giallo!
I lettori dei libri di questo colore cedono soltanto al bisogno del loro cervello - comune a tutti i cervelli forniti di materia grigia - di conoscere la soluzione di un mistero. Che questo mistero si racchiuda in un cadavere non  - nel caso specifico - n terrificante, n immorale, n morale:  naturale. Poich, quale pi grande mistero si potrebbe concepire di quello della morte?
E occorre anche precisare che un delitto non  un fatto;  un fenomeno.
.
3.
.
Ma pu questo genere di letteratura influire in senso malsano sui lettori?
Lo pu, certo; ma non pi d'ogni altro genere letterario.
Il romanzo giallo pu indurre al delitto?
Oh, io non lo credo. I casi finora citati a sostegno d'una tale affermazione sono rarissimi - uno sopra cinquantamila, sopra centomila - e non sono convincenti.
Ma, a ogni modo, per la stessa ragione e con la medesima forza, i romanzi del Bourget possono spingere le mogli all'adulterio; quelli del Prvost le fanciulle alla perversione; quelli dello Zola gli uomini all'abbrutimento.
E perch non dire che, le commedie di Pirandello potrebbero dolcemente, insensibilmente, per un vialetto di rose e di anemoni, condurre qualcuno alla follia?
Ogni libro scritto da un cervello pensante - non tutti i libri lo sono! - ha una sua forza persuasiva sul lettore.
Ogni rappresentazione viva, se interessa, solleva l'inconscio mimetismo, che  in ciascuno di noi.
Se si vive realmente la vicenda descritta dall'autore, si compie senza saperlo un processo di pragmatismo simile a quello dell'animale che imita e del camaleonte che assorbe, coi colori, l'apparenza delle cose che lo circondano.
.
4.
.
Ma  un genere letterario che crea una generazione o non pi tosto  la generazione che crea il suo genere letterario?
Se in questa nostra epoca il romanzo poliziesco - che, d'altronde, ha radici lontane e lunghe nel tempo - ha avuto la sua piena espansione, perch non chiedersi se esso abbia trovato al di fuori di s, voglio dire nei lettori, la ragione del proprio successo?
Il romanzo poliziesco, ha detto una geniale scrittrice di tali libri, la Sayers, appartiene alla letteratura d'evasione e non a quella di espressione.
Il suo dominio  l'azione pura.
 infatti tutto azione tesa, vibrante, frenetica, quanto pi calcolata. La frenesia contenuta  meravigliosa come la passeggiata di un folle sul filo di ferro lanciato attraverso lo spazio, sopra un abisso. L'audacia logica non  forse uno dei cnoni del nostro rinnovamento?
Nel romanzo poliziesco tutto si agita.
Nulla  pi vivo della morte, oggi, in questa nostra epoca in cui non mai meglio si vive di quando si giuoca coi coltelli, coi rasoi, con le pallottole, coi gas asfissianti, con le ali degli aeroplani, con le eliche dei motori, coi raggi che generano e uccidono, con le onde eteree.
Perch togliere al romanzo poliziesco il merito di dare a una generazione, che ha tutto ormai provato e conosciuto, e non teme pi il pericolo, come il mangiafuoco dei baracconi non teme la benzina infiammata, il mezzo di algebrizzare il pericolo, di logicizzare il Caso, di contemplare l'implacabile Nemesi che insegue, acciuffa, punisce il colpevole?
.
5.
.
Ma un tal genere di letteratura  Arte?
Domanda capziosa.
Un genere - secondo me - non  mai, per assunto, artistico.
Pu esserlo o meno, a seconda dei casi e degli eventi, del cervello singolo e della fortuna.
Anche un romanzo poliziesco pu essere artisticamente perfetto, come un romanzo verista pu essere sconciamente antiartistico o uno intimista pu dar la nausea.
Simenon, Vry, Chesterton, Van Dine, qualche americano di recente rivelatosi, sono indubbiamente artisti e dei migliori.
Si racconta che Edgar Poe, letto il principio di un romanzo di Dickens, che appariva a fascicoli, scrivesse un articolo in cui prediceva esattamente il corso degli avvenimenti che lo scrittore inglese aveva ancora nel suo cervello, divinando l'intera trama del romanzo.
Dickens sembra esclamasse: "Lo ha aiutato il diavolo!".
Era, d'altronde, lo stesso diavolo, che suggeriva a lui tipi e figure, casi e vicende: il diavolo del genio.
 un fatto, tuttavia, che il dono della divinazione - che  soltanto, del resto, un esercizio di deduzione e di calcolo - esiste allo stato di subcosciente, in ognuno di noi.
L'arte dell'autore di romanzi polizieschi consiste appunto nel far passare dall'incosciente al cosciente le facolt divinatorie dei lettori.
.
6.
.
Ma, poich io faccio per mestiere lo scrittore di romanzi polizieschi,  necessario parli un poco di me stesso.
Facendolo, rispondo a coloro che vorrebbero sterminare il libro giallo.
Ebbene, io dico che ho voluto fare, e continuo a volerlo, un romanzo poliziesco italiano.
Impresa ardua.
Da noi manca tutto, nella vita reale, per poter congegnare un romanzo poliziesco del tipo americano o inglese.
Mancano i detectives, mancano i policemen, mancano i gangsters, mancano persino gli ereditieri fragili e i vecchi potenti di denaro e di intrighi disposti a farsi uccidere.
Non mancano - sebbene in scala ridotta - purtroppo i delitti. Non mancano le tragedie.
Perch non considerare tali ineluttabili fenomeni della vita sociale come materia di vita umana, materia di indagine artistica?
Io mi sono proposto di fare romanzi polizieschi in cui le persone, vivano secondo natura, in cui la vittima, il colpevole, il detective abbiano muscoli sangue cuore e anima.
Non nego che l'assenza di psicologia, la quale caratterizza tutti o quasi tutti i romanzi polizieschi stranieri, e la delineazione sommaria dei personaggi, la cui umanit quegli autori non introducono mai sotto pena di sfondarne l'orditura, riescano talvolta, per effetto della loro stessa indeterminatezza, ad essere suggestive.
Ma io penso che questo appunto faccia s che il lettore, appena terminato di leggere il libro, appena conosciuto il motto dell'enigma, si trovi immediatamente libero da quella suggestione e tutto dimentichi del libro stesso, perch non possono rimanere nel nostro spirito creature d'arte, che non hanno spirito, che non hanno anima.
L'essenziale, inoltre, per me,  creare un clima.
Far vivere al lettore il dramma.
E questo lo si pu ottenere anche facendo svolgere la vicenda in Italia, con creature italiane.
.
7.
.
Oggi la Vita ha preso il sopravvento sull'Arte e tutto rompe e scuote, tutti i sogni sovverte e al posto delle nuvole mette i grandi cumuli di scorie metalliche, che i forni incandescenti vomitano; sopra i vialetti di narcisi e di clematidi fa scorrere la lava livellatrice dei suoi asfalti; abbatte i ruderi ed eleva i grattacieli; spezza, le gambe ai bei ginnetti dall'inanellato crine e lancia tra i viali di citisi e di larici le sue macchine aerodinamiche, che tagliano le fronde e scortecciano i tronchi col rasoio dei loro parafanghi.
Anche le stelle subiscono la vibrazione dei motori e, sul cielo azzurro, la fanciulla dal cuore puro non vedr pi volo d'angeli e non legger pi rime tenere, ma gli annunzi pubblicitari dell'ultimo match o della pi veloce automobile, tracciati a pennellate effimere dalla coda degli aeroplani.
No: non ho rimorsi a scrivere oggi romanzi polizieschi.
 un far versi anche questo. Ch al problema e all'enigma occorrono le rime, e non sono facili da trovare.
E, se il rimario di cui ci si serve  un manuale di criminologia o il trattato di Tardieu sui sintomi e sul decorso dei veleni, si pu essere egualmente poeti.
E moralisti ch s'insegna e si mostra come il delitto venga sempre punito e il colpevole sempre scoperto!
.
AUGUSTO DE ANGELIS.
.
Milano, ottobre 1939. Sedicesimo dell'Era fascista.
...
.
...
PARTE PRIMA.
...
.
...
I GIOCATORI DELL'ALBERGO LONDRA.
...
.
...
Preliminari del pomeriggio.
.
L'incontro.
.
La nebbia era cos fitta che le lampade ad arco della strada e quelle dei negozi riuscivano appena ad aprirvi aloni rossastri.
Alle quattro e mezzo del pomeriggio era notte.
I viandanti procedevano per quanto possibile contro i muri, e i tranvai e le auto andavano a passo d'uomo con fragor sordo di campane e di claksons.
I due uomini si scontrarono sulla soglia illuminata dell'albergo. Erano entrati da parti opposte; l'uno, proveniente da via Montenapoleone, aveva ridisceso e attraversato via Manzoni, l'altro da piazza della Scala s'era subito messo sul marciapiede sinistro, quello dell'albergo.
Nell'atrio entrarono entrambi quasi di corsa e si urtarono. Fu allora che, guardandosi, si riconobbero.
Il pi piccolo e magro dei due emise un sottile fischio.
- Per Giove, sono ubbriaco oppure sei tu?
L'omaccione massiccio, cos interpellato, mand un sordo grugnito. Era evidente che quell'incontro non lo beava.
- Piuttosto rimpannucciato, eh? - e, petulante, il primo continu a squadrarlo, con un cattivo ghigno sulle labbra. - Non dubitare, mai visti e conosciuti!
Batt le palme guantate, come per scuotere ogni invisibile residuo della loro conoscenza ed entr pel primo, facendo girare la bussola a vetri.
L'omaccione attese qualche istante. Tanto per far qualcosa, si sbotton e apr la pelliccia, mentre fissava davanti a s attraverso i vetri con uno sguardo freddo.
Se colui ch'era entrato e che avanzava ora oltre il vasto ingresso, sul soffice tappeto del salone, avesse veduto quello sguardo, assai probabilmente il sorriso gli si sarebbe gelato sulle labbra ed egli non si sarebbe mosso con tanta disinvoltura tra i divani e le poltrone, occhieggiando le donne sedute.
Poi anche l'omaccione diede un colpo alla bussola ed entr.
.
Telefono.
.
Marga si alz con un movimento rapido. Le cadde la borsetta che aveva sulle ginocchia e dovette tornare indietro, verso la poltrona, a raccoglierla, ch aveva gi fatto qualche passo per allontanarsi.
Diede un'occhiata alla donna bionda, distesa nell'altra poltrona, accanto alla sua, e sorrise.
- Si  aperta, guardate...
La borsetta si era aperta, infatti. Sul tappeto brillava un accendisigarette d'oro. Marga lo raccolse e richiuse subito la cerniera, cacciando nell'interno della borsetta una piccola busta bianca, che stava per uscirne.
- Grazie - disse. Quando si ha fretta... - e guard l'orologio, che era quadrato, di bronzo, incorniciato massicciamente e sormontato da una aquila imperiale con due spade nelle zampe e una corona sulla testa.
- Sono gi le quattro e mezzo... Tra poco dovremmo cominciare...
- Naturalmente, cominceremo alle cinque!...  cos che poi si deve giocare fino alle otto e si va a pranzo alle nove. Una sciocchezza!.. Ma io debbo telefonare...
E attravers il salone, per recarsi nell'atrio dove erano le cabine.
La bionda la segu con lo sguardo. C'era istintiva ammirazione e una punta di acredine invidiosa in quello sguardo. Era bella, Marga, e bionda anche lei. La pelliccia di persiano, nera, lucente, le modellava il corpo flessuoso. In testa, sui capelli d'oro acceso, arricciati e ondulati, portava un berretto di astrakan, messo di traverso. E, mentre si allontanava, le brillavano alle orecchie i due enormi orecchini di brillanti, lunghi, fioriti, pesantissimi.
Pass davanti al banco del portiere.
- Un momento, signora contessa... Le cabine sono occupate... Ecco... la seconda  libera.
Ne usciva un uomo piccolo, panciuto, calvo, con un volto troppo rotondo e troppo bianco, il biancore malsano dei diabetici. Le pupille grige, acquose, scomparivano quasi tra il gonfiore delle palpebre.
Nel passare davanti a Marga, si inchin con ostentazione.
- Contessa... - le pupille gli si accesero di concupiscenza come due focherelli fatui. - Chiss se la fortuna vorr che voi giochiate con me, oggi!
Marga rise ed entr nella cabina. Col dito fece girare nervosamente il disco dei numeri.
- S... sono io... Lui sa tutto... Oh, che c'entro io? Ci avr fatti spiare... Non mi ha detto nulla, no!... Non  il suo genere. Ma io ho trovato nel cassetto della sua scrivania un foglietto con l'indirizzo di via Morone... No, non verr l, oggi... Sarebbe troppo pericoloso... Vieni tu qui, al Londra... Giuoco al "ponte" fino alle otto...  indispensabile che tu venga!...
Ascolt. Dava segni d'impazienza. Si era fatta livida e si mordeva le labbra.
.
Soliloquio.
.
Il primo salone del piccolo albergo lussuoso metteva a destra, con una porta senza battenti, nel bar e, in fondo, per una porta a vetri assai larga, in una breve serie di tre salottini rincorrentisi, come le scatole cinesi o come i tubi rientranti di un canocchiale.
Nei tre salottini e nel bar, al pomeriggio e alla sera, si giocava al "ponte".
Donna Maria Viscardi Negroni era la direttrice del giuoco. E alle quattro e mezzo di quel giorno di gennaio, cos nebbioso da sembrar notte, ella stava sulla soglia del salone ad attendere nell'atrio i suoi giocatori, che si augurava arrivassero, col vivo desiderio che fossero numerosi e puntuali. Puntuali, lo sapeva, non erano mai e numerosi, con quel nebbione, c'era poco, ahim, da sperare. E lei dal proprietario dell'albergo riceveva una percentuale di quattro lire e cinquanta per giocatore...
Sembrava un topolino bianco e grazioso, donna Maria. Elegante nell'abito nero semplicissimo, assai corto alle ginocchia, con una grossa borchia d'oro al collo, una specie di mezzo anello d'una catena da schiava. Aveva un cappelluccio bianco, rotondo, perfettamente rotondo come una padellina, in bilico sopra un lato del cranio, da sembrar piantato con un chiodo ed era invece retto da un invisibile elastico.
I capelli, un tempo di un bel biondo acceso, erano adesso un poco troppo chiari per essere naturali. Ma in compenso lei aveva una personcina armonica e asciutta, da giovinetta; e un visuccio birichino senza et, col naso rialzato, gli occhi tirati alle tempie, la bocca larga. Un poco da anuro, ma tuttavia non privo di sex-appeal, quel volto. A donna Maria si poteva ancora dare trent'anni.
Si guard in giro nel salone, cont quelli che c'erano, poi torn a fissare, al di l dell'atrio, la bussola a vetri dell'ingresso, che non girava.
- Uno, due... quattro... sei... Neppure da fare due tavoli!... E Viola non vorr certo giocare con Brocksley... E Blitz con chi lo faccio giocare, oggi, se non viene la Grolli?... Oh, la Grolli verr di certo... Oramai,  il suo mestiere giocare... Ma polli da darle non ne ho sempre... E poi cominciano a mormorare... Almeno, si contentasse di vincere, ma  villana e non si sente che la sua voce nel bar, quando giuocano... Una vera peste, quella donna; ma mi fa comodo, ch lei giuoca con tutti e, non c' da dire, il bridge lo conosce!... Allora... metter la Veronelli quella  un'ochetta che non guasta e si acconcia con tutti, la Grolli, Blitz e Cohen... Poi ci sono quei due l in fondo, che vogliono la partita forte...
Il cervello di donna Maria lavorava e lei si manteneva sorridente, graziosa, tutta tesa verso la bussola.
Pass la contessa Marga, che tornava dal telefono, e donna Maria le fece il pi bello dei sorrisi.
- Oggi, giocate, contessa?
Nessuna ironia, l'innocenza stessa in quella domanda. Lei sapeva benissimo che il bridge serviva da paravento a Marga e che la contessa, dopo aver fatto una breve apparizione alle quattro e mezzo, scompariva, per non riapparire che alle sette, poich alle sette e mezzo veniva a prenderla il marito; ma egualmente le rivolgeva ogni giorno la medesima domanda, per la forma. Ed ecco che la risposta della contessa la sorprese.
- S, donna Maria, oggi giuoco. E trovatemi tre compagni in gamba!
- Benissimo, contessa! Vedrete che vi accontenter... per quanto oggi, uhm, con questa nebbia...
Marga era gi lontana verso la sua poltrona e il cervello di donna Maria riprese a lavorare...
- Se almeno venisse Antonietta... Ma avr la sarta... Quella benedetta donna ha sempre la sarta, il venerd... Dice che le porta fortuna.. Gi, un po' superstiziosa lo  stata sempre, anche da bimba.
E il subcosciente di donna Maria rivide lei e sua sorella minore, nel giardino della villa di Como, giocare a rincorrersi. Sempre Antonietta si nascondeva dietro i cespugli. E scompariva. Proprio come adesso al venerd.
Ma la bussola incominci a girare e qualche altro giocatore arriv. Benedetti!... Alle quattro e tre quarti, donna Maria ne aveva dodici. Non lo avrebbe mai sperato. Dodici per quattro e cinquanta le faceva un discreto pomeriggio.
 Colloquio
Nell'ultimo salottino, proprio in fondo, i due uomini si facevano fronte, seduti al tavolo verde, sul quale erano preparati i due mazzi di carte rosso e turchino, i quattro blocchi per segnare i punti, le quattro matite gialle (tutte eguali, quelle matite, che donna Maria comperava a dozzine, al banco cancelleria dell'Upim).
Di quei due, il pi vecchio aveva un volto impressionante, lungo e ossuto, col naso aguzzo, due profondi solchi ai lati della bocca, le mascelle infossate, il mento rettangolare. La pelle, incollata alle ossa, era di un biancore di carta. Ma quel che pi colpiva erano le pupille, d'un azzurro chiaro, tanto chiaro da dar fastidio, ch i suoi non sembravano occhi, ma buchi vuoti. E quei due buchi si aprivano sotto una fronte altissima sormontata dai capelli bianchi, corti, duri.
Le grandi spalle quadrate erano curve sul tavolo e il vecchio si appoggiava ai gomiti e alle mani distese, col volto sollevato verso colui che gli stava in faccia. E lo fissava in silenzio, con la fronte aggrottata, le labbra strette fino a scomparire.
Il suo compagno sorrideva e parlava.
Era un ometto panciutello e rotondo, sprizzante buon umore e cordialit. Non doveva certo avere quarant'anni e avrebbe potuto anche averne trenta.
Aveva i capelli rossi, incredibilmente rossi, da sembrare che portasse una parrucca. Un naso rotondo, a patata, una bocca dalle grosse labbra umide e ingorde. Occhi ingenui e gonfi.
Parlava a voce bassa, come se temesse che potessero udirlo, per quanto l in fondo loro due fossero soli.
- Se io facessi sapere a frau Viola che esistono otto sue lettere dirette a Liutpold von Solbel e abbastanza chiare nel contenuto e tutte otto firmate col nome intero, non credete che otterremmo qualcosa?
Attese una risposta, che non venne. Con la fronte sbarrata dalle rughe, il vecchio continuava a fissarlo. Unico gesto che fece fu di tendere una mano verso il mazzo turchino e di rovesciare una carta: il sette di quadri.
- Carreaux... in italiano li chiamano denari - e accenn a una breve risatina. - Avete scoperto la carta buona!... Denaro!... Ebbene?... Non volete che si parli di frau Viola?... Pu darsi abbiate ragione. In fondo la storia di von Solbel  vecchia... vecchia quanto lo  lui adesso che non pu pi fare le parti di amoroso e si accontenta del Re Lear... Niente da fare... Frau Viola si riderebbe di me... e delle lettere di una giovinetta a un attore celebre, che a quei tempi faceva girar la testa a tutte le viennesi dai quindici ai cinquant'anni. Ma vedete, marchese, ho qualcosa d'altro nel sacco, io!
E rise di nuovo.
Il marchese faceva passare lentamente l'indice della destra sulla carta che aveva scoperta, come per sentirne a rilievo i sette rettangolini gialli.
I suoi occhi fissavano sempre il suo interlocutore e adesso avevano una netta espressione sarcastica.
- Baster cercare... Se dicessi alla contessa Merani...
Questa volta il marchese alz la mano e parl. Una voce fischiante, che penetrava.
- No... Tu sei un grande imbecille, Pigeon... Fabius Pigeon, tu sei un volgare imbecille!
E strinse le labbra con disprezzo.
- Mi pento di essermi servito qualche volta di te!
- Qualche volta?
Il marchese dovette comprendere tutto il valore di quella interrogazione, perch s'irrigid, si sporse ancor di pi sulla tavola e sibil:
- Cane... Non credere di tenere anche me, come tieni gli altri!
Fabius Pigeon impallid e indietreggi sulla seggiola. Le pupille troppo chiare del marchese Arturo Acrisles questa volta avevano avuto una luce indubbiamente omicida.
 Domande
L'uomo era basso, magro, nero.
Per quanto indossasse un abito grigio di buon taglio e avesse il volto raso di fresco e i capelli pettinati e lustri, fossero le grosse ciglia cespugliose e le orecchie ad ansa o anche il suo modo di muoversi disordinato e quel camminare strisciando i piedi, dava l'impressione di stonare nel quadro e di essere capitato su quei tappeti e fra quelle poltrone per errore.
Ma era americano e aveva al dito un brillante che da solo gli sarebbe bastato di garanzia, se anche egli non avesse avuto l'abitudine di pagare il barman o le sue perdite al bridge, traendo dalle tasche dei pantaloni manate di biglietti da cento e da cinquanta.
Travers il salone e si avvicin al pianoforte a coda contro cui si appoggiava un giovanotto biondo, esile, che indossava una giacca marrone, quasi sopra un paio di larghi pantaloni d'un grigio cilestrino e che non portava panciotto sulla lussuosa camicia di seta avorio. Anche la cravatta era notevole, a righe gialle e rosse, su fondo nero.
Aveva un'aria stanca e quasi languida: ma a bene osservarlo si rimaneva colpiti dalla straordinaria finezza dei suoi lineamenti, dal tagliente profilo del volto e dall'insospettata energia fredda e quasi crudele dei suoi occhi azzurri. E si cominciava a sospettare che, dietro quel suo languore cascante, si celasse una pronta agilit da felino e una forza di membra non comune.
-  un Bernstein da concerto? - chiese l'uomo magro, quando gli fu dinanzi, e indic il pianoforte.
- Pu darsi.
Parlavano inglese entrambi; ma il baronetto aveva l'accento di Oxford e l'altro la cadenza e l'orribile pronunzia dei bassifondi newyorkesi.
- Giocate, oggi?
- Secondo con chi.
- Attendete Pearl Selsirca?
Un lampo d'ira pass negli occhi azzurri; ma fu rapido e il giovane abbozz un leggero sorriso.
- Pu darsi.
- Se vi dicessi che anch'io attendo... miss Pearl? - Aveva detto "miss" con un sogghigno.
Di nuovo la fisonomia del baronetto si oscur. E questa volta egli non sorrise. Si sollev anzi un poco e diede l'impressione di voler reagire con violenza; ma subito ricadde nel suo languore apatico.
- Non mi interessa - disse, e fece un breve gesto con la mano, come per scacciare un insetto.
- Non credete che in seguito vi interesser?
L'uomo non attese risposta e, con un rapido voltafaccia, si allontan dal pianoforte.
Nel dirigersi verso il bar, si incontr con un omaccione pesante, che usciva dall'ultimo salottino. I loro, sguardi s'incrociarono. L'americano distolse subito il suo e pass rapido; ma un accenno di sorriso motteggiatore gli era apparso sulle labbra.
.
Giuoco.
.
Alle 17, di quel venerd 13 gennaio 1939, nel bar del Londra erano in azione due tavoli di "ponte" e nell'ultimo salottino un terzo.
Quando, alla notte, donna Maria Viscardi Negroni dovette rispondere alle precise domande del commissario De Vincenzi della Questura Centrale, ella dichiar che a quei tre tavoli, nel pomeriggio, avevano giocato le seguenti persone.
Primo tavolo del bar: Romilde Veronelli, Fanny Grolli, Anthony Blitz, commendatore Virgiliano Cohen.
Secondo tavolo del bar contessa Marga Merani, Pearl Selsirca Adaire, baronetto Donald Hendel, Gibbs Brocksley.
Unico tavolo del salottino: Viola Manning, Antonietta Viscardi Negroni, marchese Arturo Acrisles, Fabius Pigeon.
E per un caso, non strano del resto, ch gli appassionati del "ponte" sono tenaci nel resistere a sedute interminabili, quelle medesime persone si trovavano al Londra anche alla sera, seppure disposte a formazioni e a tavoli diversi, sicch i compagni erano cambiati e una di quelle persone, alla sera, non giuoc. Vero  che alle 23 e minuti - come dichiar il medico, precisando sulla base di un accurato esame del corpo - a quella persona sarebbe stato impossibile giocare, perch era morta.
...
.
...-
Preliminari della sera.
.
Un nuovo giocatore.
.
Donna Maria aveva lasciato l'albergo alle venti e trenta, quando finalmente tutti i giocatori se ne erano andati, e vi era tornata alle ventuna e quindici. Un boccone in fretta, alla sua Pensione di corso Vittorio Emanuele, e poi di nuovo alla battaglia in trincea.
La sua trincea era costituita dal salone, dal bar e dalle tre salette del Londra.
Il giuoco serale sarebbe cominciato alle ventuna e trenta; ma lei aveva telefonate da fare, richiami da lanciare, "tavoli" da preparare., Non  facile predisporre i "tavoli", vale a dire destinare i quattro che debbono giocare assieme a ogni tavolo. I giocatori di "ponte" sono difficilissimi da accontentare. Vanno a simpatie; ognuno di essi ha il proprio metodo e le proprie preferenze; sono sempre pronti a dar la colpa della perdita al compagno e a far nascere discussioni e litigi, che soltanto l'educazione mantiene, quando ci riesce, in limiti onesti. E poi, naturalmente, non tutti sono esperti nel giuoco allo stesso modo e chi li unisce deve saperli scegliere di pari forza o quasi, ch le sorti della partita si equilibrino.
Ma donna Maria aveva tatto, abilit, conoscenza dei suoi clienti e molta pazienza, sicch quel mestiere lo faceva a meraviglia.
Seduta nel bar, ella attendeva e intanto allineava sulla carta i nomi dei giocatori, dividendoli per tavolo. Sapeva gi che quella sera sarebbero venuti tutti coloro che avevano giocato al pomeriggio e qualcun altro, sicch avrebbe potuto, fare almeno quattro tavoli. Per un venerd non c'era male e lei ne era soddisfatta. Peccato che la sua serenit non fosse completa, ch al pomeriggio ella aveva sentito una certa pesantezza d'atmosfera, una certa tensione fra i giocatori. Nulla di preciso e di concreto, nessun fatto particolare, e pure donna Maria avrebbe giurato che le cose non andavano lisce.
Il barman, dietro il banco, faceva i suoi conti. Molti giocatori lasciavano da pagare tavolo e consumazioni. Luciano si fidava e faceva credito. Anche per vari giorni. Qualcuno, si sa, ogni tanto scompariva, lasciandogli per tutto ricordo un fogliettino col suo nome e qualche cifra. Ma erano infortuni sul lavoro, che Luciano prendeva con filosofia, cercando di rifarsi come poteva su coloro che rimanevano e che pagavano.
- Luciano!
- Signora?
- Come ti sembra che sieno andate le cose, oggi?
Il barman si strinse nelle spalle.
- Come sempre, signora. Nessun incidente, mi pare. Chi ha perduto ha pagato. La Grolli  stata anzi pi tranquilla del solito.
- Ne sei sicuro, Luciano? - fece donna Maria con speranza. - Oh, certo  cos!...
Le sue dovevano essere ubbie. E se anche il conte Merani non era venuto a prendere sua moglie come gli altri giorni, e se anche la contessa aveva dovuto smettere di giocare per una mezz'ora, pregando lei di sostituirla, perch aveva fatto la sua improvvisa comparsa il marchesino Acrisles, figlio del vecchio Acrisles, con cui la contessa si era appartata nel salone, donna Maria era sciocca a pensare che qualcosa dovesse e potesse turbare la serena vita di quel luogo di scientifico divertimento, dove non doveva regnare altra preoccupazione che quella delle "dichiarazioni" e degli "attacchi", dei "doppio e dei "ridoppio"...
E riprese ad allineare nomi, quattro a quattro.
Fu in quel momento che il nuovo giocatore entr.
Il pi straordinario giocatore che donna Maria potesse immaginare.
Era un omino alto non pi di un metro e mezzo. Con un pesante pastrano color mattone e un tubino nero sul cranio.
Sporse prima il capo attraverso la porta del bar e poi avanz, togliendosi il cappello e tenendo dinanzi a s un bastone col manico d'osso, quasi ad aprirsi il varco o a proteggersi.
Donna Maria e Luciano rimasero senza fiato.
L'omino aveva il volto da faina, rugoso e arguto, il naso aguzzo, gli occhi piccini e brillanti. Ma quel che subito colpiva era la sua cravatta una larga cravatta a fiocco d'un incredibile colore cremisino.
Quando fu presso il tavolo sul quale donna Maria faceva i suoi calcoli, egli s'inchin e disse con voce chiara, sonora, che per si lacer a un tratto in uno stridore squillante per tornare subito al tono normale, come se quell'acuto fosse stato uno scherzo:
- Vladimiro Curti B... Curti B in due parole...
E s'inchin di nuovo.
Donna Maria lo guardava e non trovava il modo di parlare.
- Voi non mi conoscete, signora... O, forse, s? Avete sentito qualche volta parlare di Curti B?... Di Vladimiro Curti B?... Il mio nome, oh Dio,  alquanto noto...
Tacque, si volse a guardare il barman, ordin:
- Un cognac... Martell tre stelle, per favore... autentico!...
E sedette. Donna Maria continuava a guardarlo.
- Avrete gi compreso, signora, perch io sia venuto qui stasera, nevvero?... Perch mai si pu venire a trovarvi, se non per chiedervi di essere accolto fra i vostri fedeli? E io ve lo chiedo. Sono un appassionato del giuoco del ponte.  un giuoco che richiede l'impiego di ogni nostra facolt di astuzia, di calcolo, di memoria, di intuizione!.. L'unico giuoco al quale Vladimiro Curti B avrebbe potuto dedicarsi... E ci si  dedicato!... Da poco,  vero; ma posso dire senza falsa modestia che oramai ne sono padrone e che non mi periterei di misurarmi con Culberston, se Culberston fosse quel grande giocatore che dicono, mentre non lo , dato che si  fatto battere da Claudette Colbert, stella di Hollywood...
Donna Maria aveva ritrovato i suoi spiriti. Un nuovo cliente e null'altro. Altre 4,50, forse giornaliere, sulle quali far calcolo per l'avvenire. Un maniaco, evidentemente. Alquanto comico; ma non lo erano un po' tutti, comici, i suoi clienti?
- Qui viene sovente a giocare Pearl Selsirca Adaire, che  stata anche lei una stella di Hollywood...
- Ah! - fece l'omino. - Questo mi amareggia! - E bevve di un sorso il cognac. - Oh, giovinotto, siamo lontani dal Martell 1830... Dicevamo, signora? Ah, s... di Pearl Sersirca Adaire... Bene... Voi farete in modo ch'io possa non giocare mai con lei... Ma per il resto, mi rimetto a voi... I compagni che mi darete io li accetter col sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore, sicuro che nessuno di essi chiuder prematuramente una mia dichiarazione di due fiori, ne mai mi uscir nel forte del "morto", quando il "morto"  alla mia sinistra...
- Accomodatevi nel salone - disse donna Maria cortesemente. - Voi mi capitate all'improvviso e io dovr trovarvi tre compagni...
- Oh, s!...
E l'omino se ne and saltellando e poco dopo stava in contemplazione dell'orologio che aveva per ornamento un'aquila con due spade fra le zampe e che era appeso assai basso alla parete del salone, tanto che egli pure poteva ammirarlo agevolmente..
 La partita comincia
Da un quarto d'ora, i giocatori erano al loro posto.
Tre tavoli nel bar, nessun tavolo nei salottini. I tavoli erano tre, come nel pomeriggio, ch il quarto tavolo sognato da donna Maria se ne era andato in fumo.
Il salone era illuminato e la porta di accesso all'atrio era chiusa.
In quel piccolo albergo di gran lusso, dove i clienti venivano contati e sempre gli stessi e le cui abitudini erano note alla casa, il salone, il bar e i tre salottini formavano un'ala a parte, esclusivamente dedicata al giuoco del ponte. Per accedere al salone e ai salottini non c'era altra porta che quella dell'atrio. Per andare al bar, si sarebbe di rigore potuto passare anche dalla porta che dava sopra un largo e breve corridoio sul quale si aprivano gli usci dei gabinetti di toletta e che sbucava poi di fianco all'atrio, dalla parte delle cabine telefoniche; ma nessuno mai se ne serviva, se non appunto i giocatori quando si recavano ai gabinetti di toletta.
Quella sera, nel salone, era rimasto il vecchio marchese Acrisles, il quale non aveva voluto giocare, affermando di essere stanco e di rimanere volentieri a leggere sdraiato in una poltrona.
Donna Maria di quella rinuncia era stata lieta, perch cos aveva potuto mettere al posto del marchese la nuova recluta capitatale, l'ineffabile omino Corti B.
Nel bar, attorno ai tavoli senza giocare, c'era il marchesino Enrico Acrisles, che stava seduto di fianco a Pearl Selsirca Adaire e il conte Ottaviano Merani, appollaiato sopra un alto sgabello, accanto al banco del bar, con un whisky davanti. Per convenienza e anche perch era un uomo simpatico e di gradevole compagnia, donna Maria gli si era seduta di fronte.
Al di l del banco, Luciano si teneva pronto ad accorrere alle chiamate dei giocatori. Donna Maria e il conte parlavano, rivolti a osservare il giuoco dei tre tavoli. Merani ostentava di non guardare al tavolo dove giocava sua moglie, e donna Maria seguiva soprattutto il giuoco di Curti B, nuovo venuto e che lei era curiosa di poter giudicare.
Curti B aveva prodotto una vivissima impressione, naturalmente, e la grossa nera bovina Grolli lo aveva subito voluto per compagno. L'omino sulle prime aveva dato un balzo indietro, atterrito dalla furia avida e assorbitrice di quel donnone che, con le chiome nere ricciute e lucenti, gli occhi rotondi ch'ella strabuzzava scoprendo la cornea nivea, la larga bocca dalle labbra procaci e cos rosse da sembrare insanguinate, gli sorrideva, gridandogli:
- Il signor Corti B giocher con noi!...
Ma poi si era avvicinato al tavolo e, dopo qualche minuto, aveva finito per sedervicisi con un improvviso gesto di decisione, come se si fosse di colpo convinto che la donna non lo avrebbe ingoiato.
E, adesso, giocava, avendo per compagna Marga Merani e per avversari la Grolli e Anthony Blitz.
Il loro tavolo era nel primo angolo del bar, verso la porta di accesso al salone.
Accanto a quella porta, di fronte al banco, in un altro tavolo, giocavano Viola Manning, Pearl Selsirca Adaire - strana bellezza zingaresca, dal volto ovale e quasi scarno, dai grandi occhi neri, che le invadevano, aiutati dal kohl, quasi tutte le guance, fino agli zigomi; strettamente fasciata in un abito di velluto rosso e con le braccia cariche di braccialetti e di brillanti che le formavano due grandi manopole luminose - il baronetto Donald Hendel e Fabius Pigeon.
Il terzo tavolo era situato nell'angolo opposto, di lato al banco, in una rientranza del muro, l dove si apriva la porta, che dava ai gabinetti di toletta. Ad esso giocavano Romilde Veronelli, Antonietta Viscardi Negroni, il commendator Virgiliano Cohen e Gibbs Brocksley.
Sedici persone, esattamente, respiravano, fumavano, vivevano in una stanza larga poco pi di cinque metri per sei. E di quelle sedici, dodici, con un ventaglio di carta in mano, non pensavano pi se non alle sequenze dei cuori e delle picche, dei quadri e dei fiori.
- Un fiori.
- Un quadri. 
- Un picche.
- Quattro picche.
- Doppio.
- Un senza atout.
- Due picche.
- Passo.
- Passo.
- Tre fiori.
- Passo.
- Tre cuori.
- Passo.
- Tre senza.
Il giuoco si svolgeva, se pure appassionante per i giocatori e gli iniziati, uguale e monotono.
L'orologio, sulla parete del salone, faceva girare le sue sfere dorate.
Nell'angolo pi lontano dalle porte dei salottini e del bar, il marchese Arturo Acrisles leggeva un vecchio Wiener Magazine, preso sul lungo tavolo di quercia dove giacevano gli illustrati e i vari cataloghi delle mostre d'arte. Egli voltava le spalle alla sala e dietro la sua schiena era accesa una lampada sottile e alta da terra, con un enorme paralume di seta a fiorami. Aveva le lunghe gambe accavallate e le spalle e la testa scomparivano alla vista di chi entrasse nel salone, nascoste dall'alta spalliera di velluto.
Nell'atrio, il portiere di notte e due grooms vegliavano in attesa della una.
A quell'ora, il giuoco sarebbe terminato e i due ragazzi se ne sarebbero andati con Luciano, mentre il portiere, chiuso il portone dell'albergo, avrebbe cominciato a far la pulizia del salone e delle salette fino all'alba.
Un po' di pace per lui, finalmente; perch egli sapeva che finch il giuoco fosse durato, la sua tranquillit era in pericolo; i telefoni squillavano e ogni momento dalle sale del "ponte" veniva qualcuno a dargli i pi inaspettati e noiosi incarichi.
E lui, adesso, dietro il banco, guardava di tanto in tanto alla porta del salone, temendo sempre di vederla aprirsi.
Quella sera, la porta si apr e si richiuse pi sovente del solito. Oh, che diavolo avevano, di andare e venire come anime in pena? Giocassero, infine, e non pensassero ad altro, senza adoperare il telefono a quel modo!
E brontolava dentro di s, l'uomo, mentre i due grooms sonnecchiavano uno presso la bussola a vetri dell'ingresso e l'altro davanti alle cabine telefoniche.
...
.
...
PARTE SECONDA.
...
.
...
IL CADAVERE.
.
1.
.
Fu il momento pi appassionante della serata e lo procur a tutti i giocatori riuniti nel bar del Londra il tavolo di Pearl Selsirca Adaire.
Si ud anzitutto la dichiarazione di Fabius Pigeon:
- Due fiori!
La Grolli si volse con una di quelle sue esclamazioni pittoresche e sorprendenti, che avevano costituito subito la gioia di Curti B:
- Mamma dei turchi!
Donald Hendel, scuotendosi un poco dal suo languore, disse:
- Passo!
-Tre cuori - proclam Pearl Selsirca, sollevando la destra libera e facendo sfolgorare i brillanti del braccio.
- Passo - mormor Viola Manning, bionda belt teutonica, piuttosto grassoccia, tutta sorriso, senza togliersi dalla posa fatale che prediligeva, col capo un poco reclino e appoggiato alla punta delle dita della mano destra. (Quando doveva giocare le carte e, quindi, adoperare anche quella mano, il capo lo riversava all'indietro, scoprendo la gola piena e bianca).
- Quattro cuori - rincar Pigeon.
- Sei cuori - disse Pearl, appena Hendel fu di nuovo passato.
E sul "passo" di Viola, Pigeon annunzi inaspettatamente:
- Sette picche!
- Doppio! - rispose subito il baronetto, definitivamente sveglio.
- Passo - lanci Pearl, allo stesso modo che avrebbe dato un morso e con gesti bruschi e adirati fece per scoprire le proprie carte.
- Passo - ripet Viola.
- Ridoppio - pronunzi dopo un'esitazione Fabius Pigeon. E Pearl sbott:
- Pigeon, voi siete pazzo! Io sono singleton a picche! - E mostr il fante di picche, gettandolo davanti a s. - Guardate che cuori, invece! E mise in fila: l'asso, il re, il fante, il nove, il sette e il tre di cuori. - E per di pi non ho fiori e i miei quadri sono tutti perdenti...
- Bene - sorrise Pigeon. - Mi portate proprio quanto speravo, madama!... A voi, sir Donald.
La Grolli si era alzata e guardava con occhi spalancati il tavolo delle sette picche doppiate e ridoppiate. Il marchesino Acrisles, in piedi dietro a Pearl, sorrideva enigmatico e donna Maria e il conte Merani, discesi dagli sgabelli, si avvicinavano.
- Non ho nessuna intenzione d'assistere al nostro disastro! lanci sordamente Pearl Selsirca e si alz, allontanandosi per la porta del salone.
Gli altri erano troppo assorbiti dal giuoco di quella partita straordinaria, per badarle.
Pigeon dispose con cura a una certa distanza da s le tredici carte abbandonate disordinatamente sul tavolo dalla sua compagna e cominci a giocare, con un sorrisetto tra il faceto e l'ironico all'angolo delle labbra. I suoi capelli rossi, alla luce riflessa che pioveva dal soffitto, acquistando precisi contorni, avevano pi che mai l'apparenza d'una parrucca.
Donna Maria lo guardava e pens: "Un buon ometto, ma troppo panciuto e ben nutrito per giocare al ponte!".
E in quanto al buon ometto, la troppo sincera e ingenua donna Maria prendeva un granchio...
Approfittando della sospensione imposta alla loro partita dal fatto che Fanny Grolli si era alzata e non aveva occhi che per il tavolo vicino, Curti B si alz anche lui e passando rapido dietro il corpo poderoso di Fanny and a guardare le carte di Pigeon.
- Oh, mamma dei turchi! - fece anche lui, dando un'occhiata divertita alla sua esuberante e pittoresca compagna di tavolo. - Ma perch non giocare sei cuori, invece di andare a cercar sette picche impossibili a farsi! Un piccolo slam sicuro non era poco, dopo tutto!...
Soltanto quando la mano fu terminata, con due falli per la coppia Adaire-Pigeon; gli altri tavoli ripresero la loro partita e donna Maria col conte Merani torn a sedere davanti al banco del bar.
.
2.
.
Alla mezza dopo la mezzanotte, l'atmosfera nel bar s'era fatta affocata e fumosa.
Seduti ai tre tavoli, i dodici giocatori continuavano a compiere i medesimi gesti, a pronunciare le stesse parole.
A ogni rubber, si alzavano e giravano attorno al tavolo, per mutar di posto.
A ogni mano, uno dei quattro deponeva le carte sul tavolo e faceva il "morto". Aveva, cos, la libert di alzarsi, di muoversi, di allontanarsi e, di quando in quando, qualcuno spariva per la porta del corridoio o per quella del salone. Nessuno degli altri mostrava di accorgersi di quella scomparsa e assai probabilmente non se ne accorgevano davvero, assorti come erano nel giuoco,
Donna Maria era discesa dallo sgabello, per affondarsi in una poltrona, presso il tavolo di sua sorella. Per lei quelle interminabili ore, quando non giocava, passavano lente, in una sonnolenza inerte. Ma non dormiva e non riposava, sempre preoccupata che qualche incidente, potesse turbare il sereno svolgimento delle "sue" partite e sempre pronta a interpretare i desideri dei suoi clienti, tanto ella sapeva di dover tenerseli cari.
Sicch dopo la mezzanotte - sulla breccia come era dalle prime ore del pomeriggio - il suo visuccio di vecchia bimba recava profonde le tracce della stanchezza.
Quella sera gli occhi le lucevano febbrili e le gote sembrava le ricadessero ai lati della bocca.
Ebbe un brivido e sussult sulla poltrona, togliendosi dall'immobilit.
A un tratto le era tornata la sensazione gi avuta nel pomeriggio, che l'ambiente attorno a lei fosse saturo di onde elettriche, insidiose e perniciose. Una sensazione strana e spiacevole, quasi dolorosa, come il presentimento d'una sciagura imminente.
Ma perch? E quale sciagura?
Guard i giocatori a uno a uno, indugiandosi a studiarne le fisonomie, ad analizzarne i gesti e le parole.
In fondo, di ognuno di essi - eccettuata sua sorella, naturalmente - lei che cosa sapeva? I nomi e poco altro. E, forse, qualcuno di quei nomi non era neppure il vero... Di dove venivano? Quali sentimenti, quali bisogni, quali ansie e tormenti, quali inconfessabili pensieri e propositi si agitavano nel loro cervello? Gente d'ogni specie, razza e nazionalit, che soltanto la passione per un giuoco noto e diffuso in tutto il mondo univa e riuniva come il vincolo posticcio e convenzionale d'una societ segreta... Allo stesso modo di un vizio o dell'abitudine agli stupefacenti...
Prolung l'esame, cercando di leggere dietro quelle fronti... Quale era la parte di ognuno di quegli uomini e di quelle donne, nella vita?
Il conte Merani era rimasto solo, seduto al bar e continuava a bere whisky...
Il marchesino Acrisles sedeva sempre accanto a Pearl Selsirca... La sua nuova passione... O lo faceva per tenersi lontano da Marga, quella sera che il marito era l? Donna Maria aveva sorpreso qualche occhiata di Marga e non le era piaciuta affatto!
Il senso di oppressione e di malessere aument in lei tanto da indurla ad alzarsi di scatto e a muoversi da un tavolo all'altro come per liberarsi dall'incubo, per scacciare l'angoscia di qualcosa di sconosciuto e d'imponderabile, che la minacciasse.
Concret dentro di s nettamente tale impressione e rise. Era una sciocca e null'altro. Quale pericolo poteva minacciarla?
Ma soffocava e usc dal bar nel salone.
Tutte le luci ardevano ancora. L'orologio segnava i 42 minuti dopo la mezzanotte.
Altri pochi minuti e poi sarebbe tornata nel bar ad avvertire che facessero l'ultimo rubber.
Mosse qualche passo incerto per la sala, and alla grande specchiera dorata, sopra il caminetto di marmo, che non era acceso, tutto il riscaldamento dell'albergo essendo fatto a termosifone, e guard la propria immagine. Vide un volto giallastro, con rughe profonde, sul quale la lacca delle labbra metteva una macchia di sangue scuro. Fece, una smorfia di orrore. Ecco come si riduceva a far quella vita!... Scosse con violenza la testa, agitando i capelli d'oro bianco, che le ricadevano abbondanti dietro la nuca, tagliati come quelli d'un paggio trecentesco. Doveva essere lo specchio a darle quel colore e, in quanto alle rughe, in fondo non aveva che quei due segni attorno alla bocca... Li aveva sempre avuti anche da bimba, quando le sorelle e le amiche la chiamavano ranocchia!... Quei segni per non le avevano impedito d'essere amata e d'amare, di piacere insomma agli uomini... e anche adesso... Un altro sorriso.
Improvvisamente, la sua attenzione fu attratta dall'angolo del salone, che vedeva riflesso nello specchio. La lampada alta da terra con l'enorme paralume a fiorami, la spalliera di velluto marrone della poltrona e accanto il piccolo tavolo.
E sul tavolo, vide un sifone di soda e un grande bicchiere rovesciato. Oh! Perch quel bicchiere era rovesciato?
Ricord di aver lasciato in quella poltrona il vecchio marchese Acrisles. Non aveva voluto giocare e si era messo a leggere. Sempre dentro lo specchio scorse in terra, pi distante del tavolo, una rivista.
Doveva essersi addormentato, il vecchio, e la rivista che leggeva gli era caduta.
Donna Maria si aggiust la grossa borchia d'oro al collo, si diede una toccatine ai capelli, poi si volse.
Nel dirigersi verso l'angolo illuminato dalla lampada, quando fu in mezzo al salone, vide le lunghe gambe del marchese piegate in modo strano contro il tappeto. Poi il corpo del vecchio, ch'era scivolato e giaceva rovesciato all'indietro, per met fuori della poltrona.
Fu presa da un leggero tremito e fece qualche passo pi rapido, avanzando. Allora, lo spettacolo d'un cadavere le apparve e non pot avere alcun dubbio al riguardo. Il volto, gi cos impressionante da vivo, del marchese appariva adesso atrocemente contorto: gli occhi azzurri, troppo chiari, erano sbarrati nel vuoto e fissi e vitrei da dare i brividi.
Donna Maria dovette mettersi una mano sulla bocca e comprimervela con forza, per trattenere un urlo di orrore e di terrore.
Si ferm a distanza e cerc di vincere se stessa, di dominare il battito furioso del cuore.
Il marchese Arturo Acrisles era morto!
Una disgrazia, certo.
Ma una disgrazia, che avrebbe portato lo sconvolgimento nell'albergo, il turbamento in quel suo ristretto cerchio di giocatori, fino al punto di indurli a disertare il locale...
Un senso di egoistica prudenza le aveva impedito di gridare e la tratteneva ora, ferma in mezzo al salone, davanti al cadavere...
Ma era poi proprio un cadavere quello? Non poteva darsi che il vecchio fosse stato colto da un attacco, da una congestione, da una paralisi e che, ancora vivente, avesse bisogno di soccorso?
Guard il volto contorto e le sembr che quegli spaventosi occhi fissi e sbarrati si movessero, avessero vita.
Allora, fosse il terrore, fosse un disperato slancio di solidariet umana, donna Maria lanci un grido, lungo, altissimo, strozzato...
.
3.
.
Il primo ad accorrere e a comparire sulla soglia del salone fu Donald Hendel. Il grido aveva fatto balzare tutti in piedi nel bar, ma Hendel era seduto pi vicino alla porta degli altri.
Poi il baronetto fu spinto e come travolto dall'ondata delle donne e degli uomini e irruppe con gli altri nel salone.
Donna Maria indicava col braccio teso, senza poter parlare.
Tutti videro e tra gli altri il figlio del morto.
Enrico Acrisles fece qualche passo verso la poltrona e si ferm. Dovette avere come una vertigine, perch lo videro passarsi una mano sulla fronte e sugli occhi.
Ma fu un attimo. Subito si riprese e si curv sul cadavere. Gli tocc il polso, gli mise una guancia sul petto, per ascoltare. Poi lentamente si sollev e si volse al gruppo, che era rimasto silenzioso, in attesa.
In altri casi, davanti a una morte improvvisa, ognuno di quegli uomini e di quelle donne si sarebbe gettato avanti, avrebbe gridato, avrebbe dato o chiesto consiglio. E non fu lo spettacolo particolarmente atroce di quel cadavere che li immobilizz; ma il fatto che tra loro si trovava il figlio del morto e che era proprio lui ad avvicinarsi ad esso, a chinarsi, a toccarlo.
Enrico era livido e tutti notarono in quel momento ch'egli somigliava in modo straordinario al vecchio: gli stessi occhi glauchi, lo stesso naso sottile e aguzzo, il medesimo mento rettangolare. E, adesso, cos pallido, aveva anch'egli due profondi segni ai lati delle labbra e rimaneva curvo, alto e magro anche lui, a quel modo che suo padre soleva tenersi.
-  morto! - disse e null'altro.
Il gruppo dei presenti ondeggi. Ognuno ebbe la reazione del proprio temperamento. Qualche frase monca e strozzata si ud.
In quell'istante si spalanc la porta dell'atrio e apparve il portiere di notte e i due grooms color del caff e latte.
Fu allora che si entr nell'azione e, fatto stranissimo di cui nessuno si rese conto sul momento e che form poi oggetto di stupore, a condurre, dirigere, comandare quell'azione fu proprio l'ultimo capitato ai tavoli del Londra, il meno imponente e, diciamolo pure, il pi comico dei presenti: l'omino Curti B.
Egli era corso dal bar al salone e, assieme agli altri, era rimasto muto e immobile. Si trovava fra la grossa Grolli, spintasi innanzi tra i primi, e Pearl Selsirca. Egli piccolino, col suo abito grigio ferro e quella ineffabile cravatta cremisina, scompariva quasi fra le due donne. Ma quando Enrico Acrisles ebbe parlato e il gruppo si sommosse, egli avanz rapido e sicuro, raggiunse la poltrona, si chin sul cadavere, e tutti lo videro fare una cosa inaspettata e che apparve macabramente ridicola: l'omino cominci a fiutare attorno a s', come un cane. Prima l'aria, poi la poltrona, poi il cadavere e infine il bicchiere rovesciato, ch'egli prima fece il gesto di voler afferrare, ma che poi non tocc neppure.
Quando si rizz e si volse, a guardarsi in giro, quel suo musino da faina appariva pi che mai teso e aguzzo e gli occhietti gli scintillavano.
Un mormoro si sollev.
Qualcuno chiese: - Ma chi ?
Donna Maria disse con voce sdegnata di rimprovero:
- Signor Curti B!
Il conte Ottaviano Merani intervenne con autorevolezza:
- Occorre chiamare un medico!... Siete medico, voi?... - E nel suo accento c'era una sdegnata riprovazione, per quell'individuo ficcanaso e impudente.
Ma l'omino parl e, questa volta, la sua voce riusc a mantenersi sonora e uguale, senza acuti laceranti:
- Occorre, invece, chiamare la Polizia! Il medico potr venire dopo, ch avr ben poco da fare per la salute di questo signore!
Tutti rimasero senza fiato, paralizzati da uno stupore che per qualcuno era vero e proprio spavento.
Anthony Blitz fece un salto indietro quasi lo avesse morso un serpente. Qualche donna mand esclamazioni orrificate.
- Ma voi siete pazzo! Che cosa c'entra la Polizia? -pronunzi con forza il conte Merani.
E il commendatore Cohen, pi bianco ancora del solito e del possibile, spinse innanzi la pancia rotonda e cerc di darsi un'aria autorevole e sicura.
- Chi siete, signore - chiese, schiarendosi la voce, - voi che venite qui a insinuare?... - S'interruppe e cerc un'altra via: - Come osate parlare di Polizia in una riunione di gentiluomini e di dame?... Un accidente pu colpire chiunque.... Non sapete che  presente il figlio del... - e allargando le braccia indic il cadavere.
Ma Curti B non appariva turbato.
- Non si tratta di accidente! Questo signore  morto avvelenato... - Fece una pausa: - E, quel che  pi grave, non credo si sia avvelenato da s, volontariamente o per errore...
.
4.
.
Un urlo di protesta e di raccapriccio part dalla gola di tutti.
- Ma come fate ad affermare una cosa simile?! Su che cosa si basa il vostro mostruoso sospetto?
Curti B diede un'occhiata al grasso signore che lo interrogava e alz le spalle.
- Odore di mandorle amare! - sentenzi e con una piroetta si precipit verso il portiere di notte che, esterrefatto, era rimasto sulla soglia. - Dov' il telefono?
- Ma che vuol fare? - chiese con voce bianca Pearl Selsirca.
-  un pazzo pericoloso! - rugg il conte.
- Adesso far venire la Polizia davvero....
- Mamma dei turchi! - esclam Fanny, strabuzzando ancor pi del solito gli occhi bovini.
Donna Maria era riuscita a ritrovare un po' di sangue freddo.
- In ogni caso, noi non possiamo rimanere cos! - E guard ancora il cadavere, per portare subito lo sguardo sul marchese Enrico.
Il figlio del morto era caduto a sedere in una poltrona e rimaneva inerte, con lo sguardo fisso sulla spoglia del padre, le mani abbandonate fra le ginocchia.
- Oh, io me ne vado! - esclam con voce atterrita Viola Manning. Mi accompagnate, Hendel?
Gli altri si scambiarono un occhiata.
Andarsene! Era nel desiderio di tutti.
Si oper un movimento verso la porta. I primi furono Blitz e Brocksley.
Donna Maria alz le mani, quasi avesse voluto trattenerli. Sapeva benissimo, lei, che non avrebbero potuto andarsene! Ma non riusc a dir nulla, anche perch sulla porta, prima che alcuno la varcasse, era ricomparso Curti B.
L'ineffabile omino si rizzava sui talloni e allargava le braccia a sbarrare il passaggio.
- Impossibile, signori! Nessuno pu abbandonare questo locale fin quando non sia arrivata la Polizia! Occorre vi rendiate conto che qui dentro  stato commesso un delitto. Dico un delitto!
I pi pronti a tentare di andarsene indietreggiarono.
Segu un istante di silenzio.
Curti B sorrise in modo che voleva essere accattivante.
- Non avete nulla da temere, in fondo, signori miei! Ciascuno di voi non pu non avere la coscienza tranquilla... e, in quanto all'assassino, nulla prova che egli si trovi ancora tra noi... - Fece una pausa e sollev le mani al cielo: - ...Iddio non avr certo voluto ch'egli sia uno dei giocatori!...
Gli altri tacevano. Inconsapevolmente, si allontanarono uno dall'altro.
- Ma poich la volont del Signore  imperscrutabile,  necessario riconoscerla attraverso i segni terreni con cui si e manifestata!. E per riconoscerla, questa volta, nessuno  pi adatto del mio amico commissario De Vincenzi, a cui io, Vladimiro Curti B... in due parole... - e l'omino s'inchin - ...dato che esercito il nobile mestiere di investigatore privato... sono pronto e determinato a dare tutto il mio aiuto di intelligenza e di azione...
Afferr per un braccio il portiere di notte e lo trasse indietro, spingendolo nell'atrio, poi mise la mano sulla maniglia del battente aperto e concluse:
- Favorite rimanere tutti dove siete!... Vado a telefonare e torno a unirmi a voi... In fondo, sono un sospetto anch'io e desidero dividere la vostra sorte!
Fece un balzo indietro e chiuse prestamente la porta, affrettandosi a farne girare la chiave.
- Ecco - sussurr al portiere - da questa parte non possono uscire. Rimane la porta del bar e voi andrete subito a piantonarla e guai a voi se permettete che uomo vivo, o donna, la varchi!
Il portiere era ancora tanto sconvolto e il tono della voce dell'omino cos autorevole, ch'egli obbed, senza parlare.
I due ragazzi color del caff e latte fissavano Curti B a bocca aperta. Avevano veduto il morto e non capivano di dove quel curioso fenomeno fosse sbucato.
Col gesto, entrambi gli indicarono il telefono e Vladimiro si precipit in una delle due cabine, richiudendosene con cura la porta dietro le spalle, prima di formare il numero della Questura Centrale.
...
.
...
PARTE TERZA.
...
.
...
LA FIALETTA.
.
1.
.
Tutti udirono distintamente il rumore della chiave, che grava nella serratura.
Il conte Merani ebbe un gesto di furore.
Donna Maria sospir.
- Ah, presi come topi! - E Viola Manning rise istericamante.
Anthony Blitz si diresse alla porta del bar. Di fianco ad essa, appoggiato alla parete, con la testa che toccava quasi la cornice dorata del grande orologio antico, stava immobile Luciano. La sua giacca bianca spiccava stranamente contro il damasco verde scuro della parete. Il magro e nero americano si ferm. Il barman lo guardava e Blitz ebbe l'impressione che avesse sorpreso il suo proposito di fuggire per la porta del corridoio. Affettando indifferenza, nascondendo lo sguardo sotto il corrugare delle folte sopracciglia di carbone, gir su se stesso e torn indietro.
Gli altri si erano disseminati per la sala, il pi possibile lontani dal cadavere. Rimanevano in piedi, perplessi, attendendo che il destino si compisse.
A ognuno di essi, il destino appariva in quel momento sotto la specie di un cadavere e di un omino con una cravatta cremisina.
L'incubo per quelle quindici persone cominciava.
Tale era il silenzio, che si udiva distintamente a ogni secondo lo scatto metallico dell'orologio.
La prima a reagire fu Pearl Selsirca.
- Ebbene? Davvero si direbbe che siamo le statue di cera di un museo di orrori!... Tra noi c' un assassino!
- Tacete, Selsirca! - grid donna Maria e nello stesso tempo si ud un singhiozzo: era stata Antonietta e adesso piangeva.
Donna Maria le corse accanto, l'afferr per le braccia, la scosse.
- Sciocca! Sciocca! E l'obblig a sedere in una poltrona, presso alla grande tavola di quercia, in mezzo alla stanza. - Che cosa c'entri tu, che piangi?
Antonietta cerc di soffocare i singhiozzi e si asciug le lacrime. Il fazzoletto le tolse anche il rossetto dalle guance, ma non fece scomparire le righe nere e sottili del rimmel, che le lacrime avevano disciolto.
- Oh, come siete sensibili!... - Pearl rideva.
Era un riso isterico anche il suo, per quanto avesse un fresco suono squillante.
Dal fondo della sala, presso alla porta di dove egli non si era mosso dall'uscita di Curti B, Ottaviano Merani la fissava, con uno strano sguardo penetrante. Poi lo sguardo del conte si distolse dalla donna e si ferm su Enrico Acrisles, che stava sempre seduto, con gli occhi fissi sul cadavere.
- Credete davvero che Acrisles sia morto? - proruppe ancora Pearl. - Ah, ah!  uno dei suoi scherzi, questo!... Vedrete che tra poco si alzer e ci coprir d'insulti...
- Oh! - fece Fabius Pigeon, col viso convulsamente contratto e, quasi cercasse uno scampo, corse nell'angolo opposto a quello della porta dell'atrio e cadde in una poltrona, appoggiata contro il muro.
Chi si trovava accanto a Selsirca se ne allontan.
Fanny Grolli aveva afferrato per un braccio Viola Manning e le si stringeva addosso. Lei nera e grossa e pi che mai sciammannata formava uno strano contrasto con la tedesca, bionda d'oro, cos rosea e bianca, col corpo dalle curve solide e voluttuose modellato in un abito di gros nero a fiorami e che era tutto uno scintillio di gioielli, alle orecchie, al petto, alle dita.
Sempre allacciate, le due donne finirono anch'esse nell'angolo estremo e sedettero in un divano, accanto alla poltrona di Pigeon.
Dietro alla poltrona in cui si teneva in uno stato d'inerzia quasi sonnambolica Enrico Acrisles, in piedi contro uno dei grandi caminetti spenti che si facevano fronte - uno per ognuno delle due lunghe pareti parallele - appoggiato col gomito al marmo, il baronetto Hendel, ricaduto oramai nel suo languore, guardava attorno a s con indifferenza.
Marga ebbe un gesto di decisione.
- Non si pu far altro che aspettare!...
E and a sedere sul divano presso alla porta dell'atrio. Romilde Veronelli, come un'ochetta impaurita e starnazzante, le corse accanto.
Ottaviano diede un'occhiata alla moglie, poi si diresse risolutamente verso Enrico Acrisles.
- Acrisles, vostro padre  morto e quel ridicolo gnomo, che deve essere davvero un detective per aver fatto quello che ha fatto,  andato a telefonare alla Questura. Occorre agire. Che cosa intendete fare?
Il giovane sollev lentamente lo sguardo su colui che lo interpellava. Sembr dapprima che non lo riconoscesse; ma a un tratto gli occhi gli lampeggiarono ed egli balz in piedi.
- Perch lo chiedete a me? - disse con violenza. - Non sono io che l'ho ucciso!
I due uomini si facevano fronte e si fissavano.
Tutti, improvvisamente distolti dal proprio intimo terrore, si erano volti verso di loro e tacevano.
Gli scatti dell'orologio tornarono a farsi udire.
Dopo qualche secondo, che sembr interminabile, il conte alz le spalle.
- Io non credo neppure che lo abbiano ucciso.... Chi volete che lo abbia fatto?
E ritorn sui suoi passi, andando a mettersi accanto al divano dove stava seduta sua moglie.
Enrico Acrisles lo segu con lo sguardo. Respirava precipitosamente ed era scosso da un tremito.
- Nessuno lo ha ucciso e lui non  morto! - ripet la voce acuta e lacerante di Pearl Selsirca. - Sar lui che ci uccider, quando gli piacer di alzarsi!
Enrico si volse verso la donna, ed ebbe un gesto d'ira; ma subito si domin e lentamente si diresse verso di lei.
Quando le fu vicino, le mise una mano sul braccio e le parl con voce ferma ma dolce:
- Pearl, calmatevi!... Sono io che vi chiedo di calmarvi. Mio padre  morto e tutto  finito!
Gli occhi neri di Pearl ebbero un lampo.
- Fosse vero! - mormor.
Poi si liber dalla mano del giovane e and a sedere in fondo, presso la porta dei salottini, in un seggiolone antico, sola e separata dagli altri.
.
2.
.
Si ud il rumore di alcuni passi brevi e, saltellanti venire dal bar e sulla porta apparve Curti B.
Egli era sempre senza cappello e senza pastrano, ma brandiva il suo bastone di canna, col manico d'osso ricurvo.
Si ferm sulla soglia e guard in giro i presenti, come se li contasse. E dovette contarli infatti, perch a rassegna terminata sembr soddisfatto.
- Tra poco sar qui il commissario De Vincenzi.  un gentiluomo.
Avanz di qualche passo e poi si ferm. Si era messo in modo da poter guardar tutti in volto.
Soltanto Luciano gli era dietro le spalle.
-  necessario, signori, ch'io vi parli. Credo di far l'interesse vostro, esponendovi la situazione con brutale chiarezza. Molti di voi, soprattutto le signore, possono non averla compresa.
Fece una pausa e guard l'orologio, che segnava adesso un'ora e dieci minuti.
- Calcolo che, per arrivar qui da San Fedele, al mio amico De Vincenzi occorrer almeno un quarto d'ora, dato che gli ho detto di non affrettarsi e di venire con un medico. Abbiamo il tempo di dirci le cose essenziali.
Guard coloro che erano tuttora in piedi e sugger con soavit:
- Perch non sedete? Ho bisogno, per farmi comprendere, che ognuno di voi abbia i nervi distesi e la mente calma. Sedete, vi prego!
Enrico Acrisles fu il primo a tornare alla sua poltrona, di fronte al cadavere, e a sedere. Gli altri, quasi incoscientemente, lo imitarono, raggiungendo le poltrone pi vicine.
Soltanto il conte Merani rimase in piedi e l'unico movimento che fece fu quello di appoggiarsi alla parete, tra il divano dove erano sedute sua moglie e la Veronelli e la poltrona dove si era lasciato cadere il commendatore Cohen. Aveva incrociato le braccia al petto, assumendo un atteggiamento di sarcastica rassegnazione.
- Bene! Meglio seduti che in piedi, dice un proverbio arabo...  vero che quel proverbio aggiunge: meglio morti che seduti; ma la filosofia orientale non  la nostra e certo il marchese Acrisles sarebbe stato assai pi soddisfatto, se lo avessero lasciato soltanto seduto... Non mi permetto di scherzare, signori! Dico le cose puramente essenziali. Ho voluto ripetere e ribadire che il cadavere che tutti noi purtroppo vediamo non  il cadavere di un suicida o di un infortunato;  il cadavere di un assassinato!...
Col gesto di un direttore d'orchestra, alz il bastone per prevenire ogni protesta e per imporre il silenzio.
- Ascoltatemi! Desidero dimostrarvi la verit della mia affermazione. Basta guardare il corpo di quel disgraziato, per convincersi ch'egli  morto per aver ingerito un veleno. Nessuna morte naturale, tranne forse quella per tetano, d convulsioni cos violente e tali da contorcere le membra a quel modo... - e la punta del bastone fu diretta verso la poltrona contro cui giaceva il corpo del vecchio Acrisles.
Nessuno segu l'indicazione del gesto e qualcuno anzi si volse dalla parte opposta del cadavere.
Antonietta piangeva sempre e la Grolli aveva gli occhi fuori dell'orbita.
- Quale veleno?... Io non sono medico, ma ho avuto pi volte occasione di occuparmi di veleni... Basta avvicinarsi al cadavere del marchese per sentire odor di mandorle amare!... Era per questo che io fiutavo!... Orbene, c' un solo veleno che tramandi quell'odore. L'acido cianidrico, volgarmente chiamato acido prussico... Sono pronto a scommettere la testa... oh, sicuro, essa mi  carissima e mi serve molto!... contro un pacchetto di tabacco dolce, che il medico tra poco confermer le mie parole. Dunque, acido cianidrico... Andiamo avanti. L'azione di tale veleno  fulminante. Dopo un massimo di ottanta o novanta secondi, chi ha ingerito l'acido cianidrico cade senza conoscenza e, dopo un minuto o due, le convulsioni cessano e sopravviene la morte.  quindi materialmente impossibile all'individuo avvelenato compiere un qualsiasi gesto ragionevole, dopo avere ingerito il veleno... Che cosa se ne deduce, signori miei?... Che il marchese Acrisles, se si fosse avvelenato volontariamente o per errore, avrebbe dovuto di necessit essere stato lui a vuotare l'acido nel bicchiere per poi sorbirlo... Ma l'acido... l'acido prussico intendo.... dove si pu tenere?... Ve lo ripeter il medico e intanto ve lo dico io: soltanto in una fialetta di vetro giallo o nero, ch il liquido incolore del nitrite formico... parlo ancora dell'acido prussico...  sensibilissimo alla luce, cos come  solubilissimo nell'acqua o nell'alcool... Dunque?
L'omino guardava in volto i presenti, a uno a uno, e non tentava neppure di nascondere l'aria di trionfo che gli illuminava il visuccio aguzzo e lo faceva sollevare sui tacchi.
- Dunque,  evidente che, se il marchese si fosse avvelenato da solo, noi avremmo dovuto trovare accanto al suo cadavere o poco distante la fialetta, che aveva contenuto il veleno. Ma la fialetta non c'!... Guardate! La fialetta non c'!...
Questa volta, l'interesse e la curiosit vinsero l'orrore e tutti si volsero verso l'angolo del morto.
Enrico Acrisles si gett a terra e cerc ansiosamente sul tappeto. Quindi pass le mani sul corpo del padre.
L'omino lo guardava fare e sorrideva, scuotendo il capo.
- Ho gi cercato io... e gli occhi di Vladimiro Curti B non fallano... La fialetta non c'!
Senza togliersi dalla sua posizione e ostentando di non guardare Vladimiro, il conte Merani disse con calcolata lentezza:
- Pu essere caduta sotto il corpo... Quando rimoveranno il cadavere, la troveranno...
- No, signor conte.  impossibile!
- Ma come lo sapete voi, per Dio?!... - grid Ottaviano con uno scatto furibondo. - C' da pensare che siate stato voi...
- No, signor conte! - ripet l'omino con soavit, senza cessare dal sorridere. - Io ne sono sicuro, soltanto perch ho gi trovato la fialetta, che conteneva il veleno... E l'ho trovata in un luogo dove sarebbe stato assolutamente impossibile al suicida di andarla a mettere, anche se avesse voluto compiere il gesto inconcepibile di versare il veleno, alzarsi dalla poltrona, nascondere la fialetta, per poi tornare a sedere e bere la miscela...
- Dove l'avete trovata, dunque? Mostratecela!... - E Ottaviano fece un passo minaccioso verso Curti B.
L'omino scosse il capo, tendendo il bastone innanzi a s, per difesa.
- Non ancora... Non l'ho tolta di dove si trova... Sarebbe stato troppo pericoloso e avrebbe complicato la situazione... Tra poco la indicher al commissario De Vincenzi e sar lui che ve la mostrer... se riterr necessario farlo subito...
.
3.
.
- Chiacchiere! - esclam il conte Merani; ma evidentemente la sua baldanza aggressiva era caduta, perch torn ad accasciarsi fra la poltrona e il divano, di fianco alla moglie.
Curti B abbass il bastone e si gir di tre quarti, riprendendo a guardare gli altri.
- Quanto vi ho detto dimostra che ci troviamo in presenza di un assassinio...  doloroso, ma  cos... E dimostra anche che la prima supposizione da farsi  che ad assassinare il marchese Acrisles sia stato uno di noi...
Un mormoro sordo si sollev. Ma fu breve. Tutti fissarono Vladimiro, attendendo.
- Quale veste ho io per accusare? Nessuna! Non accuso, prevengo. Uomo... o donna... prevenuto, con quel che segue...
Abbass il capo e prese a fissarsi la punta delle scarpe.
-  vero che questa volta prevenire... non vuoi dire salvare! Ma, insomma, io penso che, se tra noi c' il colpevole, costui toglierebbe tutti gli altri da una grossa sequela di guai, se volesse parlar subito... - Fece una pausa, poi diede una sbirciatina attorno a s e chiese con innocenza: - Che ne dite?
Nessuno gli rispose e lui sospir.
- Bene! Lasciamo andare... Dopo tutto pu darsi che il colpevole non sia qui... - e sorrise. - Attendiamo dunque, che l'inchiesta cominci...
Gli occhietti irrequieti e penetranti di Curti B osservavano la scena. Non uno dei movimenti delle donne e degli uomini seduti gli sfuggiva e tutta la sua attenzione era tesa a sorprendere i sentimenti e i pensieri dietro il giuoco delle fisonomie.
Si trovava nel suo elemento!
Quando, quella sera umida e nebbiosa, dopo aver mangiato alla solita trattoria di via Pattari, aveva improvvisamente deciso di andare a giocare al "ponte", non avrebbe davvero immaginato che il destino gli serbasse un delitto bell'e pronto!
E che delitto! E che assortimento di personaggi!
Doveva confessare a se stesso, e certo lo avrebbe detto fra poco anche al suo amico De Vincenzi, che lui si era deciso a fare il suo ingresso al Londra, perch della direttrice del giuoco e delle persone che lo frequentavano aveva sentito parlare. Di donna Maria Viscardi Negroni, assai bene; dell'ambiente, in modo da destare la sua curiosit. Un'accolta di donne, che erano o che erano state assai belle e che avevano avuto una vita avventurosa. In quanto agli uomini provenivano da ogni parte del mondo. Avventurieri?... Qualcuno gli aveva detto di peggio.
Ad ogni modo, egli appena veduto il cadavere aveva pensato a un delitto, appunto perch la sua diffidenza era gi desta e il suo spirito di osservazione durante quelle tre ore di giuoco aveva lavorato.
Oramai, le sue cellule grige erano in pieno fermento.
Sentiva che quella sarebbe stata la pi interessante - la sua vanit e il suo cinismo frutto del mestiere gli facevano pensare: la pi bella - di tutte le avventure criminali da lui vissute.
L'uccisione del vecchio gentiluomo straniero si presentava con tutti i caratteri di un delitto minutamente studiato e perfettamente eseguito. La scelta del luogo e del momento indicavano nel criminale un sangue freddo e un'intelligenza superiori.
Curti B non dubitava, e non avrebbe dubitato neppure se il caso non gli avesse fatto trovare la fialetta dell'acido cianidrico l dove l'aveva trovata, che l'autore dell'avvelenamento fosse una di quelle quindici persone.
Quale? Troppo presto per avventurarsi in supposizioni. Ma chiunque fosse di quegli uomini o di quelle donne, lui avrebbe avuto un avversario degno di s e che gli avrebbe dato filo da torcere.
Ebbe un sorriso di sfida. Ah, che disgrazia per quell'individuo che proprio quella sera Vladimiro Curti B si fosse recato al Londra!
Il suo sguardo si ferm su Pearl Selsirca Adaire.
Donna Maria gli aveva detto ch'era stata una vedetta di Hollywood.
Magnifica donna! Un temperamento e un cervello.
Adesso, si teneva tranquilla sul seggiolone di legno, in fondo al salone, un poco appartata dagli altri. Ma il suo volto era contratto. A ben osservarla, si sarebbe potuto cogliere il sussulto dei muscoli sotto la pelle.
Non vi  donna criminale che non sia nello stesso tempo una perfetta commediante e forse non v' donna che non lo sia almeno un poco.
Certo quegli enormi occhi neri potevano essere quelli di una avvelenatrice... Ridicolo! Niente come l'apparenza inganna. Quasi tutte le avvelenatrici della storia avevano un volto angelico e una aria da monachella.
E poi quale motivo avrebbe avuto Pearl Selsirca per uccidere il vecchio marchese?
Oh! Il motivo... No, Vladimiro non doveva ancora neppure avvicinarsi a un'ipotesi. Che cosa sapeva lui di quella gente? I nomi appena e neppure di tutti. Come parlare del movente?
Neanche del marchese Arturo Acrisles sapeva nulla.
Ed era l, morto. Malamente morto!
Il figlio guardava sempre il cadavere del padre. Che strana forma di fissit nel dolore! Si sarebbe detto che il giovanotto stesse imponendo a se stesso il martirio di quella contemplazione.
Era una punizione che aveva scelta, una forma morbosa o forse ascetica per placare i rimorsi?
Ma perch pensare subito a un parricidio?
Tic tac. Tic tac. Le sfere dorate giravano a scatti.
L'incubo continuava.
Eppure - le cellule grige dell'omino lavoravano - il centro focale di quanto era avvenuto e stava per avvenire doveva essere Pearl. Perla! Selsirca Adaire, un nome da cinema. O, forse, almeno uno di quei due cognomi era legittimo?
La guard di nuovo. S, una donna interessante. Turbevole, persino; ma troppo amazzone da tiro alla freccia. Curti B pens alla regina Cristina di Svezia, come l'aveva veduta sullo schermo, impersonata da Greta. Qualcosa di perverso era in Pearl. Di perverso e di evanescente, di impreciso. Anche le occhiaie le invadevano mezzo volto, come un'ombra...
E tutto il suo contegno, adesso, era ambiguo. La donna aveva ricevuto un colpo. O lo aveva dato? Ma perch un colpevole si sforzerebbe di apparire colpevole? Senza dubbio, soltanto un'assassina poteva avere quegli occhi allucinati, quel volto contratto...
Un sorrise apparve sulle labbra di Curti B: sapeva benissimo, lui, di farneticare...
Ma sarebbe venuto De Vincenzi a rimetterlo in carreggiata. De Vincenzi era un sensitivo; ma si faceva sempre guidare dalla logica e dalla ragione.
Lui, Corti B, era un emotivo soltanto e lasciava che la fantasia corresse... Molte volte la fantasia gli aveva permesso di arrivare dove la logica non lo avrebbe condotto mai; questo non voleva dire, per, che Pearl fosse un'assassina, soltanto perch lui aveva trovato la fialetta l dove l'aveva trovata.
Anzi, se mai...
E lo sguardo dell'omino si distacc da Pearl, per correre rapido su gli altri.
E tutti lo sapevano, adesso, che ognuno poteva esser sospettato d'esserlo, perch altrimenti l'incubo e il silenzio non avrebbero pesato su di essi cos come pesavano.
Il silenzio. Nessuno pi osava parlare. Aspettavano.
E il tic tac dell'orologio continuava.
C'era di che far diventare pazzo l'uomo dai nervi pi solidi!
Perch tacevano tutti a quel modo? Perch?
E Curti B si disse a un tratto che nessuno aveva pensato a coprire il morto.
Lui ci aveva pensato e non lo aveva fatto di proposito, per lasciare che l'assassinato continuasse a vivere in mezzo a coloro tra i quali si trovava il suo assassino. Ma gli altri?
...
.
...
PARTE QUARTA.
...
.
...
INCHIESTA.
.
1.
.
I passi nell'atrio si udirono sonori, pesanti. Fu, anzi, un vero scalpicco.
Nel salone tutti sussultarono. Qualcuno fremette. Ognuno, al modo che poteva, impallid. La porta si spalanc.
Quando videro l'uomo che apparve per primo, precedendo un piccolo gruppo di pastrani e di cappelli, spalancarono gli occhi dalla sorpresa.
Era un uomo ancor giovane, bruno, dal volto assai fine, dallo sguardo mobile e leale. Ma quel che pi meravigli quella gente fu di vedere che sotto il pastrano nero, di ottimo taglio e quasi troppo elegante, egli fosse in abito da sera.
Ed entr col cappello in mano, togliendosi i guanti.
Curti B gli corse incontro.
- Buona sera, commissario!
De Vincenzi gli fece appena un cenno di saluto e subito gir lo sguardo attorno, come per prendere possesso del luogo e delle persone.
- Mi direte poi, Curti B. Adesso, desidero vedere.
- Questo  da vedere, commissario - e l'omino tese il bastone verso il cadavere - ...e tutti questi signori sono da vedere e... da ascoltare.
L'uomo, ancora giovane e cos inaspettatamente corretto ed elegante, guard il cadavere. Quindi si volse al gruppo di coloro che lo avevano accompagnato e che si erano fermati sulla soglia.
- Dottore! - chiam.
Ad avanzare fu un signore con un pastrano grigio, troppo chiaro, e con una busta di pelle sotto il braccio, troppo nera al contrasto. Portava il cappello e non se lo tolse neppure davanti al cadavere soltanto si diede una manata in testa, per ricacciarselo sulla nuca.
Subito si mise in ginocchio ed afferr il polso del morto. Anche lui per prima cosa fiut.
- Mi volete spiegare, commissario, perch gli assassini adoperano di preferenza l'acido cianidrico, che  il veleno pi facile da individuare?
- Nessuno vi ha detto ancora che si tratta di un assassinio, dottore. - La voce di De Vincenzi era chiara, eguale; non suonava rimprovero, precisava un fatto. - Siete voi che, forse potrete dirmelo.
- Ma no... Se questo signore ha bevuto il veleno volontariamente, si tratta di suicidio. Che volete che ne sappia, io?
Era lapalissiano. Tocc le membra del morto, gli pass le mani, sul volto, tirandogli in basso le palpebre inferiori, per scendere a palpargli le vene del collo. Strinse con le dita a tenaglia le ginocchia piegate, le gambe contorte.
Si alz, riprendendo la busta nera, che aveva deposta sul tappeto e che non aveva neppure aperta.
In piedi, vide il bicchiere rovesciato sul piccolo tavolo, di fianco alla poltrona. Si curv - e fu un movimento lento e difficile, il suo, ch egli era eccezionalmente alto e il tavolo assai basso - e annus il vetro. Sollevandosi, sorrise:
- Vedete che prendo anch'io le precauzioni necessarie a non confonder le impronte?
De Vincenzi ebbe un gesto evasivo.
- In ogni caso, su quel bicchiere non si troveranno che le impronte del morto e quelle del barman... Quale necessit per l'assassino, se di assassinio si tratta, di toccarlo?
- Gi. E dimenticavo che voi cercate soltanto gli indizi... psicologici!
- Non soltanto, dottore; ma di preferenza.
- Come volete... S, il veleno  stato versato in quel bicchiere. Nessun dubbio. Non potrei dirvi altro... Ah! L'ora della morte... - Diede un'altra occhiata al cadavere: - Non direi meno di due ore... anche tenendo calcolo che questa sala  assai riscaldata...
De Vincenzi guard l'orologio, che aveva al polso:
-  l'una e quaranta, adesso...
- Be', direi che  morto verso le undici... E io ho finito. Posso andarmene?
De Vincenzi accenn a un sorriso, assentendo col capo.
- Buon riposo, dottore!
- Se vegliare alla Guardia medica per voi vuol dire riposare, il mio  un riposo! - Si calc il cappello e fece un largo gesto di saluto: - Buona notte, commissario!
Tutti, nel salone, s'erano alzati e avevano seguito l'esame del medico con attenzione concentrata. Adesso, lo guardavano uscire, senza portar via con s neppur uno dei loro crucci.
- Un momento, dottore! Dovrei pregarvi di dare un'occhiata di qua...
La voce di Curti B aveva suonato in falsetto e aveva colpito gli astanti come una frustata. Si ud ancora la risata isterica di Viola Manning, e Antonietta, aggrappandosi al braccio di donna Maria, ricominci a piangere.
De Vincenzi diede un'occhiata in giro, fiss in volto le donne e, dopo aver guardato Curti B, disse con voce tranquilla:
- Venite allora, dottore, per cortesia.
L'omino si avvi verso la porta del bar. De Vincenzi fece un cenno rapido ai due uomini che, primi di un gruppo di cinque, stavano sulla soglia e, accompagnato dal dottore, lo segu.
.
2.
.
Nel bar, Curti B attese i due e, quando se li vide accanto, indic loro una delle poltrone, che erano attorno al primo tavolo, presso la porta del salone.
Sul velluto grigio ferro spiccava una borsetta, a rete d'oro assai fitta, con un rubino contornato da brillanti per fermaglio.
Ebbene?
- Apritela, commissario. Io l'ho gi aperta...
- A chi appartiene?
- Apritela! Ve lo dir.
- E io che c'entro? - borbott il medico.
L'omino afferr lui la borsa, la apr e la porse aperta al commissario.
Un portasigarette d'oro, una bustina di fiammifero, un portamonete e un piccolo portafogli di pelle rossa, una scatola d'argento, un fazzoletto. Tra la pelle del portafogli e l'oro del portasigarette, una fialetta rotonda di vetro giallo, col tappo smerigliato.
- Prendete quella fialetta, dottore, e annusatela.
Fu De Vincenzi a prenderla e a porgerla al medico. Questi se l'accost appena alle narici e mand un leggero fischio.
- Sacripante, allora!... L'acido cianidrico stava qui dentro!
La fialetta era vuota e l'odore di mandorle amare che mandava era acutissimo.
De Vincenzi la rimise nella borsetta d'oro e fece scattare la molla della cerniera.
- A chi appartiene?
- A una stella!... Pearl Selsirca Adaire, stella di Hollywood. La conoscerete subito, tornando di l. Quando vi ho detto al telefono che si trattava di un delitto, non avevo ancora scoperto quella fiala. L'ho trovata, tornando nel salone dopo telefonato. Ho voluto passare da quella porta, che conduce nell'atrio attraverso un corridoio... - e indic la porta a vetri in fondo al bar. - Passando qui, ho veduto la borsetta, che Pearl Selsirca aveva certo dimenticata nell'ansia di correre di l al grido mandato da donna Maria e non so quale diavolo o quale angelo mi ha suggerito di aprirla! Ecco.
De Vincenzi lo guard qualche istante, poi si mise la borsa nella tasca del pastrano.
- Come mai vi siete trovato qui stasera, Curti B?
- Il caso! rispose l'omino, con un sorriso pieno di malizia e di fatuit. - Non sapete che adesso adoro il "ponte"? E questo, caro commissario,  un luogo dove non si fa altro che giocare al "ponte".
- Conoscete le persone che son di l?
- Se aver giocato con tre di esse dalle nove e mezzo a poco dopo la mezzanotte vuol dire conoscerle, ne conosco tre. Le altre, e anche quelle tre, mai viste prima di stasera.
- Bene. - Si volse al dottore; ma un'idea improvvisa lo fece tornare a Curti B: - E perch avete subito pensato a un delitto, anche prima di trovare la fialetta?
- Ah, questo  un altro affare! Vi dir. Questione di atmosfera. Posizione del tavolo sul quale  posto il bicchiere rovesciato. Scetticismo istintivo per un suicidio compiuto nel salone di un albergo, mentre sedici persone si trovano nella stanza accanto. E, infine, il fatto preciso che il recipiente che aveva contenuto il veleno non si trovava accanto o addosso al cadavere, come logicamente si sarebbe dovuto trovare, se l'uomo avesse compiuto da s, volontariamente, il gesto di versare il veleno nel bicchiere e poi di bere. Lo avrebbe gettato in terra o deposto sul vassoio, no?... Ho pensato,  vero, che poteva esserselo messo in tasca e mi riserbavo di chiedervi che lo frugaste; ma adesso  inutile.
- Strano! - mormor De Vincenzi. - L'autore di questo delitto non  certo persona di scarsa intelligenza e pure ha rinunciato al mezzo sicuro di camuffarlo in suicidio. Perch non ha lasciato la fialetta accanto al cadavere?
- Oh! Rispondere a questa domanda  facile, commissario!... Pensate che il marchese Acrisles stava seduto nella poltrona e leggeva o sonnecchiava. Avete veduto? La spalliera di quella poltrona, come delle altre,  tanto alta da nascondere completamente la persona che vi siede. Allo stesso modo, chi vi  seduto non pu vedere dietro di s. Il tavolo col bicchiere era un po' indietro, quasi nascosto dalla spalliera. L'assassino si  avvicinato alla poltrona senza farsi udire... coi tappeti che ci sono  facile... Ha versato il veleno nel bicchiere verosimilmente pieno di whisky... ve lo dir il barman... e se ne  andato... Come volete che corresse il rischio di gettare la fiala, se il marchese era ancora vivo?
- Ma non c' neppure da pensare che sia stato tanto idiota da rimettersela nella propria borsetta!
- Oh, no... a meno che... Ma non vi sembra troppo presto, per avventurarci nelle ipotesi?
De Vincenzi pensava che era il suo destino, oramai, di trovarsi fra i piedi Curti B a ogni delitto misterioso. E non malediceva al destino, in fondo, perch quel buffo esemplare della razza umana gli era simpatico e lui sapeva apprezzarlo in tutto il suo valore.
.
3.
.
- Oh! Dovrebbero chiudergli gli occhi!
E Fanny Grolli si fece il segno della croce.
Adesso, tutti si erano alzati e formavano gruppo contro il grande tavolo di quercia.
De Vincenzi, che osservava il cadavere, si volse.
- La direttrice del giuoco, per favore...
Donna Maria si agit e fece un passo avanti.
- Sono io... - balbett.
Sembrava pi che mai un topolino bianco spaventato.
- Conoscevate bene il marchese Acrisles?
- C' suo figlio... - rispose donna Maria, indicando con un movimento della testa Enrico, che era l'ultimo del gruppo, verso la poltrona dalla quale si era alzato.
De Vincenzi gli fece un leggero inchino col capo.
- Tutta la mia simpatia per la disgrazia che vi ha colpito...  una dura prova; ma dovr interrogarvi... Dovr interrogare tutti voi signori,.. Nessuno potr uscire di qui, finch, non lo abbia fatto...
Il gruppo si agit.
Il conte Merani intervenne.
- Sono il conte Ottaviano Merani... - Si volse e pose la mano sul braccio di Marga. - E questa  mia moglie. Tutto quello che  avvenuto  molto spiacevole... voglio dire molto doloroso... ma n mia moglie n io c'entriamo...
S'interruppe, poich De Vincenzi lo ascoltava scrutandolo, e non aveva fatto alcun cenno per incoraggiarlo.
- Sono le due... - riprese il conte, alzando la voce con violenza. - Credo che non abbiate il diritto di tenerci qui tutta la notte... Rimandate gli interrogatori a domattina...
De Vincenzi scosse la testa.
- Mi dispiace, ma non  possibile.
-  un abuso! - grid il conte, acceso in volto.
- Non credo... - E gli volse le spalle, tornando a guardare il cadavere. - Cruni! - chiam, diretto verso la porta, dalla soglia della quale gli agenti venuti con lui non si erano mossi.
Avanz un uomo basso, tarchiato, con un volto rude ed espressivo, da buon cane di guardia.
- Dottore...
- Fatti dare un lenzuolo dal portiere... che lo prenda in una camera o dove vuole... e copri il cadavere... - Fece un giro su se stesso e fronteggi il gruppo: -  stato commesso un delitto, lo sapete... La giustizia deve seguire il suo corso. Adesso, interrogher tutte le persone presenti. Cercher di farlo rapidamente... Favorite sedere.
Qualcuno sii allontan verso i divani e le poltrone. La Grolli ripet con voce stranamente rauca, sbarrando gli occhi immensi addosso al commissario.
- Ma dovete chiudergli gli occhi!
- Se c' qualcuno che voglia e sappia farlo, io non mi oppongo... - e si guard in giro.
Nessuno si offr.
- Oh! - si lament la grossa donna e si copr il volto con le mani.
- Lo far il dottore, quando sar mattina... - concluse De Vincenzi e non disse che alla mattina il dottore avrebbe, invece, sezionato il cadavere per l'autopsia.
Tornava il maresciallo Cruni con un lenzuolo. De Vincenzi lo aiut a coprire il cadavere. Anche la poltrona e parte del tappeto scomparvero sotto il lenzuolo bianco, ch'era vastissimo.
- Cominciamo! - E si diresse verso il bar. - Cruni, fatti dire il nome di tutte le persone presenti, con le loro generalit, e portami subito l'elenco.
L'omino gli trotterell dietro, agitando il bastone, che non aveva deposto.
.
4.
.
Sedettero al tavolo di fondo presso la porta dei gabinetti di toletta, nella rientranza del muro. Sul tappeto verde erano ancora le carte abbandonate dai giocatori, le matite e i blocchi per segnare i punti. I portacenere erano colmi di mozziconi.
- Curti B, questa volta non saprei a che titolo farvi seguire l'inchiesta... se non a quello di sospetto. Non vi illudete che possa lasciarvi le mani libere, come per l'assassinio di Walter... e non crediate di poter agire a modo vostro, complicandomi il lavoro come faceste per il caso Drake...
- Quella volta, non sapevate ancora chi fossi, commissario! E io non avevo un'Agenzia di Polizia Privata...
-  vero... sorrise De Vincenzi. - Ma  anche vero che a uccidere il marchese Acrisles potete essere stato voi, come qualunque altro di quei signori e di quelle signore...
L'omino scosse il capo.
- Difficile!... Io non mi sono mosso di qui dentro... giocavo a questo tavolo... e indic il tavolo dietro di s, nell'angolo.
- E gli altri, allora?
- Quasi tutti sono usciti... Sapete, commissario, al ponte il "morto" non ha nulla da fare e pu benissimo alzarsi, e andarsene per qualche minuto.
- Oh! Allora, una qualsiasi di quelle quindici persone pu aver versato il veleno nel bicchiere?
- Precisamente! - sospir l'omino. - E nessuno sapr dirvi, me compreso, in quale momento preciso sono uscite e chi  uscito... A meno che...
- A meno che?...
- Oh, un'impresa improba! Bisognerebbe ricostruire tutte le partite giocate e fissare con una certa approssimazione, che sarebbe per vicina alla verit, il momento preciso in cui ognuno dei dodici giocatori ha fatto il "morto"...
- E gli altri quattro?
- Gi!... Il barman credo che sia da escludere... Rimangono donna Maria, la direttrice del giuoco, il marchese Acrisles, figlio dell'ucciso... e il conte Merani... Tutti e tre non giocavano.
De Vincenzi tamburell con le dita sul tavolo. Era il suo tic di quando la perplessit gli gravava addosso.
- Sar impossibile ricostruire tutte le partite...
- Oh, sar atrocemente difficile...
- Ma sar invece possibile - disse De Vincenzi con un lampo - far sedere tutti ai posti che hanno occupato durante la serata e chiedere ad essi il momento in cui si sono alzati e perch lo hanno fatto. Non mentiranno, dato che ci sarebbero gli altri a smentirli.
- Oh, s, mentiranno e ne deriver una babele di contestazioni! Ma la vostra  un'idea geniale e credo che sar l'unica che possa aiutarvi, in un certo modo...
- Vedremo... - mormor De Vincenzi, e tese la mano a prendere il foglio che Cruni gli porgeva.
- Qualche nome ho dovuto farlo scrivere da loro stessi... ch sono nomi ostrogoti per me!...
- Va bene cos, Cruni... Va' di l e ' rimani davanti a questa porta... Gli agenti rimangano nell'atrio e non facciano uscire nessuno... Mandami il barman e poi il portiere di notte...
Scorse rapidamente la lista.
- Nessun nome conosciuto in modo particolare...
- Dagli archivi volete dire?
- Oh! Non credevo o... speravo di capitar di primo acchito su qualcosa del genere! Un assassino di professione non si fa acchiappare sul fatto, in un ambiente come questo. E, in ogni caso, non avvelena e non avvelena a quel modo... Ma, insomma, sono nomi per me proprio sconosciuti... Domattina far far ricerche dall'ufficio per gli stranieri... Forse, il mio collega Riboldi sapr dirmi qualche cosa.
Si alz.
- Dunque, amico Curti B, in un affare come questo e con tutta quella gente che cercher di difendersi coi denti e le unghie... non mi posso permettere imprudenze. Tornatevene di l, insieme agli altri e assumete la vostra parte di... sospetto. - Lo fiss e rise: - Non credete che potrete giovarmi assai di pi cos?
- Lo credo, commissario!....E ve lo avrei proposto io se voi non lo aveste fatto... Verr da voi nella mattinata, a San Fedele... 
E usc dignitoso e impettito, facendo la sua comparsa tra gli altri col volto atteggiato alla pi amara disillusione e al pi forte sdegno.
Luciano entr subito, appena uscito Curti B.
De Vincenzi lo accolse in piedi.
- La mattina a che ora prendete servizio?
- Alle undici.
La domanda inaspettata lo aveva evidentemente sorpreso e adesso osservava con diffidenza quel signore cos per bene, che poteva benissimo essere uno dei suoi clienti abituali, piuttosto, che un commissario di polizia.
De Vincenzi si tolse il pastrano e lo depose su di una poltrona col cappello e i guanti. Poi raccolse le carte da giuoco sparse sul tavolo e cominci a mescolarle.
Rimaneva sempre in piedi e ostentava di non guardare il barman.
- E dalle undici non uscite di qui dentro che alla notte?
- Alle tredici vado a mangiare e sono libero fino alle quindici. Ma di solito non esco dall'albergo.
De Vincenzi allineava ora le carte sul tavolo per un solitario. Volse il capo e diede un'occhiata all'uomo. Ancora giovane, Luciano aveva il volto magro e tirato, la pelle pallida, gli occhi arrossati.
- Uhm!... Star rinchiusi qui dentro non  igienico!...  un mestieraccio il vostro... quasi quanto il mio... - Aveva di nuovo rivolto la sua attenzione alle carte. - Avrete imparato il "ponte" anche voi, no?... A che ora cominciano?
- Alle sedici e mezzo... Smettono alle venti, per riprendere alle ventuna e trenta.
-Vi danno molto da fare?
- Secondo... Il servizio in fondo  leggero... ma non ci si pu muovere di qui.
- Naturalmente... Voi, per, dovrete pure andare nel salone e nelle altre sale?
Luciano sorrise e si raddrizz nella persona. Aveva capito finalmente dove l'altro voleva arrivare, con tutte, le sue chiacchiere innocenti.
- Questa sera c'erano giocatori soltanto qui e il salone non mi ha dato lavoro...
- Nessuno nel salone?
- Nessuno... tranne il marchese Acrisles, che non ha voluto giocare...
- Giocava sempre?
- Questa  la prima sera che ha rifiutato la partita. Non ricordo di averlo mai veduto fermarsi a leggere nel salone.
De Vincenzi pass le mani sulle carte allineate, mescolandole.
- Non viene!... - E sorridendo si volse a fissare il barman negli occhi. - Sapete perch questo solitario non  venuto, Luciano?
- S, signore. Non  venuto, perch voi avete messo le carte in fila, senza una regola. Non ho mai veduto fare solitari a quel modo...
- Infatti... non era un solitario. Ma voi siete osservatore e questo m'interessava di sapere. A che ora avete portato quel vassoio col bicchiere e il sifone al marchese Acrisles?
- Saranno state le ventidue...
- Come lo sapete?
- Oh! Non lo so, perch mi capita di rado di guardare l'orologio prima che sia mezzanotte suonata... Ma posso dirvelo, perch il marchese  venuto alle ventuna e mezzo...
- Solo?
- Con suo figlio.
- Continuate.
- E io ho potuto servire tutti i tavoli da giuoco, prima che lui mi chiamasse per ordinarmi il whisky... S, credo di non sbagliare... Saranno state le dieci...
- Il marchese veniva tutti i giorni?
- Il pomeriggio sempre, la sera quasi sempre...
- Da quanto tempo?
- Non potrei dirvelo con precisione. Qui tutti i giorni sono uguali e ci si confonde! A me capita di non saper neppure che giorno sia, talvolta... Saranno due mesi... forse pi... Ricordo che lo vedemmo comparire dopo due o tre giorni che era arrivata la signora Adaire...
De Vincenzi fece mostra di consultare la nota dei nomi datagli da Cruni.
- Pearl Selsirca Adaire?
- Precisamente, signore.
- Avete detto: arrivata?
- S. La signora Adaire alloggia nell'albergo.
- Capisco... E si conoscevano?
- Non so, signore. Assai spesso li ho veduti parlare assieme, ma questo naturalmente capita a tutti coloro che vengono qui. Quando non giuocano, conversano.
- E il figlio del marchese?
- Il signor Enrico veniva a giocare anche prima che ci venisse il padre.
De Vincenzi batt la mano sulla spalla di Luciano.
- Siete un uomo intelligente, Luciano. E pieno di prudenza. Doti necessarie a un buon barman. Credo che oggi, dopo le undici verr a prendere l'aperitivo qui, per conversare un poco con voi, tranquillamente. Adesso, andatevene di l e, mandatemi il portiere di notte.
Luciano s'inchin e usc. Se gli avessero detto che esisteva un commissario di polizia fatto a quel modo, non lo avrebbe di certo creduto...
In quanto a De Vincenzi, aveva fissato alcuni punti essenziali dentro di s. E tra gli altri questo: se anche Luciano avesse veduto l'assassino versare il veleno nel bicchiere, non lo avrebbe detto. E non lo avrebbe detto perch, lui, era felicissimo che il vecchio marchese Acrisles fosse morto...
Il portiere di notte aveva la testa rasata con la macchinetta a zero e gli occhi neri come due carboni in un volto magro e tutto rughe.
- Due sole cose desidero che voi mi diciate. Ma voglio che mi diciate la verit. 
E De Vincenzi lo fissava in volto.
- Uhm! - fece per tutta risposta l'uomo.
- Prima. Potete assicurare con giuramento che nessun estraneo... nessuno voglio dire che non sia una di quelle sedici persone raccolte ora di l... ha varcato la porta del salone dopo le ventuna e mezzo di questa sera?
L'uomo batt le palpebre e inconsciamente strinse i pugni. Doveva essere il suo modo di esercitare la memoria. Finalmente, assent con forza.
- S. Ne sono sicuro. Questa sera non  entrato nessuno nel salone.
- Bene. Credo sia inutile che io interroghi subito i due ragazzi al riguardo, non  vero?
- Oh, quei due... - e scosse il capo. Certo non aveva alcuna stima dei due efebi con l'uniforme color del caff e latte.
- Seconda. Chi avete veduto uscire dalla porta del salone, dopo le ventuna e trenta?
-Tutti!
- Che cosa volete dire?
- Che ne sono usciti tanti, per venire al telefono. Lo fanno sempre.  una processione!
- Ah! - fece De Vincenzi.
Press'a poco era quello che gli aveva detto Curti B: ognuna di quelle sedici persone tranne naturalmente l'omino, il quale affermava di non essersi allontanato dal tavolo, e alla cui colpevolezza De Vincenzi non avrebbe comunque mai creduto - poteva avere avvelenato il machese Acrisles.
- Capisco. Ma, se io vi chiedo di andarvene al vostro banco, di concentrarvi e di scrivermi i nomi di tutti coloro che avete veduto uscire dal giuoco e recarsi al telefono questa sera, credete di potervi riuscire?
- Uhm!... Prover... ma non garantisco di non sbagliare. Sarebbe pi facile che vi dicessi chi non  uscito. E, per farlo, dovrei vedermeli tutti dinanzi.
- S, proveremo anche questo. Ma intanto tentate di farmi l'elenco, che vi ho chiesto... e cercate 'di indicare l'ora approssimativa in cui sono usciti...
L'uomo si allontan senza dir nulla. Di poche parole sempre, il compito affidatogli lo aveva ammutolito del tutto.
Rimasto solo, De Vincenzi trasse dalla tasca del pastrano la borsetta d'oro di Pearl Selsirea Adaire e and a rimetterla sulla poltrona di dove l'aveva presa, cercando di nasconderla il pi possibile fra il cuscino e la spalliera...
Poi si affacci alla porta del salone.
Tutti si volsero a guardarlo.
- Ancora due o tre persone da interrogare separatamente, quindi vi chiamer tutti nel bar, per pregarvi di riprendere i posti che avete occupati tutta la sera.  necessario... - Non lasci loro il tempo di rendersi conto di quanto aveva detto e chiam - Marchese Enrico Acrisles... Volete favorire?
Enrico si alz e travers il salone a passi lunghi, tenendo la schiena curva e il capo un poco reclinato sulla spalla sinistra.
- Cammina come suo padre! - mormor abbastanza distintamente Pearl Selsirca e tutti la videro rabbrividire.
.
5.
.
De Vincenzi diede un colpo alla spalliera di una poltrona, per volgerla in modo che ne fronteggiasse un'altra. Sedette e indic col gesto ad Enrico Acrisles la poltrona che aveva preparata per lui.
Il giovane vi si lasci cadere e accavall le lunghe gambe.
Diede un'occhiata attorno a s, pose le mani sui bracciuoli e si abbandon contro la spalliera, come stremato.
E doveva esserlo in realt.
Dopo qualche istante di silenzio, disse lentamente:
- Perdonatemi! Ma avrei bisogno di trovarmi solo. Soltanto la solitudine e l'isolamento potrebbero non farmi pensare...
- Capisco. Ma, forse, una visione non vi abbandonerebbe. Avete fatto male a fissare tanto intensamente il cadavere di vostro padre.
- Era necessario! Soltanto a quel modo egli avrebbe potuto svelarmi il segreto della sua morte.
De Vincenzi non gli chiese se il segreto gli fosse stato svelato. Quel giovanotto dal volto cadaverico aveva uno sguardo febbrile, che occorreva far spegnere prima di poterlo interrogare ragionevolmente.
- Appena potr, m'imbarcher sul panfilio che abbiamo a Genova e mi metter a navigare senza mta. L'Oceano  un amico che non ci rivolge domande e che non s'interessa alla nostra sorte. Se si arriva alla mta, bene, se non si arriva, vuol dire ch'egli ci ha accolti per sempre.
Parlava dell'Oceano o della vita? Della vita assai probabilmente. Qualcosa si era spezzato in lui, quella sera, ed egli pensava che di arrivare alla mta non valesse pi la pena.
Ma era possibile che la morte del padre avesse schiantato tutte le molle di quel corpo, i centri di comando della sua volont? 
- Avete un panfilio, marchese Acrisles?
- Naturalmente. Mio padre ... - si morse le labbra a sangue - ...era molto ricco...
- Acrisles  un nome...
- ...greco. Mio padre era nato a Larissa, in Tessaglia; emigr in America da bimbo ed  stato naturalizzato americano. Io sono nato in California.
- Da quanto tempo siete venuto in Europa?
- Da sei mesi, circa. Mio padre ha voluto lasciare Nuova York, perch era determinato a non occuparsi pi d'affari. Dopo un giro in Grecia, ci siamo fermati a Milano. Mio padre intendeva stabilirvisi.
- Non avete la mamma, marchese?
-  morta, dandomi alla luce... Ventotto anni fa.
- E vostro padre non si era riammogliato?
- No... non credo... Perch mi chiedete questo?
Si era un poco irrigidito e le dita delle mani lunghe, bianche, nodose, si contraevano sui bracciuoli.
-  una domanda... Che volete? Procedo in questo affare come si cammina per la strada, questa notte: tra la nebbia. Faccio le domande che mi passano pel capo, per cercare di orientarmi. Ma avete detto: non credo. Se lo avesse fatto, voi lo sapreste, no?
- Certo!... Ma non  con domande di tal genere che riuscirete a trovar la via, commissario.
- Pu darsi.
Per qualche istante, i due uomini tacquero.
- Credete che vostro patire avesse qualche nemico, qui, a Milano?
- Evidentemente, ne doveva avere almeno uno, se  vero che lo hanno ucciso. Siete sicuro che lo abbiano assassinato?
- Vi spieghereste meglio un suicidio, voi?
Il giovane abbass lo sguardo. Moveva la gamba nervosamente. Il pantalone sembrava sventolare attorno a un bastone, tanto lui era magro.
- Non ho mai compreso mio padre e credo che mio padre non abbia mai compreso me. Vivevamo assieme come due estranei. L'abitudine ci univa, per, strettamente. Non mi sembra possibile che sia morto!
Parlava, adesso, con meditazione, facendo uno sforzo per leggere dentro di s e per dire soltanto cose ragionevoli, esatte.
- Quindi vi spieghereste anche un suicidio?
- Ma ho sentito voi, il medico e quell'altro signore affermare che il suicidio era impossibile!
- Infatti!... E non sapreste dare un nome a chi lo ha ucciso?
- Era un uomo bizzarro!
- Chi?
- Mio padre. Si faceva un merito con se stesso di agire senza che nessuno conoscesse le sue azioni, o per lo meno gli scopi di esse. Se mi domandaste in qual modo egli era divenuto ricco, io non saprei dirvelo. O per le meno dovrei ripetervi quel che a Nuova York e in California si diceva di lui: che aveva il dono di conoscere il luogo dove si pu raccogliere denaro. Altro non so.
-  strano!
- Forse anch'io sono bizzarro quanto lo era lui. Non ho mai sentito il bisogno di conoscere a fondo la sua vita...
- Adesso, erediterete le sue ricchezze?
Fece un gesto con la mano.
- Non so... Assai probabilmente, no. Egli mi aveva fatto una forte donazione in vita, tale da bastare ai miei bisogni.
- Dove alloggiate, qui a Milano?
- Due appartamenti separati al Continentale. Io non sono mai entrato nelle stanze di mio padre.
Diceva la verit? Le sue affermazioni erano cos strane, tanto incredibili, che certo doveva dire la verit. Nessuno inventa una menzogna, che non sia credibile... a meno che non voglia sconvolgere le idee di chi lo ascolta.
- Questa sera vostro padre era del suo solito umore?
- Qual era l'umore solito di mio padre? Chi potrebbe dirvelo? Egli passava dall'allegria alla collera, allo sdegno, all'amabilit, alla scontrosit, senza transizione. Cos, talvolta compiva un atto di generosit persino eccessivo e tal'altra sapeva essere crudele con perfidia. Che egli amasse sinceramente qualcuno non mi sono mai accorto. Mentre assai spesso ho temuto che egli odiasse tutti... Eppure, credo che, se io fossi morto prima di lui, gli sarei mancato... come oggi lui manca a me.
Sembr a De Vincenzi che alle ultime parole la voce di Enrico Acrisles si fosse spezzata bruscamente; ma il volto del giovane era rimasto impassibile.
- Di tutti coloro che si trovano qui stasera... e che, quindi, possono avere ucciso vostro padre... chi conoscevate prima che il caso ve lo facesse incontrare ai tavoli del "ponte"?
Aveva formulato la domanda con precisione, per non lasciargli scappatoie. Sentiva che il giovane si abbandonava a quelle sue mezze confessioni brutalmente sincere, per non esser condotto a dire quel che non voleva.
- Fabius Pigeon era una specie di segretario di mio padre... Lo era stato anche a Hollywood e ci aveva seguiti in Europa...
Hollywood... Pearl Selsirca Adaire... De Vincenzi sentiva di "bruciare".
- E poi?
- Io, personalmente, avevo stretto amicizia coi conti Merani... Alloggiano nel nostro medesimo albergo, perch hanno soltanto una villa in Brianza... e la contessa desidera passare l'inverno in citt.
- E poi?
- Credo che siano capitati qui due americani... uno di essi oggi per la prima volta... che mio padre doveva conoscere...
- I nomi?
- Blitz e Brocksley...
- Non sapreste dirmi null'altro di loro?
- Vi sar facile saperne assai pi di me... Baster che telegrafiate alla Polizia di Nuova York. Io non so altro.
- Capisco. E poi?
- Donald Hendel  stato nostro ospite in California...  un baronetto inglese, che giuoca meravigliosamente al golf, al polo... e anche al "ponte"...
- Vedo!  strano che tante persone di conoscenza si sieno ritrovate per caso attorno ai tavoli del "ponte" di un albergo di Milano... Dico che il caso mi sembra strano, perch sono tutte persone che provengono da ogni parte del mondo...
- Il caso!... - mormor Acrisles e scosse la testa.
- Per questa notte basta, marchese. O, per lo meno, basta discorrere da soli. Domani, parleremo ancora.
Enrico Acrisles si alz. Sembrava contrariato, come se la conversazione si fosse interrotta troppo bruscamente. S'inchin e mosse verso la porta.
- Marchese!
- Commissario...
- Sapete perch vostro padre non abbia voluto giocare questa sera?
- Una bizzarra. O, forse, era veramente stanco.
- Vi siete mai allontanato dalla tavola da giuoco?
- Io questa sera non giocavo.
- Ah! Perch?
- Non eravamo in numero, per fare un quarto tavolo.
- E, allora, volete dirmi se siete mai andato nel salone, durante il giuoco, e se vi siete avvicinato a vostro padre?
- Sono certamente uscito dal bar almeno due volte... Anzi, due volte soltanto... per andare a telefonare... ma non mi sono avvicinato a mio padre.
- Perch?
- La prima volta egli parlava col conte Merani...
- A che ora?
- Oh! Assai presto nella serata... forse, prima delle dieci...
- E la seconda volta?
- Sono passato in fretta, perch avevo urgenza di telefonare e, vi confesso, non mi sono neppure ricordato che mio padre fosse l... Sapete? La spalliera della poltrona lo nascondeva completamente.
- Ho visto. E volete dirmi a chi avete telefonato e che ora era, quando avete traversato il salone la seconda volta?
- Ho telefonato tutte e due le volte a un mio amico, per pregarlo di farmi da padrino in un duello. Alle undici e mezzo, egli mi doveva dire se aveva trovato l'altro secondo.
- E lo aveva trovato?
- S.
- Grazie, marchese. Tutto quello che non vi ho chiesto adesso ve lo chieder domani.
.
6.
.
Psicologicamente, e cio potenzialmente, tutti costoro sono capaci di un delitto.
Perch pensava questo, lui?
Non ne aveva il diritto. Egli non poteva dire di conoscere quella gente, ancora. Certo, l'ambiente... l'atmosfera... Si sentiva avvolto da una nebbia pesante, tutta aghi... La medesima sensazione, che aveva provata, uscendo da San Fedele, un'ora prima... Un'ora? Da quando, aveva varcato la soglia del salone e aveva contemplato il cadavere, non era trascorsa che un'ora ed egli aveva la convinzione che fosse passata un'eternit.
Tutti quei volti gli erano familiari, oramai, eppure li aveva appena guardati...
Enrico Acrisles, s, quello cominciava a conoscerlo davvero. E, attraverso lui, si era fatta una idea di suo padre. Oh, quanto imprecisa! La personalit del morto gli appariva avvolta in una nube bianca, come l'ectoplasma delle rievocazioni spiritiche. E non era appunto una rievocazione quella che lui avrebbe dovuto fare?
Il figlio del morto stava per avere un duello... Un duello? A De Vincenzi il fatto sembrava soltanto comico. Poteva avere importanza? Anche il padre aveva avuto un duello mortale con un avversario ignoto!
Di proposito, egli si era studiato di non andare a fondo, di non chiedere tutto; anzi, aveva taciuto proprio le domande essenziali, con Enrico Acrisles e col barman, perch desiderava ch'essi potessero sentirsi liberi, potessero agire senza diffidenza, quando tra poco li avrebbe chiamati, con gli altri e avrebbe imposto loro una ripetizione di gesti e di parole...
Ma adesso doveva interrogare Pearl Selsirca Adaire.
Si alz e si fece sull'uscio.
Guard soltanto l'orologio antico e sotto l'aquila lesse una data - numeri sottili, neri, circoscritti in un piccolo rettangolino bianco - 1568.
Una data o un numero? Intanto, diceva:
- Prego la signora Selsirca Adaire di favorire...
E si ritrasse.
" noto che le donne criminali hanno maggior resistenza degli uomini...".
Pearl, entr nella maniera pi semplice. Se De Vincenzi si fosse aspettato di vederle fare un'entrata teatrale, qualcosa del genere cinema, la sua attesa sarebbe stata delusa.
Aveva varcato la soglia con rapidit, si era diretta risolutamente verso la poltrona sulla quale, poco prima stava sdraiato Enrico Acrisles e vi si era seduta. L'abito di velluto rosso era una fiamma e le manopole di brillanti ardevano.
- Desiderate interrogarmi, commissario?
Una voce netta, senza incrinature.
- Oh, no... Non  un interrogatorio, il mio.
- Chiamatelo come volete. Il fatto rimane. Voi desiderate sapere che cosa io facessi nel momento in cui Arturo Acrisles veniva ucciso. Potrei averlo ucciso io...
De Vincenzi accenn a un gesto di protesta.
- Perch no? In un film, che volevano farmi girare e che non feci... un detective scopriva la colpevole, risalendo alla sua terza generazione. Discendeva dalla marchesa de Brinvilliers... Anche l si trattava di avvelenamento.
Fece una pausa. Gli occhi - grandi, troppo grandi, neri, cerchiati... - sorridevano di malizia Poco prima sembrava una allucinata. Come aveva fatto a trovare quella calma?
Potreste risalire a tutte le generazioni degli Adaire... non troverete alcuna avvelenatrice...
- E dei Selsirca?
- Selsirca era il nome di mio marito.
- Morto?
- Oh, s.
Una impercettibile pausa, poi De Vincenzi chiese:
- Perch lo avreste ucciso, voi?
Gli occhi le lampeggiarono. Fu un vero guizzo di fuoco quello che le travers le pupille.
- Di chi parlate?
- Del marchese Acrisles...
- Ah!... - Alz le spalle e gett indietro la testa. I capelli, neri, lisci, separati sul cranio da una riga perfetta, avevano riflessi di rame. Troppo pronunciati gli zigomi...
Poich il silenzio durava, De Vincenzi ebbe tempo di chiedersi quanti anni avesse. A giudicare dalla freschezza delle carni, dalla agevolezza del corpo, si poteva pensare ai trent'anni, come ai venticinque. Ma doveva averne di pi. Quanti?
- Vedete? Non bisogna fare affermazioni affrettate. Io non vi avevo chiesto se foste stata voi a ucciderlo!
- Naturalmente.
Ebbe uno scatto.
- Insomma, che volete sapere?
- Poche cose, signora, Una, tuttavia, m'interessa. A Hollywood avevate conosciuto il marchese Acrisles?
- Ho lavorato nella sua Casa. La Radio Pictures gli apparteneva.
- In che anno?
- Dal '32 al '35, credo... Man of Miracles  del '32 e Conflict del '35... Il primo e l'ultimo dei film girati da me per la Radio Pictures...
- Eravate, quindi, amica di Arturo Acrisles?
- Era il padrone!
- E, lasciata la Radio Pictures, voi...
- Sono stata due anni con la Metro Goldwyn...
- E poi?
- Poi?... Nulla! Ho abbandonato il cinema, ho trascorso un anno a Nuova York, sono venuta in Italia...
- Perch?
- E perch no?
-  giusto!. Avevate mantenuta relazioni di amicizia col marchese Acrisles?
- A Nuova York ci siamo riveduti...
- E col figlio?
- Che c'entra?
-  una domanda.
- S, ho conosciuto Enrico Acrisles a Hollywood e l'ho riveduto a Nuova York...
- Continuate.
Pearl Selsirca rise. (Un accenno, appena un accenno, di alterazione nervosa, nella risata... e le mani, sui bracciuoli, le tremavano un poco).
- Volete che continui a dirvi che ho seguito il vecchio Acrisles in Europa, l'ho raggiunto a Milano, ho fatto in modo di trovarmi con lui qui dentro e... l'ho ucciso?  questo che volete sapere?
De Vincenzi scosse la testa.
- Non ho mai creduto che la vita sia semplice... e realmente sarebbe per me di una semplicit da Paradiso terrestre, se voi mi diceste tutto questo e se questa fosse la verit. Perci, vi chiedo soltanto di continuare nell'esposizione succinta di quelle che sono state le vostre relazioni col marchese Acrisles.
- Nulle!
- Come?
- Dico che le nostre relazioni sono state nulle... Quando lui non ha pi avuto bisogno di me, quando io non ho pi avuto bisogno di lui, abbiamo vissuto ognuno per conto nostro sulla terra... Fin quando  accaduto che io lo incontrassi qui dentro... Ci siamo riconosciuti e salutati, naturalmente... Abbiamo giocato assieme... era un giocatore pericoloso, subdolo, tutto inganni e trabocchetti... come nella vita... Questa sera lo hanno ucciso!... Non lo piango. Anche perch non credo ancora che sia morto!... Che qualcuno sia riuscito a fargliela non mi sembra possibile...
Tacque e incroci le mani in grembo. Troppi brillanti, un fulgore eccessivo, per quanto le sue mani fossero lunghe, asciutte, nervose; mani da manopole precisamente. Ma quei braccialetti massicci, a greche, a losanghe, a fiori, erano troppi! Aveva una fortuna ai polsi, Pearl.
- Quindi - disse De Vincenzi con molta seriet, nettamente, calcolatamente - voi non avete null'altro da dirmi, mistress Selsirca? Neppure il modo adoperato da Arturo Acrisles per... giocare con voi?
La donna si alz. Una fiamma. Mand indietro la poltrona con un colpo del ginocchio.
- Siete molto sottile, commissario. Io ho cercato di dominare i miei nervi, perch ho subito capito che voi lo eravate. Anche a Hollywood i poliziotti sono pericolosi, quando girano in smoking... Finirete con lo scoprire tutto... o quasi tutto! Ma io non ho avvelenato Acrisles... e non l'ho ucciso, perch qualcuno lo aveva fatto prima di me...
Si diresse verso la porta. De Vincenzi le fu accanto.
- Avete dimenticato la vostra borsetta...
E gliela indic. Lei la prese con indifferenza.
- Grazie. Immagino che l'avrete aperta e che siate rimasto deluso nel non trovarvi n il veleno, n la rivoltella...
- Volete darmela un momento, signora?
De Vincenzi chiedeva con voce ferma, ma con molta cortesia, con un accento di scusa, anzi.
Lei lo guard, un poco meravigliata, un poco ironica. Gli tese la borsa d'oro. Lui, l'apr, ne trasse la fialetta gialla, se la fece sparire nella tasca, le restitu la borsa.
- Che cosa avete preso, commissario?
- Un oggetto che con tutta probabilit non vi apparteneva, signora. Non importa per ora che voi sappiate che cosa fosse...
Pearl Selsirca lo fissava, con le sopracciglia rialzate, le mascelle contratte... Decisamente gli zigomi erano troppo pronunciati... e troppo accesi, adesso. De Vincenzi si ritrasse per lasciarla passare e le si inchin.
Lei arriv fin sulla soglia dell'uscio, poi si ferm, torn indietro.
- Commissario, vi  mai accaduto di dover proteggere qualcuno?
- In qual modo? Fisicamente o moralmente?
- Fisicamente e moralmente nello stesso tempo.
- Non credo di averlo mai fatto.
- Allora vi sarebbe troppo difficile comprendere...
Una fiamma, nell'abito di velluto rosso.
E questa volta spar dalla porta, nel salone.
...
.
...
PARTE QUINTA.
...
.
...
PONTE.
.
1.
.
L'orologio antico - due spade fra gli artigli dell'aquila e una corona imperiale sulla testa - a ogni secondo scattava con un rumore metallico.
La lugubre notte sgranava i suoi minuti interminabili.
Il salone si era vuotato. Tutte le luci vi ardevano sempre, anche quella della lampada alta da terra, sotto il grande paralume a fiorami, che illuminava la sagoma bianca e irregolare della poltrona e del cadavere coperti dal lenzuolo.
Cruni, seduto sulla sponda dell'ultima poltrona, proprio accanto alla porta dell'atrio, le corte gambe piantate sul tappeto a ginocchia aperte, il corpo eretto, gli occhi vigili, faceva la guardia.
Al di l dei vetri della bussola e del portone aperto, la nebbia schiacciava tutte le luci della citt, comprimendole contro il suolo, e nulla pi di materiale e di tangibile rimaneva in quella massa fluida e opaca.
Nel bar, le sedici persone riunite attendevano che De Vincenzi parlasse. Egli aveva detto loro soltanto di riprendere i posti occupati durante la serata.
Avevano ubbidito tutti. Senza comprendere, sul principio; ma adesso dovevano chiedersi che cosa significasse quella farsa macabra. Qualcuno sogghignava.
- Riprendiamo la partita! - esclam con sarcasmo Marga Merani, e la Grolli, meccanicamente, fece per raccogliere le carte.
Dal momento che debbo star qui, tanto vale che continui a bere! Un whisky, Luciano... E il conte Merani, seduto sullo sgabello presso il banco, si volse a donna Maria, che aveva ripreso il suo posto accanto a lui: - Posso offrirvi qualcosa, signora?
Donna Maria fece di no col capo: aveva la gola serrata in una morsa e non avrebbe potuto parlare. Era allo stremo. Gli occhi spalancati e vitrei del morto la ossessionavano. E quel che stava per accadere adesso - ...nebbia, nebbia, anche attorno a lei, che le accecava la ragione! - la atterriva. Che cosa voleva da lei e dagli altri quel signore elegante, in abito da sera, che rimaneva, fermo in mezzo alla stanza a guardarli?
De Vincenzi interrog con lo sguardo Curti B. L'omino assent con gli occhi: tutti avevano ripreso il loro posto ma ad un tratto fece un gesto e si alz.
- Marchese, mi sembra che voi foste seduto accanto alla signora Selsirca...
Enrico Acrisles si era gettato nella poltrona che per un momento aveva occupata donna Maria e si trovava accanto a Hendel. Guard l'omino, che lo interpellava. Non cap subito, poi cambi di posto.
- Grazie! - disse. - Questo  un particolare di grande importanza... - Era ironico; ma le labbra gli tremavano un poco.
Vladimiro torn a sedere al suo tavolo.
La voce di De Vincenzi suon netta, tagliente.
- Desidero che ognuno di voi, a mano a mano che io glielo chieder, ricostruisca dentro di s tutte le fasi delle partite giocate dalle ventuna e trenta al momento in cui ha sentito il grido della signora Viscardi... e mi dica, con la maggior precisione, l'ora in cui si  alzato e si  recato nel salone... se tuttavia si  alzato, ed  andato di l... Avete capito?
Nessuno parl. Si sent qualche respir pesante e tutti si agitarono un poco.
- Comincer di qui.
De Vincenzi si avvicin al tavolo cacciato nella rientranza del muro, davanti alla porta a vetri del corridoio. Vi erano seduti Romilde Veronelli, Antonietta Viscardi Negroni, il commendatore Cohen e Gibbs Brocksley.
Guard in volto le due donne: Romilde Veronelli, bionda, sana, troppo giovane d'anni e di esperienza, per trovarsi in mezzo a un tragico pasticcio di quel genere appariva atterrita. Il volto graziosamente inespressivo le si era fatto di fuoco. Lei era di quelle che arrossiscono, a una..commozione, invece di impallidire.
Antonietta aveva gli occhi gonfi di lacrime. Sconvolta, soprattutto colpita nelle radici stesse del suo sentimento di creatura umana messa alla presenza di un'altra creatura, a cui  stata tolta la vita. Cos bionda, fresca ancora, vigorosa nella sua esuberanza di donna in rigoglio, piena di appetiti e di brame, lo spettacolo atroce del cadavere contorto, di quegli occhi sbarrati disperatamente contro il destino, le aveva di colpo tolto ogni vigore e adesso si teneva curva, affranta, pronta a scoppiare ancora in lacrime.
Il grasso Cohen volgeva i rotondi occhi da pesce, annegati nella grascia del volto livido, verso il commissario e attendeva, cercando di ritrovare in s quel po' di dignit e di autorit di cui era capace.
Di Gibbs Brocksley, De Vincenzi, non vedeva che le spalle potenti, la nuca muscolosa e rasa, da torello, i capelli castani duri e fitti, poich l'americano stava seduto al quarto lato del tavolo e lui gli si trovava ritto di dietro.
Cohen cerc di rompere l'imbarazzo che tutti e quattro provavano sotto la sguardo scrutatore del commissario e, tirandosi indietro sulla seggiola e mettendosi le mani sul ventre, scand lentamente:
- Poich voi, commissario, state facendo la ricostruzione dei nostri movimenti durante le tre ore nel corso delle quali il povero marchese Acrisles  stato barbaramente ucciso, io non ho alcuna difficolt a dichiararvi che per mio conto mi sono allontanato da questo tavolo e sono uscito dalla stanza, passando per quella porta - e indic la porta a vetri che gli stava accanto con un gesto teatrale della mano - una sola volta in tutta la sera e precisamente alle ventitr.
Tacque e fiss prima i suoi tre compagni e poi De Vincenzi, quasi aspettasse un applauso.
- Voi signori confermate? - chiese freddamente il commissario.
Si ud soltanto una specie di grugnito emesso da Brocksley; le due donne tacevano, guardando con occhi trasognati il grasso ebreo.
- Ma come fate, commendatore, a precisare con tanta sicurezza l'ora?
- Perch tutte le mie funzioni organiche si compiono con regolarit e io so che ogni sera alle ventitr sono costretto ad allontanarmi per pochi minuti, qualunque sia il posto dove mi trovi.
- Capisco... Voi, allora, avete interrotto il vostro giuoco, obbligando i compagni ad attendervi?
- Se necessario, lo avrei fatto; ma questa sera alle ventitr il caso ha voluto che facessi il "morto". Mi era compagna la signora Veronelli e io le avevo lasciato il giuoco, con una dichiarazione di quattro cuori. Ricordo che eravamo in zona e che, mantenendo l'impegno, avremmo fatto il rubber. Ma la signora trov il modo di raccogliere due falli...
-  vero - mormor Romilde.
De Vincenzi prese di su la tavola un blocco del "ponte" e se ne serv da taccuino. Scrisse: Cohen, ore 23, va al gabinetto di toletta. Tra parentesi mise un punto interrogativo. Nessuna probabilit, infatti, che quel messere grasso, lento e asmatico fosse corso dal corridoio nel salone per gettare - non udito e non visto (con l'asma che lo faceva sbuffare come un mantice, era un po' difficile che la vittima non lo avesse udito) l'acido prussico nel bicchiere del marchese; ma ad ogni modo avrebbe interrogato al riguardo il portiere e i grooms, che avrebbero dovuto vederlo passare.
- Voi, signora? - E si volse alla Veronelli - Il vostro nome?
Romilde lo profer con un filo di voce.
- Vi siete alzata dal tavolo?
- No... mai... Non mi alzo mai, io, fin quando la partita non  terminata... 
Cohen e Antonietta, confermarono, Brocksley, questa volta, non si diede neppure la pena di grugnire.
- E voi, signora?
Antonietta riusc a dire il suo nome e che si era alzata dal tavolo una sola volta, mentre faceva il "morto" per avvicinarsi a sua sorella, che le aveva fatto cenno. Avevano parlato fra loro qualche minuto e poi lei era tornata al suo posto.
Donna Maria conferm con replicati cenni del capo.
E fu la volta di Brocksley.
De Vincenzi gli tocc una spalla e l'omaccione si alz e si volse.
- Le vostre generalit - intim il commissario con voce breve, parlandogli in inglese.
Gibbs Brocksley sorrise.
- Il duca di Windsor - disse e alz le spalle. - Gibbs Brocksley. E poi?...
- Oh!... Il resto lo sapr, telegrafando al Quartier Generale della Polizia di Nuova York...
Parlavano inglese. L'accento di Gibbs, maledettamente americano, era nettamente canagliesco.
- Perch no a Sing Sing? - E soggiunse subito: - Tutto questo non c'entra! Perdete il vostro tempo, se pensate che sia stato io a far schiattare quel buonuomo con una presa di polvere insetticida! In ogni caso, non sarebbe il mio genere... e poi..
S'interruppe.
- E poi?
- Se volete sapere quante volte mi sono alzato e sono andato nel salone questa sera, il conto non  facile! Sono nervoso, io! Giuoco al "ponte", perch, me l'ha consigliato il confessore, ma non posso star fermo. Ogni tanto le gambe mi formicolano... e passeggio. A che ora, eh? Mettete pure ogni mezz'ora... tutte le volte che facevo il "morto", mi alzavo e me ne andavo...
- Allora, lo avrete visto morto?
- Pu darsi che fosse morto, quando sono andato di l le ultime volte; ma io non l'ho guardato... Non sapevo neppure che ci fosse!
Mentiva e lo faceva con impudenza, sicuro di non correr rischi. Ma che non fosse il suo genere adoperare il veleno era indubbiamente vero.
- Lo conoscevate da Nuova York?
- Pu darsi! Il tipo a Broodway era popolare. De Vincenzi cap che l, in mezzo agli altri, non ne avrebbe cavato gran che.
- Parleremo domani a quattr'occhi, Brocksley.
- Se la cosa vi diverte... - e sedette.
De Vincenzi pass al tavolo dell'angolo opposto, dove era seduto Corti B. L'omino gli facilit il compito.
Fanny Grolli si era alzata parecchie volte dal tavolo, irrequieta com'era, ma senza mai uscire dal bar.
Marga Merani si era alzata anche lei un paio di volte; ma era uscita nel salone una volta sola, quando si era recata a telefonare. L'ora? Potevano essere le ventitr, all'incirca: Curti B fece uno sforzo di memoria, cercando di ricordare le "mani" durante le quali la contessa aveva fatto il "morto", ma non riusc a trovare il momento preciso della telefonata. D'altra parte Marga aveva telefonato al Continentale per far chiamare la sua cameriera alla quale voleva dare un ordine; ma affermava che tutti i numeri dell'albergo erano occupati e che aveva dovuto tornarsene al bar, senza aver potuto telefonare. De Vincenzi pens che quella telefonata poteva benissimo essere un pretesto; ma non insistette.
Venne la volta di Blitz. Era il secondo nome fattogli da Enrico Acrisles.
Il magro e nero americano rispose alle domande di De Vincenzi, rimanendo seduto; ma si agitava sulla poltrona e faceva un gran giuoco di smorfie, corrugando le folte sopracciglia di carbone e ammiccando. Anche lui parlava inglese, con l'accento americano dei bassifondi.
Si era alzato quattro o cinque volte. Le ore? Non le ricordava. Aveva veduto il marchese Acrisles? Certo e aveva anche parlato con lui alle ventidue circa. Si conoscevano da Nuova York. Lo aveva veduto morto, prima che donna Maria gridasse? Per tutti i santi, no! O, altrimenti, avrebbe gridato anche lui. I cadaveri degli avvelenati gli facevano particolarmente impressione e lui era un sensitivo.
Blitz mentiva con cinismo, cercando di fare l'umorista.
Altro specimen di delinquente americano, per il quale l'interrogatorio di un poliziotto  giostra conosciuta. Ma, sotto la sua apparenza di volersene infischiare, Blitz era sconvolto. Forse, aveva paura.
- Domani vi rivedr, Anthony Blitz. E perch possiate dormire tranquillo dopo l'impressione avuta guardando il cadavere dell'avvelenato, quando ve ne andrete, vi far accompagnare da uno dei miei uomini.
Gli occhi di Blitz sfavillarono. Fece un salto sulla poltrona. Ma poi si quiet, e si pass la mano sulla testa. Il brillante enorme che aveva al dito sfavill.
.
2.
.
E De Vincenzi pass al tavolo di Pearl Selsirca Adaire, che era stato quello dove si erano giocate le sette picche doppiate e ridoppiate.
Enrico Acrisles si alz e rimase in piedi, un poco indietro, come se volesse segnare il distacco tra s e i quattro giocatori seduti.
Pearl si rizz sul busto e tese una mano - lo scintillio dei brillanti alle braccia, le dita magre e lunghe con le unghie verniciate di rosso oro... - verso De Vincenzi.
- Cominciate da me, commissario! Io mi sono alzata due volte! Alle ventidue e tre quarti, quando quel signore, improvvisamente impazzito, volle dichiarare sette picche sui miei sei cuori e alla mezzanotte circa. Tutte e due le volte, ho attraversato il salone...
- Bene, signora - fece semplicemente De Vincenzi e guard Pigeon (i capelli rossi una parrucca, il naso rotondo un tubero, le grosse labbra tumide e ingorde una mostruosa ferita aperta...), che aveva impallidito e si agitava sulla poltrona.
- Io ero convinto di poter fare sette picche, con le mie carte e con la dichiarazione affermativa della mia compagna...	balbett.
- E non le avete fatte?
- No!
Il baronetto Donald Hendel alz le spalle.
- Non era possibile che le facesse. Almeno due quadri doveva darli!
-  stato in quel momento che voi, signora, vi siete alzata e siete andata nel salone?
- S. La dichiarazione di Pigeon mi aveva esasperata e non volevo assistere al suo giuoco...
- Come fate a sapere che erano le ventidue e tre quarti?
- Nell'alzarmi ho visto l'orologio davanti a me... Anche di dove sono seduta adesso, lo si vede... - e tese di nuovo il braccio. - E io ero precisamente seduta in questo posto...
- Nel salone, avete veduto il marchese Acrisles?
- Oh, certo... gli ho parlato!...
Enrico fece un passo avanti, quasi avesse voluto impedire alla donna di proseguire. Ma strinse i pugni, si morse le labbra e tacque.
De Vincenzi fece mostra di nulla.
- Sicch avete parlato col marchese e poi siete tornata qui... senza uscire dal salone?
- Naturalmente..
- E il marchese che cosa vi ha detto?
- Gli ho raccontato delle sette picche... Ha riso... come sapeva ridere lui e... "Pigeon  un volgare imbecille" ha detto.
L'uomo dai capelli rossi balz in piedi.
- Intanto, a farsi uccidere  stato lui!
C'era un odio velenoso nelle sue parole. Tremava tutto. Tacque, fissando in volto Pearl.
Nella stanza si ud, materializzata dal silenzio, l'attesa ansiosa degli altri. Tutti dovevano avere i nervi tesi come corde di violino.
- Conoscevate bene il marchese Acrisles, signor Pigeon?.
- Gli facevo da segretario...
- E voi, quante volte e a che ora siete andato nel salone durante il giuoco?
L'uomo si turb.
- Oh! Non ricordo... Un paio di volte... L'ora precisa... non la so...
- E avete veduto il marchese?
- No... Avevo parlato con lui prima del giuoco... alle ventuna e mezzo... Mi aveva dato alcune istruzioni per domattina... cio per questa mattina... Poi non ho pi pensato a lui... Quando ho attraversato il salone, per recarmi al gabinetto di toletta, non mi sono neppure ricordato ch'egli stesse seduto laggi... Probabilmente ho creduto che se ne fosse andato...
Per il momento, De Vincenzi si content di quella dichiarazione. I capelli rossi di Pigeon lo avevano interessato e si riprometteva un altro colloquio pi tranquillo e conclusivo con lui.
Si volse a Pearl.
- E la seconda volta che siete uscita?
La donna ebbe uno sguardo smarrito.
- La seconda volta - disse con voce bianca - non mi sono neppure accorta di lui...
- Doveva essere gi morto, a mezzanotte! - osserv De Vincenzi. - Sarete passata assai in fretta, per non averlo veduto...
Pearl, sotto la cortesia del tono e delle parole sent l'incredulit, percep il pericolo dell'insidia velata. Si irrigid.
- Avevo fretta, infatti.
- Perch?
- Non desidero dirvelo...
- Fate male, signora. Dovrete dirmelo...
- Oh! Intanto lo sapreste egualmente... - Affettava indifferenza, ma era pallida, esangue; i grandi occhi neri avevano bagliori di paura. - Sono andata a consegnare al portiere una lettera, che avrebbe dovuto far recapitare alla mattina...
- Capisco. Grazie.
E De Vincenzi le s'inchin. Avrebbe sequestrato quella lettera. L'avrebbe letta. De Vincenzi se lo disse e Pearl pens la stessa cosa...
- Voi, signor Hendel?
Il baronetto sollev il volto verso il commissario.
- Io, che cosa?
Parlava con voce strascicata, in inglese.
De Vincenzi gli rispose in italiano.
- Vi siete allontanato dal tavolo e siete andato nel salone?
- Una sola volta.
- A che ora?
- Chiedetelo al ragazzo che  venuto a chiamarmi... perch andassi al telefono... - Parlava perfettamente italiano, seppure con fortissimo accento straniero.
- Ah, glielo chieder. E nel tornare, poich immagino che, all'andata, abbiate seguito il groom e vi siate affrettato, avete veduto il marchese e gli avete parlato?
- S. L'ho veduto e gli ho parlato....
- Aspettate! - disse De Vincenzi,
Si diresse all'uscio del salone e chiam:
- Cruni!... Fa' venire qui i due grooms.
I due ragazzi color del caff e latte comparvero sulla soglia. Erano tutti e due alti, per la loro et, pallidi, malcresciuti.
- Uno di voi due ha chiamato al telefono il signor Hendel stasera?
- Io - e alz la mano, come dovevano avergli insegnato a scuola.
- A che ora?
Un attimo di perplessit. Guard il compagno.
- Sei stato tu che hai risposto al telefono e mi hai detto di chiamare il signor Hendel...
L'altro ragazzo si gratt in testa.
- Non erano le dieci.
- S - fece subito il primo. - Ha ragione. Saranno state le nove e tre quarti.
Niente di pi preciso da apprendere. A insistere si sarebbero confusi e avrebbero indicato chi sa quale ora.
- Andate!
I due grooms scomparvero.
De Vincenzi torn verso la poltrona di Hendel.
Questa volta il baronetto si alz. Affettava ancora la sua cascaggine; ma lo si indovinava vigile e sulla difensiva.
- Dunque, prima delle ventidue voi siete andato al telefono e nel tornare avete parlato col marchese Acrisles... - Questa volta era De Vincenzi che adoperava l'inglese.
- Oh, poche parole... Era stato lui a chiamarmi.
- Perch? Volete ripetermi quel che vi siete detti, per favore?
- Lui mi ha detto: "Donald, non vi presterete una pagliacciata!". Io gli ho risposto: "Non credo che sar una pagliacciata". "Sciocchezze! Io impedir il duello". "Farete male!", e sono tornato al mio tavolo. Questo  tutto.
- Ah! - fece De Vincenzi. - E ora ditemi il nome di chi vi telefonava.
- Un conoscente.
- Quel che aveva da dirvi si riferiva... a un duello?
- Siete perspicace! - Era ironico, ma i muscoli delle mascelle gli saltavano un poco sotto la pelle. - Mi chiedeva di far da padrino a un amico comune.
De Vincenzi si volse a Enrico Acrisles, che gli stava alle spalle e che aveva ascoltato il loro colloquio.
-  esatto, marchese?
Enrico accenn di s col capo.
- Alle ventitr e mezzo ho saputo che l'altro mio padrino sarebbe stato Hendel... - Si volse al baronetto: - Avrei voluto ringraziarvi, Donald, ma la morte di mio padre me lo ha impedito.
Hendel sollev una mano e la riabbass, come per scacciare un insetto. Aveva l'abitudine a quel movimento.
- O. K., Enrico, vecchio mio!
De Vincenzi fiss Acrisles.
- Con chi dovevate battervi, marchese?
- Con chi debbo battermi, volete dire.
- Ebbene?
Una pausa. Lunga.
- Non mi  possibile dirvelo, commissario.
- Io non ho le medesime ragioni di delicatezza per tacere che avete voi, Acrisles... - Il conte Merani era sceso dallo sgabello e si era fatto avanti, traendo un poco da parte il giovane. - Il marchese deve battersi con me, commissario.
Si sent un'esclamazione soffocata e poi Marga esclam: - Imbecille!
.
3.
.
De Vincenzi aveva terminato l'interrogatorio dei giocatori.
Guard i fogli che aveva tra le mani e sui quali aveva segnato le ore dei movimenti di ognuno.
Gli era necessario riflettere. Impossibile continuare, senza fare il punto.
L'orologio segnava le quattro del mattino.
Usc nel salone e diede alcune rapide istruzioni a Cruni.
Il maresciallo disse: - Va bene, dottore - e si avvi nell'atrio.
- Andiamo, ragazzi! Uno di voi vada di l e rimanga di guardia al cadavere... - Poi si ferm e tese la mano verso uno degli uomini. Rimani tu... - Sei il pi giovane...
L'agente borbott qualcosa e and nel salone.
La bussola gir e Cruni e gli agenti furono inghiottiti dalla nebbia.
De Vincenzi era tornato nel bar.
Tutti erano ancora seduti attorno ai tavoli. Merani terminava di bere il suo terzo whisky. Donna Maria, discesa dallo sgabello, era caduta affranta in una poltrona. Enrico Acrisles stava sempre accanto a Pearl Selsirca.
Ottaviano Merani ud il rumore dei passi di De Vincenzi che tornava e depose il bicchiere, per farglisi, incontro. Titubava leggerissimamente e mandava un forte odore di alcole.
- Avete intenzione di arrestarci tutti?
De Vincenzi sorrise.
- Oh, no: Iddio me ne liberi! Sapete la quantit di prove che bisogna riunire, per poter accusare qualcuno?  fantastico! Finora, non c' neppure un testimonio oculare e manca l'"evidenza circostanziata"... - Era ironico, perch i nervi gli dolevano, oramai.
- E allora? Che cosa intendete fare? Dovremo continuare a star qui dentro e a rispondere alle vostre domande... pi o meno idiote?
- Neppure per sogno! Si volse in giro: - Siete tutti liberi di tornare a casa vostra, signore e signori.
Le parole risonarono nel silenzio e ne segu un leggero sussulto sonoro, come se avessero battuto contro il cristallo.
Merani gli era accanto e sorrideva sarcasticamente.
De Vincenzi gli tocc il braccio.
- Volete dirmi quante volte siete andato nel salone? Voi non giocavate e per quel che vi riguarda sfuggite in un certo modo al controllo degli altri...
- Oh, so benissimo. che avrei avuto ogni opportunit per assassinarlo! Ma voi lo avete detto dove trovare l'evidenza circostanziata? - E rise rumorosamente.
La sfilata dei giocatori che se ne andavano era cominciata. Enrico Acrisles aiutava Pearl a mettersi la pelliccia. Viola Manning aveva afferrato Hendel per un braccio e lo pregava di accompagnarla. Fanny Grolli e la Veronelli si erano attaccate a Cohen.
- Tuttavia vi sar grato, se vorrete rispondere alla mia domanda.
- Certo! Ho parlato col marchese Acrisles... il vecchio, intendo... di prima sera... poi sono venuto di qua, a sedermi a quel banco e sono disceso dal mio sgabello una volta sola... quando ho veduto mia moglie uscire per andare al telefono...
- Sicch l'avete accompagnata?
- No. Ho lasciato che andasse sola. Sono uscito nel salone proprio nel momento in cui tornava... Siamo rientrati assieme...
- A che ora?
- Saranno state le ventitr... a meno che non fossero le ventiquattro!
De Vincenzi prese qualche appunto; il conte chiese con insolenza:
- Vi basta?
- Grazie	e gli volse le spalle, per raggiungere Enrico Acrisles, che stava gi sulla soglia. - Marchese!
- Commissario!
- Non tentate di entrare nell'appartamento di vostro padre, questa notte... Ho disposto perch venga piantonato. Ve lo dico, per impedirvi di farvi rimandare indietro...
Acrisles alz le spalle e riprese a camminare. Andava cos curvo da sembrare un punto interrogativo.
Quando furono usciti tutti, De Vincenzi fece un cenno a Luciano.
- Potete andarvene anche voi. E dite al portiere che mandi a casa i due grooms, chiuda il portone e poi venga qui.
Luciano s'inchin e si diresse alla porta.
- I due ragazzi dormiranno qui questa notte.  troppo tardi per mandarli a casa.
De Vincenzi sedette al tavolo pi lontano dalla porta e consult gli appunti presi.
Dalle dichiarazioni che aveva raccolte risultava questo:
Enrico Acrisles - ore 21,45, si reca al telefono, vede il padre parlare col conte Merani; 23,30, va di nuovo al telefono, non fa attenzione al padre che a quell'ora doveva essere gi morto.
Virgiliano Cohen - ore 23, va al gabinetto di toletta, passando per la porta a vetri del corridoio.
Romilde Veronelli - non  uscita dal bar.
Antonietta Viscardi Negroni - idem.
Gibbs Brocksley - ammette di essere andato nel salone di frequente, forse ogni mezz'ora. Afferma di non essersi neppure accorto del marchese. (Mente: ma non ha la capacit dell'avvelenatore. Se uccide, uccide con la rivoltella).
Fanny Grolli - non  uscita dal bar.
Marga Merani - si  recata a telefonare alle 23 circa. Nessun controllo sicuro alla sua telefonata (Vedi dichiarazione del marito).
Anthony Blitz - si  alzato ed  andato nel salone quattro o cinque volte durante la serata. Non ricorda le ore; ma ammette di aver parlato col marchese alle 22 circa. Afferma di non essersi accorto che era morto. (Deposizione soggetta a tutte le cauzioni).
Pearl Selsirca Adaire - si  recata nel salone due volte alle 22,45 e alle 24 circa. La prima volta afferma di aver parlato col marchese; la seconda non si  accorta che era morto. La seconda volta dice di essere andata a consegnare una lettera al portiere.
Fabius Pigeon - aveva parlato alle 21,30, prima, del giuoco, col marchese, di cui era il segretario.  andato nel salone un paio di volte; ma non ricorda le ore e dice di non aver fatto attenzione al marchese, di cui neppur ricordava la presenza.
Donald Hendel -  andato nel salone una volta alle 21,45 circa perch chiamato al telefono. Nel tornare, ha parlato col marchese.
Ottaviano Merani - ha parlato col marchese alle 21,30 circa. Poi  uscito dal bar per incontrare sua moglie, che tornava dal telefono. Conferma l'ora indicata dalla moglie, ma  volutamente vago al riguardo.
Prese un altro foglio del blocco e, sulla base delle dichiarazioni ricevute, compil uno specchietto delle ore.
Si trovavano nel salone: ore 21,30 Arturo Acrisles e Merani; ore 21,45 Arturo Acrisles, Merani ed Enrico Acrisles; ore 21,50 Arturo Acrisles e Donald Hendel; ore 22 circa Arturo Acrisles e Pearl Selsirca; ore 23 circa Arturo Acrisles e Marga Merani, poi Ottaviano Merani; ore 22,30 Arturo Acrisles (morto) ed Enrico Acrisles; ore 24 circa Arturo Acrisles (morto) e Pearl Selsirca.
Poich Anthony Blitz affermava di aver parlato col marchese alle 22 circa e poich nessuno dopo di lui aveva detto di aver parlato col marchese o di averlo veduto comunque vivo, ne derivava che Arturo Acrisles doveva essere stato ucciso tra le 22 e le 23 (il limite delle 23 era suggerito a De Vincenzi dal giudizio del medico),
Il cerchio dei sospetti si restringeva, quindi, a Pearl Selsirca Adaire, Marga Merani, Ottaviano Merani. A cui erano da aggiungere Anthony Blitz, Fabius Pigeon, Gibbs Brocksley, i quali ammettevano di essere entrati nel salone a ore diverse, durante la serata, senza saperle precisare.
Naturalmente, tutti questi dati erano discutibili. De Vincenzi aveva dovuto accettare le dichiarazioni cos come gli erano state fatte. Alcune apparivano attendibili. Altre meno. Qualcuna non lo era affatto.
A ogni modo quel tentativo di ricostruzione aveva giovato a fargli conoscere molte cose. Ne aveva del lavoro davanti a s! Quell'inchiesta si presentava, delicata... molto delicata! Un delitto era stato commesso. Come dubitarne dopo la scoperta della fiala nella borsetta di Pearl Selsirca? Un delitto premeditato? C'era da supporlo, anche ad ammettere che l'assassino avesse colto l'occasione presentataglisi per caso, dacch nessuno porta con s una fialetta di acido prussico, se non  determinato ad avvelenare qualcuno... o ad avvelenarsi, il che non era il caso.
Tutto molto semplice! A gettar l'acido nel bicchiere di Arturo Acrisles era stata una di quelle sedici persone. Forse, una di quelle sei, che dichiaravano - o ammettevano - di essersi trovate nel salone tra le 22 e le 23.
Ma come procedere?
Anzitutto occorreva ricercare il movente. Ora, per quel che riguardava il movente, De Vincenzi vedeva qualche bagliore, ma come incerto e fatuo!
Quasi tutte quelle persone avevano sottili legami nascosti, che le univano. Nascosti e qualcuno inconfessabile!
Un paio di telegrammi alla Polizia di Nuova York, per chiedere notizie di Brocksley e di Blitz. Questa era l'azione pi semplice e comoda da compiere; ma le altre!
Nebbia! Tutto un sudario di nebbia attorno a lui...
Alz il capo, perch sent che qualcuno lo stava osservando.
- Che fate l, voi?
-  stato Luciano a dirmi di venire...
- Ah, s...
Era il portiere di notte. Recava un foglio.
- Mi portate quel che vi ho chiesto?
- S ma non ne garantisco l'esattezza.
De Vincenzi prese il foglio e scorse i nomi e le ore. S, le affermazioni di Enrico Acrisles, di Marga Merani, di Donald Hendel erano confermate dal portiere, anche per quel che riguardava le ore (con lo scarto di qualche minuto, ma questo non aveva importanza). In pi c'erano due telefonate fatte da Anthony Blitz, alle 22 e 15 e alle 23 e 50 (ore approssimative). Una fatta da Gibbs Brocksley alle 23 e 15. Anche Pigeon aveva telefonato, ma prima delle 21 e 30 e poi quasi alle 24.
Decisamente, i sospetti possibili erano sei e non meno.
Alz il capo e fiss l'uomo.
- Anche il commendatore Cohen ha telefonato?
- S. Saranno state le 23... L'ho visto arrivare dal corridoio ed  tornato da quella parte...
Dunque, non era passato pel salone. Ma perch aveva mentito, parlando della regolarit delle sue funzioni organiche?...
- Vi ringrazio.
L'uomo fece per allontanarsi.
- Un momento! La signora Selsirca vi ha consegnato questa sera una lettera, da far recapitare?
- S
- Portatemela.
L'uomo esit.
- Ma, signore...
- Portatemi quella lettera. Ne assumo io la responsabilit.
Quando l'ebbe fra le mani, vide che era diretta a Sir Donald Hendel, Albergo Cavour.
Mio caro,
Ho assoluto bisogno di vedervi. Vi attendo alla solita pasticceria alle 10. Un nuovo pericolo ci minaccia. Credo che non avr pi la forza di lottare.
P.
...
.
...
PARTE SESTA.
...
.
...
SCINTILLE.
.
1.
.
Ebbene, erano le quattro e mezzo.
Aveva un paio d'ore, per agire da solo. Poi sarebbe andato a casa a mettersi in un bagno caldo e a mutar d'abito. Alle nove, avrebbe ripreso gli interrogatori. C'era abituato, lui, a star senza dormire una notte e anche due, quando necessitava. E questa volta, come pei delitti dell'Albergo delle Tre Rose, sentiva che non doveva lasciar respiro a nessuno... o altrimenti non sarebbe riuscito.
Indoss il pastrano, si mise il cappello e usc dal bar, nel salone.
Il giovanotto lasciato a vegliare il cadavere si era cacciato pi lontano possibile dalla macabra poltrona. Al comparire del commissario balz in piedi.
De Vincenzi lo guard. Lo vide molto giovane e molto pallido.
-  la prima volta che vegli un morto?
- Signors.
Non soltanto giovane, ma meridionale. Il suo accento era irrimediabilmente napoletano. Purch non fosse superstizioso...
- Ti fa impressione?
Il giovanotto da pallido si fece scarlatto. Diede un'occhiata di sfuggita all'angolo dove il lenzuolo apriva una larga macchia livida.
- No... signor cavaliere!
De Vincenzi detestava di sentirsi chiamare con quel titolo, che gli ricordava tutti i pesi burocratici del suo ufficio. Tagli corto.
- Bene. E poi le ore da star qui sono poche ancora. Appena sar venuto il giudice istruttore, lo porteranno via.
Fece per andarsene; ma una macchia bianca sul tappeto, presso alla lampada, un'altra macchia incomparabilmente pi piccola di quella del lenzuolo, attrasse la sua attenzione. Era il fascicolo di una rivista. Il Wiener Magazine. Lo sfogli macchinalmente e lo sguardo gli cadde sopra una pagina, che sul margine recava varie cifre. Era un'addizione di grossi numeri.
115.000
50.000
60.000
----
225.000
Sotto, due lettere maiuscole: O. M., seguite da quattro esclamativi.
Riflett qualche istante. Poteva essere un appunto preso dal marchese. In tal caso, il vecchio aveva segnato quelle cifre mentre stava seduto sulla poltrona, quella sera. Perch lo aveva fatto? A chi e a che cosa pensava? Quelle due lettere O. M., seguite da tutti quei punti esclamativi... O. M.... Ottaviano Merani. Il conte aveva parlato col marchese verso le nove e mezzo, nove e tre quarti... E doveva battersi a duello col figlio... Imbecille! De Vincenzi aveva ancora nelle orecchie il suono della voce di Marga, quando aveva pronunciato quella parola. Il tono era stato freddo, conclusivo. Imbecille: non un'ingiuria, una constatazione. E la parola era diretta al marito...
Stracci la pagina con le cifre e se la mise in tasca.
- Domattina porterai questa rivista a San Fedele e la metterai sul mio tavolo...
- S, signor cavaliere.
De Vincenzi usc in fretta dal salone. Il portiere si alz dal banco e si diresse ad aprirgli il portello. La bussola a vetri era stata fermata e per uscire si passava da un lato, attraverso l'apertura di una grossa lastra di vetro, che girava sui cardini come una porta.
- Buona notte - fece la voce rude del portiere.
De Vincenzi non pot rispondere, ch la nebbia lo assal, lo avvolse, lo assorb come un risucchio.
Ma lui era ancora troppo turbato, per rendersene conto. Turbato  parola inesatta. Egli si sentiva il cervello imbevuto di sensazioni, di immagini, di parole, alcune tangibili e penetranti, altre, fluide e fosforescenti.
Il delitto per De Vincenzi non era un fatto, era un fenomeno di cui gli incombeva il dovere di ricercare la causa.
Questa volta la causa gli sfuggiva per segreti sentieri, per tangenti fuggevoli.
Il numero di quei sentieri era impressionante.
Pearl Selsirca Adaire ed Enrico Acrisles erano stati in parte esplorati. Oh, in minima parte! Poi c'era Fabius Pigeon coi suoi capelli rossi. I due americani Blitz e Brocksley... troppo, apertamente infamati, per poterli chiamare sentieri segreti (ma talvolta non tener conto dell'apparenza  pericoloso, quanto affidarsi imprudentemente ad essa). La contessa Merani e suo marito, pista insidiosa e fragile, sdrucciolevole, piena di crepacci a trabocchetto. Il giovane Donald Hendel, insidioso anche lui come le sabbie mobili e come esse apparentemente inerte.
Ma dovette fermarsi. La nebbia gli elevava un muro davanti. Impossibile vedere a un metro di distanza. Cerc di orientarsi. Era uscito dal Londra e voleva andare al Continentale. Tutti e due gli alberghi si trovano dallo stesso lato di via Manzoni. Sul medesimo marciapiede. S tenne contro il muro e avanz.
La nebbia gli penetrava nella gola, gli faceva bruciare gli occhi. Si sentiva la pelle del volto trafitta da mille aghi; cos freddi da dar l'impressione che scottassero.
Eppure, quell'accanimento degli elementi meteorologici contro il suo corpo gli ridava il senso fisico di se stesso, lo liberava dall'incubo del cadavere...
Scorse finalmente le colonne dell'albergo, di marmo troppo bianco perch la nebbia ci si attaccasse, inghiottendole.
Trov facilmente il bottone del campanello. Dal di dentro lo raggiunse un rumore di raganella metallica, saltellante.
L'uomo che gli apr era vestito di nero con le chiavi d'oro al colletto chiuso e diritto della giubba.
Vide lo sparato bianco e fece entrare il nottambulo, credendolo un ospite dell'albergo.
Quando furono nell'atrio, davanti al banco illuminato da un'unica lampadina, che schiacciata da una conchiglia di porcellana verde gettava tutta la luce sui fogli di un grande registro, il portiere. tese la mano verso il quadrato delle chiavi.
- Numero?
- Me lo dovete dir voi. Che numero aveva il marchese Acrisles, il vecchio?
La mano tesa ricadde. L'uomo si volse. Scrutava l'intruso.
- Polizia - disse De Vincenzi.
- Vedo!
Ma non vedeva nulla. Anzi, quel che vedeva serviva, a non fargli comprendere. Non sapeva mettere una qualifica sul volto e sull'abito di quel signore, cos diverso da tutti i rappresentanti della Polizia con cui aveva avuto a che fare.
- Ci deve essere di sopra uno dei miei agenti, a cui ho dato l'ordine di piantonare l'appartamento del marchese.
- Infatti!
- Ebbene? - La voce aveva ritrovato l'accento spicciativo del comando.
L'uomo si scosse.
- Desiderate salire?
- S.
- Vi accompagno.
- Deve essere rientrato da poco il marchese Enrico Acrisles, il figlio?
- S.
- E i conti Merani?
- Ma s.
La seconda risposta era carica di stupore.
- E chi altro  rientrato da poco?
Adesso lo stupore si stava facendo preoccupazione.
- Mister Brocksley.
Anche l'americano abitava al Continentale.
- Datemi i numeri delle loro camere.
- Dei conti Merani?
- E di Brocksley.
L'uomo si pieg sul banco e consult il piano dell'albergo. La luce della lampada gli illumin la testa nera.
- Mister Gibbs Brocksley occupa il numero 13, al pianterreno...
-  curioso!...
La testa si sollev, mostrando un volto reso perfettamente idiota dall'incomprensione.
- Ieri ne avevamo 13!... Venerd 13... Quando  arrivato?
La testa e il volto sparirono dalla luce. Soltanto le mani rimasero illuminate a sfogliare il registro.
Un dito si ferm sopra una riga.
- Il 22 dicembre...
- E i conti Merani?
Altre pagine girarono.
- In novembre... il 4...
- La loro camera?
- Il numero 111, al primo piano.
- Conducetemi nell'appartamento del vecchio Acrisles... Immagino che il figlio abbia una camera vicina.
- Primo piano tutti e due. Numeri 60 e 64... Si fanno fronte nello stesso corridoio.
.
2.
.
Nel corridoio - un tunnel di semioscurit e di silenzio ovattato, molle - Cruni dormiva sopra un seggiolone da coro, con l'occipite contro il legno di un alto schienale ad arabeschi.
Aveva trasportato il seggiolone davanti alla porta del numero 60.
L'uomo vestito di nero con le cifre d'oro al colletto lanci un'occhiata alla grande porta bianca, ermeticamente chiusa. Un'occhiata di curiosit compressa. E si allontan sul tappeto, che smorzava ogni rumore di passi.
Cruni apr gli occhi. Balz in piedi.
- Nulla di nuovo?
- Nulla, dottore. Mi ero addormentato...
- Non potevi far niente di diverso. Gli altri sono stati seguiti?
- S, dottore. Per quanto... con la nebbia...
- Allora?
- Carmelo  salito addirittura in tassi assieme all'americano pi piccolo... quello nero...
- E lui?
- Gli ha offerto un sigaro...
Anthony Blitz conosceva il modo di trattare la Polizia.
- Togli quel seggiolone di l e apri la porta.
Cruni si estrasse una chiave dalla tasca.
De Vincenzi, prima di entrare, cerc con lo sguardo dall'altra parte del corridoio la porta del numero 64. Si trovava proprio di fronte al 60, come gli aveva detto il portiere.
- Puoi andartene... A farti dormire su quella seggiola, ti troverei con le ossa rotte... Chiuder io e porter via la chiave. - 
- Grazie, dottore.
Apr la porta ed entr, richiudendola dietro di s. Accanto al letto ardeva una piccola lampada da veglia. Il letto era preparato per accogliere il vecchio, che non vi si sarebbe coricato. Un pigiama turchino cos scuro da sembrar nero era disteso sulle lenzuola.
Gir il commutatore e un grande lampadario si accese al soffitto.
La camera era vastissima, ammobiliata col lusso teatrale dei grandi alberghi. La scena appariva sontuosa. Una scrivania davanti alle tende della finestra. Sopra la cartella di cuoio rosso, un libro e alcuni giornali.
A destra si apriva un'altra porta e lui vi si diresse. Era il bagno. Una grande stanza tutta lucente di porcellana e di metalli cromati. C'era un armadio laccato e sopra gli appositi sgabelli le valige. In un angolo un baule.
No, non avrebbe certamente cercato l dentro.
Cercato che cosa?
Si mise le mani nelle tasche del pastrano e si guard attorno, indeciso. Non si era tolto il cappello. Gli specchi gli mostrarono la sua immagine. Faceva un curioso effetto, lui, in mezzo a tutto quel biancore.
Torn nella camera da letto, dopo avere spento le luci.
Come poteva sperare di trovar l dentro qualcosa che spiegasse il delitto, che gli consegnasse il colpevole?
No, non lo aveva mai sperato. Voleva soltanto conoscere il morto, impregnarsi dell'atmosfera nella quale Arturo Acrisles aveva vissuto.
Accese la lampada sulla scrivania e and a spegnere il lampadario. Troppa luce! A lui sarebbe stato impossibile abitare una camera cos grande e illuminata a quel modo. Gli avrebbe impedito di pensare.
Spense anche la lampadina accanto al letto. Nel farlo, vide un vassoio con un bicchiere d'acqua e un tubetto di vetro. Dial. Il vecchio soffriva d'insonnia.
Un bel delitto sarebbe stato, se l'assassino avesse sostituito una di quelle pastiglie con un'altra di cianuro...
Un delitto da romanzo poliziesco. Nella vita, le cose andavano diversamente. L'assassino faceva cadere l'acido prussico nel bicchiere del whisky, in un salone illuminato, mentre la vittima leggeva il Wiener Magazine. Questo si chiamava saper cogliere l'occasione!
E poi andava a mettere la fiala dell'acido nella borsetta di Pearl Selsirca Adaire, per incriminare un'innocente...
Si era fermato in mezzo alla stanza.
Perch si trovava l? Un attimo di smarrimento. Un senso di oppressione allo sterno. Quella camera lussuosamente arredata, con le pareti tese di damaschi, le tende di seta, i mobili pesanti, gli aveva fatto rivedere davanti a s il cadavere contorto, gli occhi sbarrati.
Voleva l'atmosfera, lui! L'aveva trovata. Poteva dirsi soddisfatto. Il metodo psicologico dava i suoi frutti. Maledetto imbecille! Perch non contentarsi dei fatti? Qualunque altro dei suoi colleghi avrebbe mandato a San Vittore Pearl Selsirca Adaire, avrebbe "fermato" Blitz e Brocksley, che erano per lo meno stranieri indesiderabili.
Perch "vivere" a quel modo - una vera sofferenza! - ogni inchiesta?
C'era da ammalarsi! Almeno, avesse fatto come l'omino Curti B, che saltabeccava attorno al cadavere e faceva il pagliaccio con gli indiziati.
Si scosse. Reag. Si tolse il pastrano. e il cappello e li gett sul divano. Si avvicin alla scrivania.
Acrisles leggeva un romanzo poliziesco: The lady in the Morgue di Jonathan Latimer. I giornali erano inglesi e tedeschi.
Tent i cassetti della scrivania. Chiusi, naturalmente. Ma l'ira sorda, che aveva dentro di s - tutta amarezza irrequieta sparsa per le vene, attossicatrice - non lo fece esitare un istante. Non aveva nelle tasche un mazzo di grimaldelli, come forse avrebbe avuto il detective del Latimer. Si guard attorno. Che sciocco era stato a non frugare nelle tasche del morto, per lasciare che lo facesse il giudice istruttore! Vi avrebbe certo trovato le chiavi e si sarebbe risparmiato di scassinare quei cassetti. Vide che erano fragili; un mobile di falso maggiolino intarsiato. Facendo leva tra gli interstizi, si sarebbero aperti.
Torn nel bagno e trov un paio di forbici di acciaio.
I quattro cassetti si aprirono, uno dopo l'altro.
Sedette e cominci con metodo le ricerche.
Il morto era un uomo ordinato. Nel primo cassetto vide un pacco di lettere legate con un cordone. Tre libretti di assegni bancari. Un piccola registro di pelle nera.
Per prima cosa consult i libretti degli assegni, che erano della "Express L. C.".
Di ognuno dei tre erano stati adoperati alcuni assegni. Rimanevano le matrici; ma non recavano, che la cifra e la data. Nessuna indicazione delle persone alle quali gli assegni erano stati intestati.
Nel secondo libretto che sfogli, lesse una cifra che lo colp: 115.000. Trasse di tasca la pagina stracciata dal Wiener Magazine. 115.000, 60.000, 50.000 erano le tre cifre dell'addizione. Sulle matrici di quel libretto trov anche le altre due cifre. Aveva la conferma, che l'appunto sulla rivista era stato fatto da Acrisles e che si trattava di somme versate.
Adesso, assumevano una certa importanza anche quelle due maiuscole: O. M., coi quattro punti esclamativi.
Il terzo libretto, come il primo, non gli apprese gran che, se non il fatto che le uniche grosse somme versate da Arturo Acrisles erano state quelle. Ma a chi e perch?
Se O. M. voleva indicare Ottaviano Merani - supposizione ch'egli aveva subito fatta - poteva credere che il conte avesse ricevuto da Acrisles 225.000 lire? A quale titolo?
O non piuttosto il marchese aveva fatto quel conto, pensando ad altri e poi aveva tracciato quelle due maiuscole e quegli esclamativi; perch aveva saputo o ricordato che Ottaviano Merani doveva battersi con suo figlio?
"Non vi presterete a una pagliacciata!", "Non,  una pagliacciata!", "Io impedir il duello!", "Farete male...".
De Vincenzi sospir. Quanti intrighi, quale intrecciarsi di interessi e di sentimenti e come oscuri i meandri del cervello di quella gente! Il problema era scoraggiante, come tutti i problemi che aveva affrontati, quando aveva dovuto lavorare in ambienti intellettualmente e socialmente, raffinati. Troppe sfumature... I delitti commessi dalla povera gente sono pi franchi, pi brutali anche, ma senza maschera.
Prese il piccolo registro. Una quantit di nomi, di abbreviazioni, di cifre. Doveva essere il prontuario del movimento di affari di Acrisles. Hollywood, R. P., d. 370.000... New York, B. F., d. 90.000... Continu a sfogliarlo macchinalmente. A ogni pagina c'era il riassunto del dare e avere. L'attivo era formidabile e cresceva sempre. Verso la fine delle pagine scritte, le uscite recavano l'indicazione lt., invece di d. Evidentemente, Acrisles era giunto in Italia e faceva i conti in lire.
Fu su queste pagine che De Vincenzi si gett con attenzione, sperando di trovare qualcosa che gli rivelasse a chi erano state versate le 225.000 lire degli assegni. Infatti, nelle uscite trov le tre cifre, ma accanto ad esse era scritto: "a mezzo Fabius Pigeon...".
Il segretario dai capelli rossi!
Allora, not che altre somme erano state messe nel conto con quella qualifica e si meravigli di trovarne soprattutto nelle entrate e rilevanti. Come poteva Fabius Pigeon fornir somme al marchese Acrisles? Doveva trattarsi di incassi fatti per suo conto; ma perch tacerne la reale provenienza?
Avrebbe cercato di chiarire la cosa con Pigeon; intanto si content di prender nota delle date; scritte accanto alle tre cifre degli assegni; 115.000 lire erano state versate il 10 dicembre 1938: 50.000 il 17 dicembre 1938; 60.000 il 3 gennaio 1939. L'ultimo versamento era assai recente.
De Vincenzi si mise in tasca i libretti degli assegni e il piccolo registro.
Quindi cominci a slegare il pacchetto delle lettere.
Qui avrebbe trovato qualcosa di preciso, di positivo...
Non trov nulla, invece, perch qualcuno era entrato nella camera, senza che lui se ne fosse accorto, e di dietro alle spalle gli aveva dato un buon colpo sulla testa con un oggetto molto pesante e aderente, un piccolo sacco di pallini di piombo, forse...
.
3.
.
De Vincenzi torn in s assai lentamente. Aveva la bocca arsa e il cranio gli faceva un male atroce. Era disteso in terra, a bocca sotto, e sentiva qualcosa pesargli sulla schiena.
Riusc a sollevarsi un poco, a girarsi di fianco, e, vide che a pesargli addosso era la seggiola sulla quale stava seduto quando lo avevano colpito e che doveva esser caduta assieme a lui.
Riusc a mettersi a quattro gambe e a trascinarsi fino al divano.
Quando fu seduto, guard attorno a s e cominci a ricordare.
La camera era illuminata dalla lampada della scrivania. Il cassetto nel quale aveva cercato era sempre aperto. Tutto il resto appariva in ordine.
La testa gli doleva da non poterne pi... Gli sembrava che il cervello stesse per scoppiargli.
Prov a distendersi sul divano, facendo cadere a terra il cappello e il pastrano che vi aveva deposti, ma fu peggio.
Finalmente, riusc a mettersi in piedi e a trascinarsi fino al bagno. Apr il rubinetto della doccia e cacci la nuca sotto il getto dell'acqua. Poi prese un asciugatoio e si leg la testa. L'acqua gelata gli aveva fatto bene. Il dolore si era come attutito. Le forze gli tornavano. Strinse l'asciugatoio, fino a comprimersi il cranio.
Gli sembr di poter pensare.
Guard l'orologio, che aveva al polso: segnava le otto.
Almeno fossero le otto del mattino, pens. Se invece erano le otto della sera... Ma no, impossibile: lui caricava l'orologio ogni mattina; se fossero state trentasei ore che camminava, si sarebbe fermato.
Era rimasto privo di sensi poco pi di tre ore. E ancora doveva ringraziare il suo aggressore, che aveva fatto le cose per benino, senza fargli pesare addosso la mano eccessivamente.
Torn nella camera e guard nel cassetto e sulla scrivania. Naturalmente! Il pacco delle lettere era sparito. Soltanto per questo lo avevano addormentato a quel modo.
Apr in fretta gli altri cassetti. Contenevano qualche oggetto - tra gli altri una colt n. 22 - e alcune carte. Sembravano in ordine: ma come dirlo? Chi aveva portato via il pacco delle lettere poteva essersi impadronito di qualsiasi altra cosa....
Che idiota era stato a non chiudere a chiave la porta... a non mettersi subito in tasca anche le lettere!... Si frug nelle tasche e mand un respiro il registro e i libretti c'erano ancora.
No, evidentemente soltanto le lettere interessavano... o, forse, colui che era entrato e lo aveva colpito ignorava l'esistenza del piccolo registro e non aveva pensato ai libretti degli assegni... oppure le lettere non avevano nulla a che fare con le cifre, che Acrisles aveva segnate sulla rivista.
La testa gli faceva sempre male. Prov a togliersi l'asciugatoio. Torn nel bagno e si rimise col cranio sotto la doccia. Un maledetto colpo gli avevano dato...
Ma chi?
Enrico Acrisles...
Ottaviano Merani...
Gibbs Brocksley...
Quei tre alloggiavano nell'albergo. Soltanto uno di essi aveva potuto penetrare nella camera e uscirne, senza esser veduto dal portiere. Quale dei tre? E non poteva essere stata la contessa? Difficile! Troppa sicurezza e, a ogni modo, se fosse stata lei, avrebbe dovuto avere il marito per complice...
Si guardava nello specchio del lavabo. Una faccia da cadavere aveva! Si palp leggermente la nuca e sent uno spaventoso gonfiore.
Eppure, bisognava agire.
Bevve un bicchiere d'acqua gelata. Sentiva le nausee. Per esser suonato, lo era!
Nella camera, riusc a infilarsi il pastrano, si mise il cappello in testa, cercando di farselo stare il pi possibile sugli occhi. Il gonfiore doveva essere aumentato, perch gli sembrava di avere un cranio gigantesco, da rachitico macrocefalo.
E, adesso, che cosa avrebbe fatto?
.
4.
.
"Io non vi credo! Non  possibile che mio marito abbia agito cos. Voi siete un mentitore, abbrutito dal vizio, che si diverte a farmi soffrire e che crede di tenermi. Quello che avete fatto iersera  mostruoso! Non ricominciate, perch ve ne pentireste! Voi non rovinerete mio marito e non continuerete a ricattarmi, perch...".
La lettera terminava cos. Cio, non terminava. De Vincenzi, mentre si avviava verso la porta, l'aveva veduta sul tappeto e l'aveva raccolta.
Evidentemente, era una delle lettere del pacco caduta al suo aggressore. Come aveva fatto costui a non accorgersene? Doveva aver fretta, o forse temeva di non aver colpito abbastanza forte e che lui rinvenisse.
Si avvicin alla lampada del tavolo e osserv il foglio. Carta assai fine, leggermente paglierina. Non c'era busta. E perch non era terminata? Come faceva il marchese ad averla ricevuta cos incompiuta? Che non recasse firma era ammissibile: ma perch era stata inviata al destinatario interrotta?
Le parole che conteneva apparivano chiare. Il marchese Acrisles esercitava un ricatto morale su di una donna, valendosi di un'azione compiuta dal marito. Morale soltanto?
Era per riavere quella lettera che lo avevano mezzo accoppato?
Quante altre lettere del genere conteneva quel pacco?
Ottaviano e Marga Merani...
Gibbs Brocksley...
Enrico Acrisles...
Quale?
O nessuno dei tre?
La prima induzione, la pi logica, era che si trattasse di Marga Merani. Ma De Vincenzi diffidava delle induzioni troppo facili e troppo logiche.
E se colui che era entrato nella camera e lo aveva colpito fosse anche pi abile del prevedibile? Se avesse lasciato cadere apposta quella lettera - che non lo riguardava - per trarlo in inganno, per fuorviarlo, mentre portava via le altre lettere, fra le quali dovevano esservene di molto compromettenti per lui?
Sottile!
Si mise in tasca il foglio, accanto al libretto degli - assegni e al piccolo registro. Con la pagina del Wiener Magazine e con la fialetta gialla, erano quelli tutti i corpi di reato raccolti fino allora. Per non parlare della bozza dietro la nuca, che lo faceva soffrire...
Che cosa dimostravano?
Oh! Tante cose; ma non erano sufficienti ancora a mandar qualcuno alle Assise...
Per raggiungere tale scopo, egli doveva interpretare tutti quegli oggetti disparati, farli parlare...
Per il momento, con le scarse facolt di riflessione che gli erano rimaste, preferiva far parlare le persone vive.
.
5.
.
Ci volle qualche minuto, prima che Enrico Acrisles, di dietro alla porta chiusa, gli rispondesse: - Entrate!
Lo trov in mezzo alla camera, appena disceso dal letto. Col pigiama rosso cupo, sembrava anche pi alto, anche pi magro.
De Vincenzi entr e richiuse la porta.
- Siete voi, commissario?
La stanza era simile a quella del padre. Medesima lampada accesa accanto al letto, medesima scrivania davanti alla finestra. Soltanto la disposizione dei mobili era rovesciata e la porta del bagno si trovava a sinistra, invece che a destra.
- Accendete la luce, vi prego...
Le finestre erano ancora chiuse e le tende tirate. Acrisles entr nel gabinetto da bagno e ne usc subito, infilandosi una veste da camera sul pigiama.
La tunica era anch'essa amaranto. Il rosso doveva essere il suo colore.
De Vincenzi accese. Poi and a sedere, sul divano. Si sentiva le vertigini e le nausee gli tornavano.
Acrisles gli si mise di fronte. Lo guard in volto e sollev le sopracciglia.
- Ma voi state male, commissario!
- Non  nulla!
Si tolse il cappello e si pass il fazzoletto sulla fronte madida.
Il giovane ebbe un gesto Poi sedette.
- Anch'io ho fatto una notte completamente insonne.
De Vincenzi guard il letto: doveva essersi gettato sopra le coperte.
- Molti non hanno dormito, questa notte...
- Tranne, mio padre!
- S.
Non c'era stata amarezza, dolore, sarcasmo, in quella sua constatazione; ma pi tosto un senso di rimpianto, quasi di sconforto, per non esser lui a dormire a quel modo.
- Io esco ora dalla camera di vostro padre.
- Non ne dubitavo.
Ma gli occhi lo scrutavano, si erano fatti inquieti, allarmati.
- Perch non ne dubitavate?
- Era naturale che la Polizia perquisisse. Che cosa avete trovato?
- Quasi nulla. Quel che avevo trovato mi  stato portato via da qualcuno, che mi ha colpito alle spalle, sulla testa, facendomi perdere i sensi...
- Non volete dire?!
- S.
- Ma ... incredibile!
La parola non era quella che avrebbe voluto pronunciare.
- S. Diciamo che ... audace. Colui che ha corso un tal rischio deve sentirsi alle strette, come una belva che si vede stanata...
Una pausa.
- Che cosa avevate trovato?
- Un pacco di lettere.
Il pallore aument. Egli si rovescio, un poco all'indietro sullo schienale.
- Le avevate lette?
- No. Che cosa credete che contenessero?
Un gesto vago.
- Vi ho detto che ho sempre tutto ignorato di mio padre.
- E... dei conti Merani?
La testa gli doleva troppo. Non aveva tempo e modo di prender le tangenti.
- Che c'entra? Sono estranei.
Ma questa volta era visibilmente turbato. Faceva ballare le lunghe gambe con un movimento nervoso.
- Per favore... - fece De Vincenzi e gli ferm il ginocchio. - Non sono estranei, se voi dovete battervi a duello col conte e se vostro padre avrebbe voluto impedire... quella che lui chiamava una pagliacciata!
- Mio padre aveva idee fatte, pregiudizi...
De Vincenzi non sorrise.
- Lasciamo andare. Vi ho detto quel che  avvenuto. Ci troviamo di fronte a un assassino, che conosce l'esistenza di punti di riferimento, di tracce... e che non rifugge da alcun mezzo per assicurarsi la salvezza. Da alcun mezzo... nemmeno da un altro assassinio. E io mi domando chi sar la prossima vittima. Ogni minuto conta. Vi chiedo di non farmene perdere pi del necessario.
Il giovane si irrigid.
- Non posso dirvi quello che non so.
- Guardate!
Gli porse la lettera trovata in terra.
- Che cos' questo?
- L'ha perduta il mio aggressore, nell'andarsene. Perduta... o lasciata cadere di proposito.
Le dita, aprendo il foglio, tremavano. La lesse e strinse convulsamente le mascelle. De Vincenzi ud distintamente lo scricchiolo dei denti. Acrisles trov tuttavia la forza di dominarsi. Ripieg il foglio e lo restitu al commissario.
- Non basta la morte, per cancellare un'esistenza.
E guard in volto De Vincenzi. Gli occhi avevano un'espressione di infinita tristezza, ma erano gelidi. Si sarebbe detto che il dolore, il disgusto, l'orrore si fossero cristallizzati dentro di lui.
- Non posso aiutarvi, commissario!
- Non vorrete, tuttavia, che la morte di vostro padre rimanga impunita!
- Non posso aiutarvi... - ripet.
Sembrava invecchiato di dieci anni. Tutto il corpo gli si era rilassato, affloscito.
- Conoscete la calligrafia di questa lettera?
Neg col capo. Era un gesto stanco, sfiduciato. Non si prendeva neppure la pena di mentire con sicurezza. Eppure, non avrebbe parlato.
De Vincenzi ne fu persuaso e si alz.
- Voi vi sentite male, commissario! Aspettate.
And nel gabinetto da bagno e torn con una bottiglia e un bicchiere. Emp il bicchiere per due terzi e glielo porse.
- Bevete.
De Vincenzi prese il bicchiere macchinalmente. L'odore del cognac gli diede l'impressione di svenire. Bevve di un fiato.
Intanto, Acrisles era rientrato nel bagno. Si sent, il rumore che faceva la bottiglia contro il vetro, di un altro bicchiere. Beveva anche lui. Ne aveva bisogno. Quando torn aveva i pomelli accesi. Due macchie rosse.
L'alcole aveva frustato il corpo di De Vincenzi. Un'onda gli batt contro il cervello, vi dilag, si ritrasse, prosciugandolo. Gli sembr d'aver ritrovato un po' di energia.
- Quando vi batterete?
La domanda non lo sorprese.
- Nel pomeriggio.
- Credete... che ne valga ancora, la pena?
Fece un gesto con la mano. Vago.
- Credete... che io vi lascer il tempo di farlo, questo duello?
- Quella lettera non  di Marga Merani, commissario. Se lo pensate, vi mettete per una strada falsa.
- Perch non mi dite di chi ,?
- Non lo so!
- Non sapete neppure che vostro padre aveva dato denaro... molto denaro al conte Merani?
- Mio padre? Impossibile!
La parola era piena di disgusto, quasi di disprezzo.
De Vincenzi si diresse alla porta.
Prima di giungervi, si volse.
- Perch non sareste stato voi... a colpirmi, questa notte? A voi pi che a ogni altro sarebbe stato facile sapere che io mi trovavo in quella camera...
Rispose con semplicit
In tal caso, non avrei lasciato cadere quella lettera.
E De Vincenzi subito si disse che era vero.
Dei tre sospetti dell'aggressione - quattro con la donna - uno era eliminato definitivamente. Apr la porta e usc nel corridoio.
.
6.
.
Non poteva entrare dai conti Merani in quello stato. N a quell'ora.
Nonostante tutto, la civilt 1a elevato barriere oltre le quali  difficile andare: le barriere delle convenienze sociali. Neppure dopo un assassinio e una rapina, date le circostanze, a lui era possibile superare quelle barriere.
Si sarebbe urtato contro l'alterigia del conte e non avrebbe potuto parlare da solo con la contessa.
In quanto a Brocksley, era meglio non farne nulla pel momento. Se era stato lui ad aggredirlo, conveniva lasciarlo nel dubbio che il colpo vibrato avesse fatto pi male del previsto e che la sua vittima fosse rimasta senza conoscenza e fuori combattimento pi a lungo di quanto era avvenuto realmente. In tal modo si poteva sperare che compisse qualche altro atto di audacia e che si tradisse.
Oppure sarebbe stato necessario avere operato subito una perquisizione nella sua stanza. Subito? In tre ore - ch tante lui ne aveva passate nel limbo dei sogni - l'americano aveva avuto tutto il tempo di far sparire lettere e corpo contundente. Pi che mai De Vincenzi era convinto che si trattasse di un sacchetto di pallini di piombo, a meno che non si fosse trattato di un oggetto duro di cuoio... ecco: un bastone di cuoio lo avrebbe stordito, senza ferirlo...
Ma se l'aggressione contro di lui aveva tutte le caratteristiche dei metodi impiegati dai delinquenti americani, il veleno nel bicchiere di Acrisles non ne aveva alcuna.
Come conciliare i due modi di agire?
E poi Brocksley aveva la sua camera al pianoterra: in qual modo aveva potuto sapere o immaginare che lui era entrato nella stanza del marchese, aveva mandato via il maresciallo, vi si trovava solo?  vero che avrebbe potuto veder Cruni discendere oppure esser salito all'azzardo, magari sperando di non trovarvi nessuno...
De Vincenzi, mentre si rialzava il bavero del pastrano, per coprire lo sparato bianco e la cravatta nera, e si accomodava il cappello sulla testa il meglio possibile, si ostinava a pensare che non fosse stato Brocksley a colpirlo e a prendergli le lettere... Discese.
Nell'atrio, il portiere di notte aveva ceduto il posto a un dignitoso personaggio, vestito anche lui di nero, ma con una lunga redingote sventolante.
Lo vide arrivate dalle scale e lo fiss curiosamente, corrugando le sopracciglia.
- Dov' il telefono?
- Pardon?
De Vincenzi gli mise sotto il naso il distintivo di cuoio della polizia.
Dignit, sicumera, autorevolezza si fusero come neve al sole.
- Che cosa  accaduto?
-  accaduto che debbo telefonare.
- Per di qua...
Lo accompagn lui stesso, con grande meraviglia dei grooms e dei lifters vestiti di verde.
Quando gli ebbe spalancata la porta della cabina, trov il modo di chiedere:
- Hanno voluto dirmi...  vero del marchese Acrisles?
De Vincenzi entr nella cabina, senza rispondergli.
Telefon a San Fedele. Le istruzioni che diede furono semplici, ma tali da far mobilitare l'intera Squadra Mobile.
Piantonare il Continentale, il Londra, il Palazzo, il Marino, il Cavour. (Che colpa ne aveva lui se quella gente si era dispersa in tutti gli alberghi della citt?).
Filare i conti Merani, Pearl Selsirca, Brocksley, Blitz, Hendel, Pigeon ed Enrico Acrisles.
Telegrafare a Nuova York.
Per ultimo disse al vicecommissario Sani di venir personalmente ad operare una perquisizione a fondo nella camera del defunto marchese Acrisles, al Continentale, installandosi lui stesso nell'albergo fino a quando non fosse andato De Vincenzi a rilevarlo. In ogni caso gli avrebbe telefonato laggi.
Riappese il ricevitore e usc prima dalla cabina e poi dall'albergo.
C'era ancora la nebbia, ma assai meno fitta.
In piazza della Scala, sal in un tassi e si fece portare a casa sua.
...
.
...
PARTE SETTIMA.
...
.
...
UN PICCIONE.
.
1.
.
Alle dieci, De Vincenzi era a San Fedele.
Un po' pallido, gli occhi cerchiati, una bozza sul cranio - non tanto grossa, tuttavia, grazie alle compresse d'acqua gelata - ma completamente padrone del suo cervello e all'occorrenza del suo corpo. Un bagno caldo, un paio di pastiglie d'aspirina e varie tazze di caff senza zucchero avevano operato il ristabilimento.
Entr nel suo ufficio. Cruni era chino davanti alla stufa di ferro e mattoni e si spolmonava sui tizzi accesi, che avrebbero dovuto ardere e che si contentavano di fumare. La stanza calcinosa era vagamente impregnata di fumo acre.
De Vincenzi non si tolse che il cappello e and a sedere al suo tavolo.
Davanti a s vide il fascicolo del Wiener Magazine.
- Sani?
Il maresciallo si raddrizz. Tossiva e aveva le lacrime agli occhi.
- C' un biglietto del vicecommissario per voi, dottore. L'ho messo l...
Sotto il Wiener Magazine vide una busta dell'ufficio, col suo nome. Ne argu che Sani era andato via da San Fedele, prima che il giudice istruttore avesse dato il nullaosta al cadavere, liberando cos dalla sua fazione l'agente lasciato al Londra.
Sani scriveva laconicamente
Telegrafato. Disposta sorveglianza. Il Questore ha chiesto di te. La Prefettura ha telefonato di non dar notizie ai giornali. Ti attendo al Continentale. Non cercare agenti, perch quelli della Squadra sono tutti fuori. Ciao. - Sani.
Quel che lo preoccup fu che il Questore avesse chiesto di lui. Che cosa avrebbe potuto dirgli? S, naturalmente, avrebbe avuto il dovere d'informarlo di tutto: fialetta, Selsirca, Wiener Magazine, assegni, registro, lettere, colpo sulla testa, foglio perduto o abbandonato sul tappeto e infine la lettera della Selsirca a Hendel. Questi erano fatti. Ma per lui quel che contava erano le reazioni delle varie persone, i punti di riferimento, le tangenti. Come parlare di metafisica e psicologia al suo Capo? Avrebbe fiutato i garofani, che aveva sempre sul tavolo per mettersene uno alla bottoniera quando usciva, e avrebbe sorriso di lui.
Prese il ricevitore e chiese la comunicazione col Questore.
- Commendatore, sto addosso al caso Acrisles.
- ...
- No, appena al principio.
- ...
- S, ho cominciato col prendermi un maledetto colpo sulla testa, che mi ha addormentato per tre ore.
- ...
- Oh, no! Sono validissimo, invece... Ma ho i minuti contati...
- ...
- Grazie. Vi assicuro che far il minor uso possibile di psicologia...
- ...
- ...Non so!... Ma credo che ventiquattro ore mi basteranno.
- ...
- Va bene. Ossequi, commendatore.
Depose il ricevitore e sorrise. Era riuscito ad aver le mani libere per un giorno. In ventiquattro ore credeva di poter risolvere il problema e di metter le manette all'assassino? No, non lo credeva; ma aveva dovuto limitare il tempo, per non esser costretto a dar spiegazioni troppo diffuse.
Cruni si era rimesso a soffiar sui tizzi.
- Lascia, andare! Star qui dentro il meno possibile, oggi.
Il maresciallo gli lanci un'occhiata tra il riconoscente e il preoccupato e chiuse lo sportellino di quel ferravecchio.
De Vincenzi aveva tirato fuori dalle tasche i corpi di reato del "caso Acrisles" e li aveva messi sul tavolo.
- Chiudi questa roba nell'armadio...
Ma trattenne i libretti degli assegni, la pagina del Wiener Magazine, il piccolo registro, la lettera trovata e quella di Pearl Selsirca. Sorrise, perch quel che rimaneva da chiuder nell'armadio era una minuscola fiala gialla, che ancora odorava un poco di mandorle amare.
Poi si mise davanti gli scores del "ponte", sui quali aveva notato le ore dei vari movimenti delle sedici persone implicate.
Li consider per qualche istante. Pi che altro a lui quegli appunti servivano di pali segnalatori, per dare una traccia alla corsa del cervello. I nomi gli richiamavano alla memoria le persone, le parole, gli atteggiamenti. Due immagini gli si presentarono in primo piano, quasi per imporsi alla sua attenzione: Pearl Selsirca Adaire e Fabius Pigeon.
L'ometto con la parrucca rossa - ma erano certamente capelli suoi quelli, perbacco! - lo attraeva come una calamita. Aveva l'impressione che detenesse le chiavi di molti misteri.
Il fascino di Pearl si operava sopra un altro piano. Quella donna era ancora un enigma per lui. Ma egli come gi a sua insaputa Curti B - aveva la convinzione che fosse lei il centro nervoso di tutto il sistema. Oppure la carica di dinamite, che aveva fatto scoppiare la catastrofe.
Dietro, in ombra ancora, vedeva un altro volto di donna. Capelli biondi - un lusso di capelli d'oro in tutte quelle donne che avevano girato attorno ad Arturo Acrisles (ma la fantasia di De Vincenzi, lanciata oramai nel dominio delle concretizzazioni simboliche, si figurava il vecchio sotto la specie di un enorme ragno e vedeva impigliate nella sua tela argentea tante mosche auree...) - fronte convessa, ciglia ad arco assai divise alla radice del naso, una piccola bocca, un mento sfuggente e le gote leggermente rientranti, fino a darle una perpetua aria ironica e irridente. Chi gli aveva detto di non fidarsi delle donne dalla bocca piccola? Nessuno, la sua sensibilit soltanto. E di Marga Merani non si fidava.
Adesso, per, quella sensibilit aveva vibrato nei riguardi di Pearl Selsirca, perch quasi tutti gli indizi trovati si appuntavano contro di lei. Tranne il luogo dove era stata trovata la fialetta dell'acido prussico, che non era un indizio o lo era alla rovescia.
Quale, dunque, il primo movimento, che avrebbe dovuto fare quella mattina? Una visita a Fabius Pigeon gli sembr urgente.
Il segretario grassottello, con quel suo naso rotondo a patata e gli occhi troppo ingenui, doveva saper molte cose. Era lui che operava gli incassi per conto del padrone. A giudicare dalla lettera incompiuta - un allegro rompicapo quello l! - l'attivit del vecchio non doveva essere pulita. Era possibile che Acrisles facesse il ricattatore, per denaro? Il figlio gli aveva detto che era molto ricco, il piccolo registro nero glielo aveva confermato. Era davvero un ricattatore e di quale specie il marchese Acrisles, greco di origine, il quale aveva dimostrato di saper dominare l'indemoniata industria di Hollywood, di saper navigare fra i gorghi e le rapide di Wall Street?
De Vincenzi si alz. Cruni era rimasto qualche minuto a contemplarlo, attendendo ordini, e vedutolo assorto se ne era andato in punta di piedi, senza disturbarlo. Sorrise, pensando a Cruni. Stava con lui ormai da circa dieci anni; un buon cane fedele...
Si avvicin alla finestra, che dava sul cortile. La nebbia si era diradata, ma il cielo rimaneva chiuso. Una luce giallo d'ocra, senza splendore, riusciva a filtrare attraverso le nubi. Quell'angusto cortile, col suo alberello scarno contro il muro alto, sembrava un pozzo d'acqua torbida, melmosa.
Immagini, sempre immagini...
Torn al tavolo e suon il campanello, per chiamare Cruni.
- Io esco. Ma ho bisogno di averti sotto mano. Tutti gli altri sono in servizio comandato e non ci sei che tu. Mettiti nella camera di Sani e non ti muovere. Almeno, so dove trovarti, se ti voglio.
- Non vi stancate troppo, dottore.
E lo guardava con occhi paterni, preoccupato pel colorito del suo volto, che non era davvero brillante.
- Se viene Curti B, gli dirai che si vada a chiudere nel suo ufficio... Gli telefoner. Non lo voglio tra i piedi, questa volta.
E usc. In piazza San Fedele esit davanti a un tassi, perch si sentiva ancora debole; ma poi si disse che prendere un tassi per andare al Marino sarebbe stato ridicolo.
.
2.
.
Fabius Pigeon non aveva la coscienza tranquilla.
Gli avevano ammazzato Acrisles.
Lui lo odiava, d'accordo; ma non era una buona ragione, perch glielo avesse ucciso un altro. A lui il marchese Acrisles serviva ancora, allo stesso modo che lui serviva al marchese.
Molte volte la fredda crudelt di quel vecchio lo aveva atterrito.
Non lo faceva per denaro. Era un vizio, il suo. Una forma spaventosa di sadismo. E Pigeon non poteva comprendere che si potesse correre un rischio, girare una vite, se non lo si faceva per denaro.
Tornato in albergo, dopo la nottata tragica del Londra, egli comp vari movimenti, che non aveva mai pensato di compiere prima d'allora: chiuse a chiave la porta della stanza, tir il piccolo chiavistello nichelato e, non soddisfatto, spinse la grossa poltrona contro la porta.
Che cosa temeva? Oh, temeva tutto! Le coincidenze di quel venerd erano state troppe. Lui le chiamava coincidenze. Fatti che avevano coinciso con l'assassinio, intendeva dire. Il marchese aveva dato un colpo di vite a Pearl Selsirca, proprio quel giorno. Un altro a Viola Manning. Certo lo aveva fatto, anche se aveva proibito a lui di farlo: la rosea, sorridente, formosa tedesca era una vittima, che il vecchio non avrebbe trascurata. E poi c'erano i Merani, coi quali la partita si era ingaggiata ai ferri corti.
Pearl Selsirca voleva dire Hendel. Voleva dire Enrico, per di pi. Una complicazione, questa, che il vecchio si era trovato addosso, inaspettatamente.
E poi aveva fatto la sua comparsa al bridge Anthony Blitz. Da solo non sarebbe stato pericoloso; ma c'era Brocksley. Tutti e due venivano da New York... da Sing Sing, per essere precisi. Anche quei due costituivano una coincidenza.
Di che temeva? Eh, sapeva troppe cose lui!
E poi c'era adesso un'altra minaccia, dalla quale purtroppo nessuna porta barricata lo avrebbe difeso: la minaccia della Polizia. Certo, avrebbero tentato di farlo parlare. Sapeva che in Italia non era in uso il terzo grado, ma qualcosa dovevano pur fare per indurre un testimonio alle confidenze, no?
Testimonio soltanto? Ma era sospetto, lui!
Tante volte aveva meditato di uccidere il vecchio. A cominciare dal giorno in cui Acrisles aveva scoperto l'ammanco nella cassa della Radio Pictures e non lo aveva denunciato, obbligandolo soltanto a rilasciargli la confessione scritta del furto compiuto. Dov'era quella sua dichiarazione, adesso? Sapeva che il marchese l'aveva portata con s, assieme a tutte le altre "prove" di cui si serviva per "stringere le viti". Se avessero trovato quella carta, il motivo da attribuirgli era bell' pronto, e quanto convincente!
Ah, no. Questo, no. Aveva saputo evitare di misura San Quintino o Sing Sing e non aveva nessuna voglia di conoscere le prigioni italiane, sotto l'accusa di omicidio. C'era la fucilazione, tra le altre cose, in Italia! Poco allegra, la prospettiva, anche se non era la graticola elettrica...
No, no... Alla disperazione, messo alle strette, avrebbe parlato. Le coincidenze erano molte; ma lui sapeva tra quali scegliere e poteva benissimo dar qualche indicazione a colpo sicuro su chi aveva avuto l'idea geniale di preparare l'ultimo cocktail pel vecchio!
Quel pensiero non lo rallegr.
Si rivedeva nel momento in cui, nascosto per caso nel primo salottino, aveva sorpreso qualcuno camminare in punta di piedi nel salone... E la seggiola sulla quale stava seduto aveva scricchiolato proprio allora. Lo avevano veduto?
Lui sperava di no; ma, se sapevano che era stato lui, Fabius Pigeon, a far scricchiolare quella seggiola, la sua carriera correva molti rischi di venir troncata in fiore.
Rabbrivid.
In pigiama da notte, coi capelli rossi scarmigliati, non era bello a vedersi, Fabius Pigeon, quando rabbrividiva. Ma nessuno poteva contemplarlo: la porta era chiusa.
Quel pensiero - la sicurezza di veder sempre la poltrona immobile contro l'uscio - aveva fatto s che riuscisse a dormire qualche ora.
Adesso, si era svegliato di soprassalto, perch gli era parso che un uomo camminasse in punta di piedi nella sua camera. Accese la luce. Nessuno. Naturalmente, aveva sognato. Il sogno incubo.
Si mise a sedere sul letto e tese la mano per prendere l'orologio: erano le nove. Un'ora decente per alzarsi, anche se era rientrato in albergo dopo le quattro.
Si alz, infatti, e in pigiama, prima ancora di lavarsi, cominci i preparativi per la partenza.
Sicuro, se ne sarebbe andato, prima che qualcuno avesse pensato a trattenerlo.
Nessuna prova contro di lui, nessun indizio, per la buona ragione che lui non aveva assassinato Acrisles. Non si lasciano tracce, quando non si commette un avvelenamento. Per lo meno, lui era sicuro di non averne lasciate.
Poteva andarsene. Doveva andarsene. La. Polizia se la sarebbe sbrigata da sola. Se credevano che lui si sarebbe prestato a facilitar loro il compito... marameo
Faceva le valige in fretta, gettandovi dentro gli indumenti e i vestiti alla rinfusa. Adesso, che aveva preso una decisione, si sentiva invadere da un'impazienza febbrile.
Aveva terminato e si apprestava a dedicarsi a una rapida toletta del suo corpo, quando sent picchiare all'uscio.
Sobbalz e per qualche istante rimase senza fiato.
Finalmente, riusc a mugolare: - Entrez! - ma subito pens che era un po' difficile che potessero entrare con quello sbarramento.
Corse all'uscio.
- Chi ?... - chiese, senza aprire.
- Una lettera urgente.
- Passatela sotto la porta.
Vide apparire una busta bianca.
Era proprio quello che temeva; il suo terrore prendeva forma concreta.
E come avevano fatto presto! Lacer la busta, apr il foglio.
"Venticinquemila lire vi farebbero certo comodo. Venite a prenderle alle dieci e mezzo di stamane. Mi troverete in auto in piazza Sempione, davanti all'Arco della Pace. Aprite lo sportello ed entrate nell'auto. Fate molta attenzione di non esser seguito da qualche poliziotto, perch sarete certo sorvegliato. Ma i piccioni debbono saper volare! Un amico".
Rimase col foglio in mano.
Non era quello che aveva creduto di trovarvi.
Venticinquemila! L'affare prendeva un aspetto insospettato. Come aveva fatto a non dirselo lui pel primo?
Un fugace sorriso gli apparve sul volto. And al lavabo. Fece assai presto a lavarsi, a pettinarsi i capelli rossi, a vestirsi.
Chiuse le valige gi pronte. Diede un'occhiata attorno. Vide il pigiama che si era tolto e che non aveva pensato di mettere in valigia. And a prenderlo e lo gett sul letto. Era meglio, anzi, che nessuno sospettasse troppo presto la sua intenzione di andarsene. Se la Polizia fosse venuta, mentre lui non c'era, avrebbe creduto ad una fuga. Questo pensiero lo indusse a riaprire le valige e a dare alla camera l'aspetto di prima.
Ecco. L'orologio gli disse che eran quasi le dieci. Aveva tempo. Anche il tempo di far perdere le sue tracce, se lo avessero seguito... I piccioni sanno volare!
.
3.
.
Gli avevano ordinato di recarsi al Marino.
Si trattava di sorvegliare senza farsi notare un certo individuo, straniero.
Benedetto Mastrantoni poteva benissimo sorvegliare qualcuno - dal momento che faceva l'agente di P. S., ne aveva l'obbligo e avrebbe dovuto averne l'esperienza e la capacit; - ma in quanto a non farsi notare era un'altra cosa.
Misurava un metro e ottanta e aveva un circonferenza di ventre pi che proporzionata alla statura. Un solido agente, capace di abbattere un malandrino; ma niente affatto costruito per fare l'uomo anguilla o il fantasma da seduta spiritica.
Ci si era trasportato alle otto e mezzo e adesso era assai pi di un'ora che stava aspettando nell'atrio dell'albergo, seduto sopra una seggiola, che aveva mandato un gemito quando lo aveva accolto.
Gli avevano detto che mister Fabius Pigeon si trovava in camera e che, per uscire, non avrebbe potuto non passargli davanti.
Benedetto rimaneva l, solido, compatto, granitico. La macchia scura del suo corpo enorme stonava maledettamente nell'atrio stile liberty (una visione da far legare i denti, quei mobiletti di legno sottile, tutto arabeschi e fiori) del vecchio albergo. Il direttore aveva provato a suggerirgli di andare a mettersi nel caff di fronte, aveva persino tentato di lusingarlo nella sua vanit col dirgli che Sherlock Holmes, per "filare" qualcuno, si nascondeva nei luoghi pi impensati ed eterocliti. Ma Benedetto non conosceva Sherlock Holmes e non sapeva che cosa significasse eteroclito. (Con precisione non lo sapeva neppure il direttore, tanto che aveva adoperato la parola impropriamente).
Era rimasto.
Per tutto segnalamento gli avevano detto che Fabius Pigeon aveva i capelli rossi e che l'albergo non ospitava altri viaggiatori - e non viaggiatori - coi capelli di quel colore.
Attese.
Alle 10 e 10, vide scendere un signore coi capelli rossi. L'impressione che gli fece quella chioma - Pigeon si era proprio tolto il cappello, deponendolo sul banco della Direzione, dinanzi a cui si era fermato per parlare con uno dei segretari - fu tale che la mole del suo corpo sussult e lui si eresse di scatto.
I capelli rossi si volsero a guardarlo. Benedetto si affrett a soffiarsi il naso e ad immergersi nella contemplazione di un quadro a olio, che rappresentava una marina (o forse un prato).
Dopo poco, Pigeon, col cappello in testa, traversava l'atrio e usciva sulla piazza.
Benedetto lo segu. Mantenne la distanza, naturalmente; ma per tutta la piazza non lo perdette di vista. E neppure in Galleria. E neppure in piazza del Duomo.
Lo vide entrare nella cattedrale. Un divoto, era. Con quei capelli!, pens Benedetto che, nonostante la sua complessione, aveva inconsapevoli doti di umorista. Come faceva a pregare Iddio, con quei capelli ardenti, che ricordavano le fiamme dell'inferno?
Entr anche lui in chiesa e non vide pi n capelli rossi, n altro di simile.
L'unica cosa rossa che vide fu la tunica scarlatta di uno scaccino. E la propria collera sorda.
Per quanto cercasse, producendo persino un poco di sommovimento tra i fedeli, non riusc a rivedere Fabius Pigeon.
Ed era destino che Benedetto non lo rivedesse mai piu.
Fabius Pigeon, entrato nella chiesa da una delle grandi porte, era uscito assai veloce per una porticina di via Arcivescovado e, sicuro di non aver pi dietro di s quel troppo visibile pedinatore, era salito in un tassi a cui aveva dato l'ordine di dirigersi al Sempione.
Cos facendo, Fabius Pigeon dimostrava che i piccioni sanno volare e non sapeva che qualcun altro, in quel momento, si preparava per suo conto a dimostrargli come i piccioni fossero pur sempre volatili e soggetti, quindi, a ricevere una scarica di piombo tra le piume.
O una pallottola nel cranio.
.
4.
.
De Vincenzi arriv al Marino, quando Fabius Pigeon se ne era andato da una diecina di minuti.
Chiese di esser condotto nella sua camera e il direttore dell'albergo ve lo accompagn.
Non trov nulla. Se non un sottile pezzo di carta bianca sul tappeto, in mezzo alla stanza.
Lo raccolse e si rese conto che era il lembo di una busta. Aperta in fretta e con le mani, pi tosto che con un tagliacarte, dacch quella strisciolina era irregolare e tutta denti. Ne dedusse che Pigeon doveva aver ricevuto da poco una lettera. Non era supponibile che chi aveva fatto la pulizia avesse lasciato quel pezzo di carta, ben visibile sul tappeto, dal giorno prima.
Nulla di strano che il segretario del defunto marchese Acrisles avesse ricevuto una lettera; ma tuttavia De Vincenzi si mise in tasca la strisciolina e sceso in basso interrog il portiere.
S, era arrivata una lettera pel numero 25. Potevano essere le dieci o poco meno. L'aveva recata un fattorino pubblico, di quelli che fanno servizio degli espressi e che hanno recapito in piazza del Duomo, sotto i portici della Galleria. No, il portiere - e neppure il lifter - non lo conosceva e se precisava che doveva essere uno dei fattorini di piazza, lo faceva perch gli altri fattorini, quelli della Stipel o di altre agenzie, portavano un berretto differente.
De Vincenzi non aveva da far altro al Marino. Pigeon era uscito - quella lettera giunta all'ultimo momento lo preoccupava tuttavia - e certo l'agente mandato da Sani lo aveva seguito.
Mancatogli il segretario, decise di recarsi da Pearl Selsirca Adaire.  vero che colei ch'era stata una stella di Hollywood aveva dato appuntamento alle dieci di quella mattina a Donald Hendel; ma la lettera era stata scritta prima della morte di Acrisles e poich Pearl doveva oramai sapere che il commissario l'aveva sequestrata, c'erano tutte le probabilit che non fosse andata all'appuntamento.
Al Londra sent, appena entrato, la tensione del luogo in cui  scoppiato un "fattaccio". Il portiere - un altro, biondo e assai pi decorativo di quello rude della notte - lo guard con preoccupata diffidenza.
- La signora Selsirca ha dato ordine di destarla a mezzogiorno... Questa notte ha giocato a bridge fino a tardi...
De Vincenzi fece un gesto. Quel che era accaduto alla notte lo sapeva. Le barriere della civilt! Anche qui le convenienze sociali gli impedivano di far destare la donna e di interrogarla.
- Hanno portato via il corpo? - chiese bruscamente.
La glaciale correttezza del portiere ricevette un colpo e sembr decomporsi.
- Certo! - balbett. - Ma voi, signore, come fate a sapere?
Aveva sul banco i giornali del mattino e diede un'occhiata ai fogli. Un'occhiata carica di preoccupazione: possibile che avesse cercato male? Impossibile. Piuttosto... ed esamin di nuovo De Vincenzi, tentando di giudicarlo, di studiarlo.
-  stata fatta la pulizia del salone e del bar?
Un po' in ritardo, il portiere ebbe un lampo.
- Senza dubbio, signor commissario. Appena andato via il giudice istruttore,  venuta la lettiga della Croce Rossa e il salone  stato arieggiato.
Difficile arieggiare quel salone e quel bar, senza finestre!
De Vincenzi vi si diresse. Con un gesto pieno di sussiego, il portiere si abbotton la redingote attillata e lo segu.
- Chi ha fatto la pulizia qui dentro?
- I due facchini di turno...
Sulla porta era comparso il direttore dell'albergo.
- Inutile che li interroghiate, commissario, se il vostro scopo  di sapere quel che potrebbero aver trovato. Hanno, infatti, trovato qualcosa. Ma  tutto qui.
Avanz e, sulla palma aperta, tese un piccolo astuccio d'oro. Era un bastoncino di rosso per le labbra. Un oggettino di gusto finissimo e di valore.
- Dove lo hanno raccolto?
- Sotto quella poltrona... - indic la poltrona sulla quale era morto il marchese Acrisles.
- Ne siete sicuro?
Il direttore sorrise.
- Me lo son fatto ripetere e li ho interrogati a fondo al riguardo, perch mi son reso conto anch'io che il fatto di averlo trovato proprio sotto quella poltrona vi avrebbe interessato.
Lo interessava, infatti, per quanto quel tubetto costituisse un indizio molto relativo. Anche dopo ritrovatane la proprietaria, c'era da tener calcolo che poteva essere stato perduto nel pomeriggio. A ogni modo, fino a quel momento a lui risultava che una sola donna si era avvicinata al marchese e gli aveva parlato, mentre stava seduto su quella poltrona: Pearl Selsirca Adaire.
Un'altra coincidenza?
De Vincenzi si mise in tasca il tubetto.
- Giocheranno anche oggi? - chiese.
Il direttore apr le braccia a un gesto desolato.
- Non credo... Ho paura che per questa stagione il bridge del Londra sia finito...
- Ritorner a mezzogiorno. Avvertite la signora Selsirca che mi attenda.
Usc in via Manzoni. Aveva un'ora, prima di poter parlare a Pearl.
Pens che un colloquio preventivo con Donald Hendel gli avrebbe servito di ottima preparazione. Pearl-Donald. Che significato poteva avere un tal binomio?
.
5.
.
Donald Hendel distese sul letto il paio di pantaloni a quadratini bianchi e neri - quelli che aveva messi una sola volta per andare a Epsom, otto anni prima - e poi torn a cacciar braccia e testa dentro il baule Innovation, made in U.S.A. Quando si sollev, aveva tra le mani un altro paio di pantaloni; a righe grige e nere, questo qui, che si era fatto fare da un sarto di Hollywood e che erano perfettamente uguali a quelli che portava William Powell nel film The a major domo. Depose il secondo paio accanto al primo, distendendoli anch'essi accuratamente. Quindi si allontan di qualche passo dal letto e prese a contemplarli.
Per Donald Hendel, nipote di lord Howard Barradys e unico erede del titolo, l'abbigliamento del corpo assumeva sempre un'importanza capitale.
Aveva socchiuso gli occhi e faceva le lontananze coi quadratini bianchi e neri e con le righe grige e nere.
Il volto pallido, affilato, aveva adesso una concentrazione tanto gelida, da apparire come una maschera di vetro opaco.
A un tratto mormor
- Che diavolo farebbe il vecchio Howard, se gli dicessero che l'ultimo dei Barradys  un assassino? Un leggero sorriso ironico gli apparve sulle labbra sottili.
- Decisamente, il mio dovere  di non occuparmene...
Scosse la testa.
- Pearl ... - cominciava a dire a se stesso; ma fu interrotto da un picchio alla porta.
Il giovane baronetto volse il capo verso i due battenti di legno scuro, lucido, perfettamente chiusi.
Per lui esistevano vari modi di picchiare a una porta. Teoricamente un tale assioma lo aveva appreso a Oxford; ma il controllo pratico gli era venuto dal gran numero di stanze d'albergo, che aveva abitate.
Il picchio si ripet.
Era risoluto; ma non villano. Chi picchiava aveva la coscienza di doverlo e poterlo fare.
- Come frward!
La porta si apr.
- Venite avanti, commissario!
De Vincenzi entr. Guard le due paia di pantaloni sul letto, poi il giovanotto. Portava ancora l'abito con cui lo aveva veduto alla notte nel salone del Londra. Non doveva essersi coricato. O, forse, s, si era gettato sul letto tutto vestito, perch i pantaloni cilestrini avevano perduto la riga e la giacca rossastra aveva qualche piega.
- Vi chieggo scusa del disturbo...
- Nulla! Il vostro giudizio pu farmi prendere una decisione. Quale dei due preferite? - e indic il letto.
- Preferisco per che cosa?
- Per un duello. Se doveste fare il padrino in un duello, quale scegliereste di quelle due paia di pantaloni?
- Nessuno dei due.
- Andreste in mutande?
Non sorrideva neppure. Aveva anzi un'aria assai severa, come se il problema da lui posto fosse di capitale importanza e la risposta di De Vincenzi priva di ogni buon senso e un poco offensiva.
- Non farei il padrino in un duello... in questo duello!
- Impossibile!
- Io mi domando, sir Donald...
- Che cosa?
- Se voi comprendete la gravit della vostra situazione.
Il baronetto sospir.
- Un whisky? - E and a riempire due bicchieri, che erano con la bottiglia sopra il tavolo.
- Con soda o senza?
- Soda.
- Sedete, commissario.
Quando furono uno di fronte all'altro in due poltrone, Hendel chiese con grande semplicit:
- Siete venuto ad arrestarmi?
- Buon Dio, no! Non ne ho nessuna intenzione. A meno che non si tratti d'impedirvi di far da padrino a Enrico Acrisles.
Alz la mano e fece quel suo gesto stanco, per scacciare un insetto, che non c'era.
- Non parliamo di questo, commissario! Un gentiluomo...
- Sapete perch Enrico Acrisles deve battersi col conte Merani?
- E voi, commissario?
- Lo immagino.
- Io lo so.
- Ebbene?
Indic il letto.
- Sono preoccupato per la scelta... Quelli chiari pi sportivi, pi da gentleman... ma quelli scuri meglio adatti in caso di esito letale...
- Credete che si batteranno a quel modo?
- Peggio! Ancora whisky?
De Vincenzi rifiut.
- Ho in tasca una lettera che vi era diretta, sir Donald.
Il giovane corrug la fronte.
- Lo era?
- Lo  tuttora, se volete. Ma io l'ho aperta.
- Suppongo che lo abbiate fatto, nella convinzione di averne il diritto.
- Infatti!
Gli porse la lettera di Pearl Selsirca.
- Oh! Pearl...
La lesse. Lentamente ripieg il foglio e lo rimise nella busta. Sollev lo sguardo dei suoi occhi azzurri sul commissario.
- Allora?
- Per questo ho detto che la vostra situazione  grave!
- La mia?
- Oh, anche quella della signora Selsirca... Il pericolo che la minacciava doveva essere serio... se...
- Continuate.
- Quali erano... e sono i vostri rapporti con la signora?
- Siamo fidanzati. 
De Vincenzi sussult.
- Credevo...
- Che cosa?
- Nulla.
-  poco!
E bevve. Era calmissimo; ma aveva bevuto due bicchieri di whisky puro e adesso stava riempiendosene un terzo. Il suo pallore si era fatto livido. - Sapete dove abbiamo trovata la fialetta, che aveva contenuto l'acido prussico con cui  stato avvelenato il vecchio Acrisles?
- Come diavolo volete che lo sappia?
- Nella borsetta d'oro della signora Selsirca. 
Questa volta, Donald Hendel si alz.
- Ma  un'assurdit!
- Integrale.
Lo guard, pi colpito ancora. I suoi occhi dicevano: che giuoco state giocando?
De Vincenzi rimase seduto.
-  un'assurdit, giacch mistress Selsirca non pu avere avvelenato Arturo Acrisles.
- Perch? - Gli era sfuggito e si morse le labbra.
- Perch io ho trovato la fialetta del veleno nella sua borsa d'oro.
- Ah!
Fece qualche passo per la stanza, poi si ferm, si cacci le mani in tasca e guard De Vincenzi a quel modo che aveva contemplato i pantaloni, socchiudendo gli occhi e facendo filtrare lo sguardo tra le ciglia.
- Mi domando... che cosa voi pensiate realmente, commissario.
- Oh, lo vorrei sapere anch'io, sir Donald. Intanto, penso che comincerei a vederci chiaro, se voi voleste dirmi quale era il pericolo che minacciava Pearl Selsirca...
Apr gli occhi. Uno sguardo freddo.
- Lo ignoro. A meno che...
La pausa fu pi lunga del possibile. De Vincenzi cap che si era prolungata per qualche minuto pi del necessario e che Hendel oramai non gli avrebbe detto quel che gli era passato per la mente.
- A meno che?
- Evidentemente, non c'entra, se ad essere ucciso  stato Acrisles.
- C' qualcun altro che minaccia la pace della signora e la vostra?
- La mia?!
- Non siete il suo fidanzato? 
Alz le spalle.
- Non sareste capace di uccidere qualcuno, per proteggerla?
- Volete dire se sono stato capace di uccidere Arturo Acrisles?
- Alle 21 e 45, quando siete andato a telefonare era vivo, no? Gli avete parlato.
- E poi?
- L'ultima ad avergli parlato  stata Pearl Selsirca, alle 22 e 45 circa...
- La penultima, prego. L'ultimo a parlargli  stato l'assassino.
- L'assassino non pu avergli parlato, altrimenti non sarebbe riuscito a vuotare la fialetta nel bicchiere, senza che lui se ne accorgesse.
- Le vostre sono tutte speculazioni astratte, commissario. Non troverete mai una prova.
De Vincenzi si alz lentamente. Termin di bere il whisky che era rimasto nel bicchiere. Disse con vera soavit:
- Ma trover il movente. E perch Pearl Selsirca non credeva che il proprio marito avesse commesso quello di cui Arturo Acrisles la accusava?...
- Il marito di Pearl?! Ma voi farneticate, commissario. Il marito di Pearl  morto!
- Pu anche darsi che voi crediate questo, sir Donald. Ma io propendo pel contrario.
-  assurdo! Voi rasentate la follia.
- Quando avr conosciuto tutti i particolari... del matrimonio della signora Adaire, avr assai probabilmente trovato l'assassino del marchese.
Hendel rise. La risata risuon squillante, piena e sincera; ma non era il suo genere ridere a quel modo. A Oxford doveva avere imparato a non farlo.
De Vincenzi si avvi alla porta.
- Vi consiglio di indossare i pantaloni chiari, sir Donald.
Il baronetto torn a farsi serio.
- Credete, dunque?...
- S, credo che il duello non avr esito mortale.
Stava per richiudere la porta, quando disse:
- Vedrete che non avr, anzi, alcun esito.
.
6.
.
Alle dodici, il cadavere di Fabius Pigeon fu rinvenuto sotto una siepe, in una stradicciola di campagna, oltre San Siro, dietro le scuderie di Trenno.
A vederlo fu un fantino, che faceva passeggiare un outsider in allenamento segreto.
Ma soltanto pi tardi il morto fu identificato per Fabius Pigeon; quando, cio, De Vincenzi, informato che un uomo coi capelli rossi era stato ucciso con un colpo di rivoltella alla tempia, intu che doveva trattarsi del segretario del fu marchese Acrisles.
E De Vincenzi ne fu informato in ritardo, perch lui intanto era occupato a far svenire, per la prima volta in vita sua, Pearl Selsirca Adaire.
...
.
...
PARTE OTTAVA.
...
.
...
ANAGRAMMA.
.
1.
.
Il Cavour - dove era alloggiato Donald Hendel - si trovava, come ognuno pu supporre, in piazza Cavour, che  la testa con cui termina via Manzoni. Assai vicino, quindi, al Londra. Tutti gli alberghi dove erano discesi i protagonisti del "caso Acrisles" avevano il vantaggio di trovarsi entro il raggio di un chilometro neppure.
De Vincenzi, uscito dal Cavour, guard l'orologio e constat che mancavano esattamente trenta minuti all'ora in cui Pearl Selsirca doveva essere destata. Pochi, per arrivare sino all'Albergo Palazzo - ecco, questo qui si sfrecciava oltre quel raggio, ma era l'unico - e fare una visitina ad Anthony Blitz. Troppi, per andare direttamente al Londra.
Ne avrebbe impiegati una ventina utilmente, se avesse ridisceso via Manzoni fino al Continentale. Anzitutto, avrebbe recato un po' di conforto a Sani e poi si sarebbe riavvicinato al punto nevralgico. Nevralgico anche per lui, a cui la bozza sul cranio doleva ancora...
L'importante personaggio che presidiava l'atrio dell'albergo, quando lo vide, fece una smorfia impercettibile; ma gli corse incontro.
- Credo che si trovi sempre nell'appartamento numero 60.
Vi si fece condurre in ascensore, questa volta. Sani si era sdraiato in una poltrona e leggeva il Corriere. Lo vide e mand un'esclamazione di gioia.
- Credevo che volessi farmi fare la morte del conte Ugolino, chiuso qui dentro!
- Non  ancora mezzogiorno...
- Oh, ma io disperavo di vederti prima di sera! - 
- E non sperarlo ancora. Me ne vado subito. Che cosa hai trovato?
- L'abitatore di questo lussuoso ostello era un uomo dovizioso, meticoloso e ordinato. Ma gli abiti accuratamente piegati, la biancheria, la collezione dei rasoi e delle cravatte non mi hanno rivelato n il nome del suo assassino, n la ragione della sua morte violenta e immatura.
- No!
- Come no?
- Dico che la sua morte non  stata immatura. Anzitutto, aveva circa sessant'anni e poi comincio a credere che abbiano fatto bene ad ucciderlo. Il che non impedisce che io abbia vegliato la notte scorsa e mi accinga a vegliare anche la prossima notte, per vendicarlo... Dunque, non hai trovato nulla?
- Oh, Dio! In quei cassetti ci sono varie carte... fatture, promemoria, dattiloscritti; ma sono tutti in inglese. Non li capisco. C' pure una rivoltella automatica, con sette proiettili nella carica. Quella l'ho capita ancora meno. Perch un gentiluomo di sessant'anni doveva sentire il bisogno di portare a spasso pel mondo una colt?
- Infatti! Una rivoltella non  mai bastata a neutralizzare l'effetto dell'acido cianidrico... ma lui, vedi, forse non aveva preveduto che avrebbero adoperato proprio un veleno! Da quando sei qui,  entrato o ha tentato di entrare qualcuno?
- Ma no... Voglio dire, una visita l'ho avuta. Quella del figlio, credo. Un giovanotto lungo e magro, con una faccia da morto che cammina.  entrato un'ora fa. Io ero ancora nel bagno a vuotare i cassetti dell'armadio. Ho sentito il rumore che ha fatto, mi sono nascosto dietro la porta, e ho messo l'occhio allo spiraglio. Lui si  fermato qui in mezzo. Sulle prime mi  sembrato che non sapesse da che parte cominciare a far qualcosa che pure aveva deciso di fare. Ma, invece, credo proprio che non volesse far nulla! Ha fissato quella scrivania, s' guardato attorno con occhi allucinati,  andato fino ai piedi del letto, s' fatto il segno della croce ed  scomparso. Ho avuto l'impressione che fuggisse davanti a uno spettro!
- Interessante! - mormor De Vincenzi.
- Se vuoi! Io l'ho trovato alquanto pazzo.
- A chi hai affidato la sorveglianza dell'americano del numero 13 e dei due italiani del 111?
- A Valeri. Ce ne sarebbero voluti due, di agenti, lo so; ma io non li avevo. Li ho messi in moto tutti! Comunque, Valeri mi ha telefonato un paio d'ore fa: l'americano era sceso nell'atrio e Valeri mi ha avvertito che stava per uscire e che lui lo avrebbe seguito...
- Cos che i Merani sono rimasti senza sorveglianza?
- Come vuoi che facessi?! Anche il marchese Acrisles, quello spiritato che  venuto qui dentro,  senza sorveglianza... Non posso mica...
- Lo so! - tagli corto De Vincenzi.
Sapeva, infatti, che soltanto sulla sua psicologia poteva contare... e ancora a patto che il caso lo aiutasse e che non gli dessero un colpo sulla testa!
- Bene! Vattene, adesso. Qui non pu accadere pi altro. Va' a mangiare e poi torna. Ma non chiuderti in questa camera a leggere il Corriere. Mettiti nell'atrio o nel bar e sorveglia da vicino i due Merani. Voglio sapere quel che fanno. Hai capito?
- Ma s...
Sani sentiva il nervosismo crescente del suo Capo e ne era impressionato. Anche un poco umiliato era; ma, insomma, che colpa ne aveva lui se...
- E, se puoi, sorveglia anche Enrico Acrisles. Ma gi, nelle prime ore del pomeriggio sar qui io e quello me lo riserbo. C' un certo duello in vista...
- Un duello?
De Vincenzi si era avvicinato al telefono, ch'era sul comodino accanto al letto. Si fece dare San Fedele e chiam Cruni.
-  accaduto qualcosa?
- Ma no, dottore... - La voce di Cruni era titubante. -  tornato Mastrantoni... Dice che quel tizio del Marino... lo ha seminato...
- Che dici? - rugg De Vincenzi.
Cruni si schiar la voce.
- Mastrantoni doveva filare quel signore che abita al Marino... quello coi capelli rossi...
Fabius Pigeon! La lettera... Lo sapeva lui!
- Va' avanti, perdio!
- Alle 10 e 10  uscito dall'albergo...  andato a cacciarsi in Duomo e Mastrantoni lo ha perduto di vista...  disperato...
- Disperato un corno! Digli che  un imbecille. Il resto glielo dir io!... Aspetta!... Rimandalo al Marino e ordinagli di telefonarmi subito appena Pigeon... quel tizio, come dici tu, si chiama Fabius Pigeon... ritorna. E, quando lo vede, gli si metta alle calcagna e non lo lasci pi. Non importa se se ne accorge, anzi autorizza Mastrantoni a dirgli che  un agente e che ha l'ordine di sorvegliarlo. Hai capito?
E riappese il ricevitore.
Purch non fosse troppo tardi!
Usc con Sani. Al portiere chiese:
- I conti Merani sono usciti?
- Assieme, commissario. Voglio dire che  la prima volta che li vedo uscire assieme...
- A che ora?
- Oh! Da molto tempo... Saranno state le nove, le nove e mezzo.
Cos, di tutte le filature che aveva ordinate, non ce n'era in piedi che una: Brocksley! E, forse, a quell'ora anche Valeri era stato seminato... Almeno, Carmelo aveva avuto l'intelligenza di accettare il sigaro di Anthony Blitz.
.
2.
.
- La signora Selsirca vi prega di salire, commissario.
Nell'ascensore, il groom color del caff e latte si strappava una pepita dall'indice coi denti e guardava di sottecchi De Vincenzi.
- Chi ha svegliato la signora, alle dodici?
- La sua cameriera.
C'era anche una cameriera, dunque.
La vide subito, del resto, perch lo stava aspettando nel corridoio. Poteva avere trent'anni, forse; ma di certo li aveva tutti impiegati a mangiar spilli. Non aveva mai veduto una magrezza tanto impressionante. I capelli neri tirati sulla nuca, un musino da scimmia, il grembiule di merletto e le manopole bianche ai polsi. La sua padrona le aveva di brillanti...
- Good by, sir! Go before, sir...
E gli indic la porta numero 12.
Una vestaglia di seta verde coi draghi neri rampanti, un paio di babbucce ornate di piume, i capelli neri, lisci, luminosi. E quel suo volto dai grandi occhi cerchiati, ch'eran pesti adesso, senza bisogno di kohl. Puro stile di Hollywood, la messa in scena; ma gli occhi, no. Gli occhi appartenevano a una donna, che aveva paura.
- Entrate, commissario. Siete venuto a proteggermi? Ne ho bisogno: soprattutto moralmente.
De Vincenzi sent che, sotto il sorriso e la leggerezza del tono, l'appello era sincero. Ma non era diretto a lui; era rivolto a qualcuno - forse al Signore - che l'aiutasse anche contro di lui.
- Credo che mi sar possibile proteggervi, nell'unico caso che vi affidiate a me...
- Ho scherzato, commissario. Chi volete che mi minacci... se non siete voi?
Si muoveva rapida. Sembrava cercare un luogo dove nascondersi, dove scomparire. Quanti anni aveva? Il corpo era giovane, perfettamente, stupendamente giovane.
- Venite a sedere accanto a me. Credo che per ottenere la mia confessione, avrete bisogno di farmi parlare di cento cose, di tendermi chiss quanti tranelli. Non  cos che fate, voialtri detectives?
Era andata a sedere sul divano. Ma ne occupava proprio la punta, lasciando a lui quanto spazio voleva. E non osava adagiarsi, appoggiare la schiena; rimaneva diritta, quasi per tenersi pronta alla difesa, alla fuga.
De Vincenzi cap che la lotta sarebbe stata difficile. Quella donna aveva paura e minacciava di perdere il controllo di s. Una colpevole non avrebbe agito diversamente. Ma, in quel caso, non poteva essere che un'assassina occasionale, smarrita ella stessa davanti all'enormit del proprio atto. Ora, l'avvelenamento di Acrisles era stato operato con metodo, con sicurezza, con eleganza quasi. Non concordava! E poi c'era la fiala nella borsetta...
De Vincenzi si tolse il pastrano e lo depose sopra una seggiola, accanto alla porta. Voleva darle l'impressione di essere un amico, cercare di liberarla dal contatto, che la faceva vibrare come un corpo elettrizzato.
Quando le fu vicino e sedette all'altra punta del divano, sent che vere onde elettriche si sprigionavano da lei. La fiss in volto: anche il volto era giovane, senza una ruga. Perch pensava con tanta ostinazione alla sua et?
- Nessun tranello, signora! Scoprir tutte le mie carte in un colpo. Non  cos che si fa anche al bridge?
Rise. Una leggerissima distensione si oper in lei.
- Volete farmi credere che siete disposto a fare il "morto" con me?
- E perch no, se la regola del giuoco  questa?
- Vediamo le vostre carte, allora...
- Oh! Sono carte con le quali  difficile vincere la partita.
Lo fissava, attendendo. Non sapeva ancora dove volesse andare a finire.
- C', prima di tutto, la vostra lettera a Hendel...
- Ve la siete fatta dare dal portiere, lo so.
- Non potevo farne a meno e ve ne chieggo scusa...
Aspett che dicesse qualche cosa; ma lei continuava a guardarlo soltanto.
- Da quella lettera ho appreso che un pericolo vi minacciava e che le vostre forze si rifiutavano di continuare la lotta...
- Non avete mai avuto un momento di debolezza, voi? Uno di quei momenti in cui si vorrebbe non essere nati? Ieri sera c'era la nebbia... Io ho orrore della nebbia... Anche a Nuova York... Mi ero abituata al sole della California...
Divagava. Ma era stata indubbiamente sincera, quando aveva detto che avrebbe desiderato di non essere nata.
- Quando ci si trova in tali condizioni di spirito, si fa di un'ombra una montagna!
- Capisco...
Scosse il capo.
- No, forse non capite!
- Volete dire che la minaccia non esisteva?
- Voglio dire che, se avessi riflettuto, avrei compreso che la minaccia era ridicola... insufficiente...
- Insufficiente... a farvi pensare che occorreva agire... che occorreva...
- No, commissario! Quella minaccia non mi veniva da Arturo Acrisles. - Si picchi il ginocchio con la mano. - E questo  il primo vostro tranello, che ho sventato!
Le onde elettriche tornarono a colpirlo, si ritirarono, ritornarono ancora. Le sentiva fisicamente e doveva fare uno sforzo per neutralizzare l'effetto, che producevano sui suoi nervi.
- Lo ammetto. Ieri, la minaccia non veniva dal marchese Acrisles. Ma prima?
Questa volta, l'irrigidimento del corpo di lei fu visibile.
- Che cosa sapete, voi?
Lentamente, De Vincenzi trasse dalla tasca la lettera perduta o abbandonata. La lettera incompiuta. Gli occhi di lei si aprirono smisuratamente.
- Che cos'?
Gliela porse. La prese con mano ferma. Con uno sforzo di volont sovrumana, apr il foglio e lo guard.
Per qualche istante non si sent che il suo respiro oppresso. Poi si fece meno frequente, torn quasi regolare.
- L'avete trovata fra le carte del marchese?
- L'ho trovata in terra... in camera del marchese...
Lo guard incredula.
- Qualcuno mi aveva fatto perdere i sensi con un colpo sulla testa e mi aveva portato via un pacco di lettere, che si trovavano in un cassetto della scrivania di Arturo Acrisles. e, nell'andarsene, quella lettera gli era caduta... o lui l'aveva fatta cadere...
Sempre pi gli occhi rimanevano spalancati. Due stagni neri, sotto la neve della fronte.
- Quando?
- Stamane, assai presto...
Un'altra pausa. Adesso, respirava liberamente. Sospir. Gli restitu il foglio.
- Ritengo inutile mentire, dicendovi che quella lettera non  stata scritta da me! Avete l'altra mia e potete confrontarle. Non mi sono data la pena di alterare la calligrafia... e non ne avrei avuto ragione del resto.
- Allora...
Lo interruppe freddamente. C'era una tale sicurezza in lei, adesso, che De Vincenzi si chiese se non si fosse ingannato poco prima, nel sentirla turbata e sconvolta.
- Guardate bene quel foglio, commissario... Guardatelo contro luce.
Egli obbed.
- C' una filigrana... - Lesse: - At... Geo...
- Precisamente! Atlanta... Georgia... Ad Atlanta esiste, o per lo meno esisteva, una fabbrica di carta... Ma la sua produzione non varca i confini dello Stato della Georgia... Quella carta non si vende che laggi... Ebbene, io sono nata in Georgia; ma vi manco da oltre dieci anni. La lettera  stata scritta in quel tempo.
Allora?...
Ma era scettico. Che cosa gli avrebbe tirato fuori adesso?
- S. Vi ho mentito stanotte. Ho conosciuto il marchese Acrisles ad Atlanta... nel '28... Ero molto giovane, allora... Quasi una bambina...
- Ed avevate marito?
- S.
- Selsirca?
Esit. Poi scosse il capo.
- Che v'importa di sapere chi fosse mio marito? Mor...  stato Acrisles a farmi andare a Hollywood.
De Vincenzi guard il foglio che aveva tra le mani. Perch incompiuto? Ma non voleva approfondire, adesso. Se lo rimise in tasca. Poteva essere la verit quella; ma non la scagionava da nessun sospetto, ne addensava di nuovi, anzi, intorno a lei. Se la sua amicizia col marchese risaliva cos indietro nel tempo...
- E adesso siete fidanzata a Donald Hendel!... - 
-  lui che lo dice... che lo vorrebbe.
- Non capisco!
- Non  necessario! Perch farci entrare Hendel?  sospetto anche lui? Non penserete che abbia ucciso lui Acrisles! E in quanto al fidanzamento...
- Mi  sembrato che anche Enrico Acrisles vi sia amico... pi che amico, forse...
- Che cosa intendete dire?
- Che la vostra bellezza...
- Enrico? Ma no!... - Non sapeva se ridere o sdegnarsi. - Non fate insinuazioni, commissario. Siete un gentiluomo, voi...
Poi si incup. Gli occhi le si fecero tristi.
- Povero Enrico!
C'era una sfumatura di tenerezza nelle sue parole. Tutto il corpo le si era rilassato. Si sarebbe detto che lo sforzo compiuto fino allora l'avesse esaurita e che lei stesse per abbandonarsi.
De Vincenzi si alz.
Pearl, nel vederlo muoversi, trasal. Si alz anche lei.
- Tutte qui le vostre carte?
- Non vi ho detto che non bastano a farmi vincere la partita?... Tuttavia...
- Credete di poterla giuocare?
- Volevo dire: tuttavia non sono tutte qui, le mie carte. Ce n' un'altra...
Di nuovo le onde elettriche lo colpirono. La difesa ricominciava. Fino a quel momento, lei credeva di essere la pi forte. Forse, lo era. Ma sapeva di avere un punto vulnerabile e temeva che De Vincenzi lo avesse scoperto...
-  stato trovato sotto la poltrona del marchese Acrisles... - e le mostr il tubetto d'oro col bastone di rosso per le labbra.
Distensione immediata. Altro colpo a vuoto.
-  grazioso! Ma non mi appartiene...
And al cassettone, trasse dal primo tiretto la borsa di rete d'oro e dalla borsa una scatola.
- Vedete? Il mio rouge  questo. Non ne ho altri.
Rise e questa volta la sua era una risata di liberazione.
- Decisamente, sono tutte carte che non servono, le vostre!... Non servono neppure a far la prima manche...(1) 
- Vi ho detto di essere un pessimo giuocatore!
Si infil il pastrano. Prese il cappello. Esitava ad andarsene. Aveva l'impressione di non esser riuscito a scoprire proprio quello che c'era da scoprire. E che era importante. Ma che cosa?
- Ci rivedremo, mistress Selsirca...
- Lo spero, commissario... Per quanto voi mi abbiate promesso una protezione... che non mi avete voluto dare!
- Non ho saputo, forse!
Lo guard e non disse altro, attendendo di vederlo andar via.
Ma De Vincenzi chiese:
- Perch mai, signora, quella vostra lettera era incompiuta?
Ebbe un brivido lungo. Vacill. De Vincenzi fece per trattenerla.
- No, grazie. Non sono mai svenuta in vita mia!
I suoi occhi fissavano qualcosa al di l di De Vincenzi, al di l della porta e delle pareti, al di l del tempo e dello spazio.
- Perch obbligarmi a ricordare? Fu anche quella, una notte di tragedia!... Non c'erano cadaveri... ma qualcosa mor dentro di me... qualcosa che da quel giorno mi  rimasta nel cuore... nel sangue... e che mi uccideva lentamente...
De Vincenzi not che aveva detto: uccideva. Sfumature. Tangenti. Psicologia! Perch non darsi addirittura allo spiritismo o alla numerologia e alla astrologia?!... Intanto, lui a quel modo soffriva il dolore di tutti.
Pearl continuava a fissare una propria visione dolorosa.
- Incompiuta!... Lo fu, infatti... Mio marito mi sorprese a scriverla... me la strapp di mano... corse lui a portarla ad Acrisles....Non sapevo che il vecchio l'avesse conservata...
Si scosse.
- Et voil! - esclam.
Era un passaggio voluto. Qualcosa che doveva avere imparato a Hollywood, alla Radio Pictures o alla Metro-Goldwyn...
- Grazie, signora Selsirca.
S'inchin e, questa volta, usc dalla stanza.
.
3.
.
Nel corridoio, trov di nuovo la cameriera.
La ragazza si era seduta sopra una cassapanca ed evidentemente attendeva che lui uscisse.
Si alz e gli sorrise con quel suo musetto da scimmia.
-  molto tempo che state con mistress Selsirca?
Non cap. Dovette ripeterglielo in inglese:
- Da quanto tempo state con la signora Pearl Selsirca?
- Ah! Con la signora Adaire? Da molto tempo.
- Da Hollywood?
- Prima... - e fece un gesto con la mano per indicare lontano, una lontananza infinita.
- Di dove siete, voi?
- Di Atlanta.
Aveva colpito giusto e Pearl non aveva mentito. Egli, del resto, non credeva che avesse mentito.
- Siete stata con lei fin dal tempo del suo primo matrimonio?
In quel momento la porta numero 12 si apr e la voce di Pearl chiam:
- Gustloff! Che cosa fate, dunque? Non sapete che dovete venirmi a vestire, Gustloff?(2).
La ragazza accorse, agitando disperatamente le mani.
De Vincenzi discese. Era assorto. Progrediva, sentiva di progredire, ma ogni strada che percorreva gli dava l'impressione di condurlo a una mta diversa.
Pearl Selsirca Adaire?
I conti Merani?
Brocksley?
Fabius Pigeon?
Quale? Quale? E perch no anche Enrico Acrisles? E perch no Donald Bendel, il quale amava Pearl, mentre qualcosa o qualcuno si opponeva a che la donna acconsentisse a sposarlo?
Chi aveva gettato il veleno nel bicchiere di Arturo Acrisles?
Ognuno di essi aveva potuto farlo.
De Vincenzi era uscito dall'albergo e camminava verso piazza della Scala.
Davanti al Continentale si ferm.
Avrebbe dovuto entrarvi, affrontare il conte Merani, avere un colloquio con Marga.
E con Brocksley. Senza contare che non poteva abbandonare a se stesso Enrico Acrisles, che s'era messo in testa di doversi battere a duello quel pomeriggio stesso con Ottaviano Merani...
Ma era assai stanco. La testa gli doleva di nuovo. Il colloquio con Pearl lo aveva stremato.
Riprese a camminare. Una sosta! Aveva bisogno di un'ora di riposo. Dopo avrebbe ricominciato. Sarebbe tornato al Continentale.
Fu davanti al Cova, che incontr Vladimiro Curti B.
L'omino proveniva da via Verdi. Avanzava in fretta, con quei suoi piccoli passi saltellanti, agitando il bastone.
Vide De Vincenzi e sollev le mani al cielo.
- Oh, commissario!... Sono stato tre volte a San Fedele, senza trovarvi!... Mi ha detto Cruni...
Che cosa aveva potuto dirgli Cruni?
- ...che non state bene... - Era enigmatico... - E voi? Perch mi fuggite?  vero che sono un sospetto anch'io... ma, insomma, sarebbe questa una buona ragione per cercarmi!
De Vincenzi fin col sorridere. Gli mise una mano sulla spalla.
-  un affare maledetto!...
- Andiamo a bere un aperitivo...
Entrarono al Cova. Sedettero a un tavolo in fondo.
- E cos? - chiese Vladimiro sorseggiando il suo bitter. - Quale di quelle quindici persone?
Ma guard in volto De Vincenzi e mut tono.
- Dovete non sentirvi bene davvero, commissario! Scommetto che non vi siete preso neppure un'ora di sonno!... Non parliamo di nulla, ora!... Fate distendere i vostri nervi... pensate ad altro... Guardate,  quasi la una e qui siamo soli... Andremo a mangiare pi tardi. Adesso riposate e fate come se io non ci fossi... Io, invece, provveder a proteggere il vostro riposo.
Era servizievole e paterno. Commovente, persino.
De Vincenzi si sentiva realmente stanco. Un momento di debolezza, si sa, che avrebbe subito dominato. Appoggi il capo alla spalliera del divano e chiuse gli occhi.
Quando li riapr, vide Curti B che aveva tirato fuori dalle tasche un giornaletto enigmistico e con la punta di una matita fra le labbra cercava le parole di un cruciverba.
- Vi sentite meglio?... Sapete dirmi una parola di sette lettere, che significhi... No, lasciamo andare... Gli anagrammi sono pi divertenti... - Sfogli il giornaletto. - Qualche volta se ne trovano di imprevisti...
- Che cos' un anagramma, Curti B?
Parlava per parlare. Cercava di distrarsi.
- Come? Scherzate! Anagramma! Una trasposizione di lettere, che muta una parola in un'altra... Per esempio, l'anagramma pi semplice del mio nome  Obitruc! Non  comico?
De Vincenzi macchinalmente pens: Obitruc rovesciato dava Curti B... Selsirca... Acrisles...
Balz in piedi, con grave spavento dell'omino.
- Che c', commissario?!
- Pagate voi, Curti B! Ci ritroveremo a San Fedele. E grazie!
Usc di corsa dalla pasticceria e, sempre di corsa, rifece via Manzoni, entr al Londra.
Per le scale riusc a, dominarsi e, quando fu davanti alla porta di Pearl Selsirca Adaire, aveva ritrovato tutto il suo sangue freddo.
Picchi.
Venne ad aprirgli la Gustloff, che mand un piccolo grido al vederselo dinanzi.
- La signora si sta vestendo!
Ma Pearl era vestita e avanz, sorridendogli.
- Che c', commissario?
De Vincenzi fece cenno alla cameriera di andarsene. La ragazza guard la padrona.
- Vai, Gustloff... Il commissario ha un segreto da confidarmi.
Si aggrappava all'ironia; ma la paura era tornata, formidabile.
- Perch non mi avete detto, signora, che il marchese Arturo Acrisles era vostro marito?
E rimase penosamente stupefatto dell'effetto prodotto dalle sue parole, perch Pearl - che gli aveva affermato di non svenire mai - cadde a terra, di schianto, priva di sensi.
.
4.
.
Quando riapr gli occhi, si vide distesa sul divano e il commissario De Vincenzi stava seduto a poca distanza da lei.
Ecco! Quel che temeva era accaduto!
Aveva sofferto pene d'inferno da tre mesi, da quando suo marito la aveva raggiunta in Europa, pel timore che il suo segreto fosse scoperto. E adesso lo era!
La morte di lui non l'aveva liberata! Tutto non era finito.
Che cosa importava allora, che fosse morto?
- Vi sentite meglio, signora?
Lei si mise a sedere, si pass le mani sui capelli, sul volto.
Trov persino la forza di sorridere.
- Vi avevo detto che non sarei svenuta! - Poi chiese con una certa preoccupazione: - Che cosa avete fatto, quando mi avete veduto perdere i sensi?
- Vi ho sollevata da terra e vi ho messa sul divano. Il vostro polso era debole, ma abbastanza regolare... Mi sono assunto la responsabilit di non chiamar nessuno...
- Grazie!
Lasci cadere le braccia lungo il corpo e lo guard.
- E adesso? Che cosa farete, adesso?
- Ma... nulla!
- Non mi arrestate?
Esit qualche istante prima di rispondere.
- Non credo che siate stata voi a uccidere Acrisles, come non lo ha creduto suo figlio...
- Avrei dovuto ucciderlo, per tutto il male che mi ha fatto! Ma non ne ho mai trovato la forza. Ieri notte, quando l'ho veduto... in terra... immobile... con gli occhi sbarrati, non mi  sembrato possibile che fosse morto! L'ho creduta un'altra sua beffa atroce... Come quella che mi fece, comparendomi all'improvviso dinanzi... un paio di mesi fa... gi nel salone... mentre io ritenevo d'esser riuscita a sfuggirgli ed ero sicura che lui fosse rimasto in America...
- Perch lo avete sposato, signora?...
In fondo, De Vincenzi poteva immaginare perch lo avesse fatto... La lettera era abbastanza chiara... Aveva ceduto a un ricatto! Ma perch aveva ceduto se suo marito - la leva del ricatto - era morto?
- Vi ho detto che ero una bambina, dieci anni fa... Ho esagerato, naturalmente; ma  pur vero che avevo soltanto diciotto anni... La catastrofe che caus la morte di mio marito... mi aveva sconvolta...
- La catastrofe, signora Selsirca?
Pearl trasal.
- Quel nome mi ossessiona, commissario!  stato il mio martirio di tutti questi anni!...
- Non era il vostro, tuttavia, signora! Selsirca... Acrisles...
- Oh! Arturo Acrisles aveva un'immaginazione mostruosamente perversa... Tutte le sue azioni si compivano sotto il dominio della sua immaginazione! Voi non potrete sapere mai a che punto di crudelt raffinata giungesse!... M'impose il matrimonio, per legarmi a s... Allora, ad Atlanta mi spos col nome di Selsirca... che era il suo vero cognome rovesciato... e quello con cui si era fatto conoscere da tutti in Georgia... Soltanto a Hollywood io seppi che si chiamava Acrisles, quand'egli riprese le sue vere generalit!...
- Ma un tal matrimonio era nullo! - esclam De Vincenzi.
Pearl ebbe un pallido sorriso.
- Oh, no!... Era, forse, nullo per lui... E consisteva in questo la raffinatezza della sua perfidia... del suo bisogno d'inganno... Egli in Georgia, dove era venuto per un grosso affare di mine da sfruttare, si era materialmente creato una nuova personalit con quel nome... Il mio legame era valido...
De Vincenzi non riusciva a convincersi che il matrimonio con un uomo il quale si era cambiato nome potesse legare una donna per tutta la vita! Doveva esserci qualche altra cosa, che Pearl taceva. D'altro canto, ella non era stata esplicita in nulla. Aveva parlato di catastrofe, che era costata la vita al suo primo marito...
- Non mi avete detto, signora, come vostro marito... mor...
Pearl non rispose subito.
-  una storia molto dolorosa!... E voi ammetterete, commissario, che dalla notte scorsa le mie forze sono state messe a una ben dura prova... Volete che rimandiamo ad altro momento, le spiegazioni?
De Vincenzi si alz.
- Credo, per, signora, che la vostra storia mi avrebbe grandemente aiutato, in questo momento...
Lei non rispose. Era ricaduta sul divano e aveva chiuso gli occhi.
De Vincenzi la contempl per qualche istante, poi usc.
Scese nell'atrio e chiam l'agente, che Sani aveva mandato di fazione al Londra e che il direttore dell'albergo aveva trovato il modo di relegare nel corridoio del bar, il pi possibile nascosto alla vista dei clienti. Lo condusse lui stesso al primo piano e lo fece sedere sulla cassapanca dove aveva trovato la magra Gustloff.
- Tu non ti muoverai di qui per nessuna ragione e seguirai la signora che abita in quella camera - gli indic la porta del numero 12 - se esce, dovunque vada. Hai capito? Dovunque!
- Ma lei mi vedr!
-  proprio quello che voglio! Che ti veda. E voglio anche che tu veda tutti coloro che verranno da lei. Hai capito?
L'uomo afferm con calore di aver capito.
...
.
...
PARTE NONA.
...
.
...
IL DUELLO.
.
1.
.
De Vincenzi sentiva di esser stato assai vicino alla verit e aveva la penosa impressione di essersela lasciata sfuggire.
La chiave del mistero doveva trovarsi in quel nome anagrammato.
Quando aveva improvvisamente scoperto che Selsirca non era altro che il rovesciamento nell'ordine delle lettere costituenti il nome di Acrisles, aveva avuto la sensazione di tenere la spiegazione di tutto.
Invece, ora, gli sembrava di essere tornato a vagare nella nebbia.
La storia di quel matrimonio non si reggeva in piedi.
In fondo, a lui non sarebbe importato nulla di conoscere la verit di quanto era avvenuto ad Atlanta dieci anni prima, se avesse gi risolto il problema dell'assassinio di Acrisles.
Ma non lo aveva risolto e, in quel momento, si sentiva pi che mai in alto mare.
Decise di allontanare per qualche ora dal suo spirito Pearl Selsirca - adesso il nome di Selsirca gli produceva un curioso effetto di ingrediente misteriosamente affatturato! - e di gettarsi con tutte le forze addosso agli altri personaggi del dramma.
Intendeva, bene inteso, adoperare soltanto le sue forze cerebrali ed  per questo che cominci a gettarsi innanzi tutto su qualche cosa di solido e di commestibile, che lo rifocillasse. Dalla sera prima non mangiava e l'orologio di piazza della Scala segnava quasi le due.
Guardando l'orologio, vide anche naturalmente il palazzo del Marino, sull'angolo del quale l'orologio si trova. Un nome gli fiammeggi nel cervello Fabius Pigeon.
Fiancheggi il teatro ed entr nell'albergo. Di controvoglia fu obbligato a sorridere, quando si vide dinanzi la mole dell'agente Mastrantoni. Con quel fisico, come rimproverarlo di essersi fatto seminare da Fabius Pigeon? Ma Pigeon non era tornato e questo lo preoccup vivamente. Nulla di strano che, uscito alle dieci del mattino, alle quattordici non avesse fatto ancora ritorno in albergo, dato che era solito mangiare fuori; ma tuttavia il malessere di De Vincenzi aument.
Entr in una trattoria davanti al Filodrammatici e mangi in fretta.
Non erano le quindici, che rifaceva per l'ennesima volta in poche ore via Manzoni ed entrava al Continentale.
La partita coi conti Merani e con Gibbs Brocksley cominciava! E al giuoco De Vincenzi volle che partecipasse subito anche Enrico Acrisles.
Sani gli venne incontro nell'atrio.
- I conti Merani sono ancora nel ristorante. Li ho veduti rientrare un'ora fa. Senza salire in camera, sono andati a mangiare. Brocksley  nel bar che beve. Poco fa  andato al telefono. Le cabine si trovano l in fondo, vedi? Tre cabine, una accanto all'altra. Lui  entrato nella prima e io nella seconda. Le pareti sono sottili e si sente tutto.
- Ebbene? - fece De Vincenzi, interessato.
Sani sospir comicamente
- Tutta pena perduta! Parlava inglese e io non capisco l'inglese.
De Vincenzi era troppo profondamente preso dai problemi, che cominciavano a diventare per lui una vera ossessione, per poter reagire comunque. Chiese:
- Ed Enrico Acrisles?
- Non l'ho veduto. Ho chiesto di lui al portiere e mi ha assicurato che non si  mosso dalla sua camera.
- Torna dove eri - disse De Vincenzi - e continua a sorvegliare i conti Merani. Se li vedi accingersi ad uscire, trattienili, pregandoli di aspettarmi. Io salgo da Acrisles.
Si avvi verso la scalinata.
- Non vuoi sapere quel che ha fatto stamane Brocksley?
- Ah, s!... Valeri  riuscito a non farselo scappare?
- Avrei voluto vedere! L'uomo, uscito dall'albergo,  andato in Galleria, si  seduto al Biffi e vi  rimasto fino a mezzogiorno.
- Solo?
- Valeri non  molto categorico su questo punto. Brocksley si era seduto nell'interno del caff, naturalmente, e Valeri lo sorvegliava dal di fuori, attraverso le grandi vetrate, passeggiando in Galleria. Dice che gli  sembrato di vederlo parlare con un individuo seduto al tavolo accanto; ma non ne  sicuro... Valeri ha visto che si scambiavano le stecche coi giornali... sai? i quotidiani che il locale mette a disposizione dei clienti... ma non ha potuto capire, se si conoscessero o fossero estranei...
- Com'era quell'altro?
- Un uomo basso, magro, nero...
De Vincenzi trasal.
- Telefona subito al Palazzo. Chiama Carmelo, chiedigli quel che ha fatto Anthony Blitz questa mattina. I connotati, che ti ha dati Valeri, corrispondono a quelli di Blitz... Mi dirai qualcosa quando scendo.
.
2.
.
Enrico si muoveva per la camera.
Aveva infilato i pantaloni neri e le scarpe; ma il busto era coperto soltanto dalla maglia e lui aveva il collo e le braccia nudi.
La sua magrezza rivelata era impressionante.
Si guard nello specchio a psiche, che si trovava nell'angolo presso la finestra, e un fuggevole sorriso gli balen sul volto. Sicuramente, egli offriva il pi alto ma senza dubbio il pi stretto bersaglio. Il suo avversario doveva essere buon tiratore, per colpirlo!
N Hendel, n il capitano Francis, l'altro, suo padrino, che sarebbe stato anche direttore dello scontro, gliene avevano comunicato le condizioni. Sapeva soltanto che si sarebbero battuti alla pistola.
Lui era un pessimo tiratore.
Si chiese se, alle sedici, ora del duello, la visibilit sarebbe stata tale da consentire una mira anche approssimativa. Certamente, no. Ma, forse, Francis aveva provveduto a farli battere in un locale chiuso, alla luce delle lampade.
Egli avrebbe preferito il locale chiuso, perch soffriva irresistibilmente il freddo e l'umidit.
Mentre osservava il proprio volto riflesso, pens che, se fosse morto anche lui, avrebbe assomigliato ancor di pi al padre.
Quel duello non era una pagliacciata.
O lo era, invece, perch non ci si batte per una donna? Questo almeno doveva essere stato il punto di vista di suo padre, il quale non si sarebbe certo battuto per una causa simile.
Poteva esser vero quel che gli aveva detto il commissario?
Suo padre aveva dato denaro - molto denaro - al marito della sua amante?
Perch mai lo avrebbe fatto? Non doveva esser stato facile cavar denaro al vecchio!
And al cassettone e scelse una camicia bianca, di seta. Poi una cravatta nera, lunga. Di opache non ne aveva. Beninteso, avrebbe potuto chiamare un ragazzo dell'albergo e mandarlo a comperarne una, ma non lo fece. Tra le mani teneva una cravatta di seta lucida.
Infil la camicia e si fece il nodo alla cravatta.
Mentre le dita lunghe, nodose, gli si muovevano agili, i suoi pensieri cambiarono corso.
Era vero che non sapeva nulla di suo padre.
Aveva quasi sempre vissuto lontano da lui. Quando aveva parlato al commissario di abitudine, si era inconsciamente riferito all'abitudine di saperlo vivo.
Morta sua madre - nessun ricordo, proprio nessuno, ch non ne aveva veduto neppure la fotografia - lui bimbo fu mandato a New York. Prima in collegio; poi solo, libero di far quel che volesse.
Non aveva fatto granch, lui.
Ed ecco che il padre era comparso a New York e gli aveva detto che si sarebbero recati in Europa, tutti e due assieme, e che assai probabilmente non sarebbero tornati in America mai pi.
A Milano aveva ritrovato Pearl...
In una sua visita a Hollywood, alcuni anni prima, aveva conosciuto Pearl... L'aveva conosciuta in casa di suo padre...
Si mise la giacca. Adesso non aveva da far altro che attendere Francis e Hendel.
In fondo, era vero: una pagliacciata.
Sent bussare alla porta e disse: entrate.
Come aveva fatto a non prevederlo?
- Siete venuto per impedire il duello?
Non pensava pi che a questo. L'assassinio del padre era entrato nel novero dei fatti conclusi, superati. La vita non  che una teoria pi o meno lunga di fatti conclusi, superati...
- Sono venuto per parlare con voi.
- Sedete, commissario. Un whisky? Un cognac? Come vi sentite, ora?
Il vestito nero dava un macabro risalto al suo volto lungo, pallido come la cera.
Non aspett la risposta e scomparve nel gabinetto da bagno. Torn coi bicchieri e le bottiglie. Li depose sul tavolo. Si vers un bicchiere colmo di whisky e lo bevve.
Fece un gesto, indicando le bottiglie. Poi sedette.
- Voi sapete, marchese, che Selsirca... intendo il nome Selsirca...  l'anagramma di Acrisles?
Riflett, guardando con un certo stupore ammirativo De Vincenzi.
- Semplice, no? Ma come avete fatto a pensarci?
- Quindi sapevate che Pearl Adaire era la moglie di vostro padre?
- No!
Il monosillabo risuon come un colpo.
-  follia pura!
- Lei stessa me lo ha confessato.
Enrico guardava De Vincenzi. I suoi occhi glauchi - meno chiari tuttavia di quelli del padre - avevano una luce strana. Teneva le braccia e le mani sui braccioli della poltrona e il corpo abbandonato. Doveva sentirsi senza pi forza, senza pi vita: ogni energia rimastagli si racchiudeva nel cervello e gli si sprigionava dallo sguardo. Scrutava intensamente il suo interlocutore, per giudicare della verit della sua affermazione.
- Commissario, voi siete ossessionato, ossessionato! La fiala trovata nella borsetta di Pearl vi ha fatto credere che sia lei la colpevole e adesso state cercando qualche prova, che appoggi la vostra convinzione...
Forse, era vero. Non della fiala, che per lui era sempre stata un elemento di prova negativo; ma del sospetto affermatosi in lui che la donna fosse colpevole. Il sospetto gli era sorto al racconto di Pearl, di quel suo assurdo matrimonio, di quella fuga da Atlanta dopo la catastrofe - quale? - di quel tentare di sfuggire al marito, venendo in Europa, dove poi lo aveva invece ritrovato!
Enrico continuava a parlare e De Vincenzi lo udiva appena, perch era troppo onesto per non esser rimasto colpito dalla osservazione di lui, tanto che si era obbligato a un immediato esame di se stesso e dei fatti.
- Pearl non  capace di avere ucciso mio padre... non  capace di averlo ucciso col veleno...
De Vincenzi si era ripreso. Lui non aveva ancora giudicato. Sapeva di procedere senza prevenzioni. Voleva conoscere la verit, arrestare l'assassino di un uomo, perch nessuno ha il diritto di sopprimere una vita umana e a lui la societ aveva affidato il compito di proteggerla.
- Il veleno  un mezzo di morte squisitamente femminile, marchese Acrisles...
Enrico ebbe un lampo di smarrimento negli occhi.
- Ma perch... ma perch lo avrebbe fatto?
- Se ammettiamo che fosse realmente la moglie di vostro padre, il movente  chiaro...
- Il denaro?
- Ma no... - De Vincenzi rivide le braccia di Pearl cariche di brillanti dal polso al gomito.
- La vendetta?
-  una delle causali pi comuni di assassinio, la vendetta, come la collera o l'interesse; ma per Pearl Adaire si potrebbe pensare anche ad un altro movente.
- Ossessione, ossessione, la vostra, commissario!
- Una donna giovane... legata a un uomo vecchio... di carattere irascibile, autoritario... di istinti crudeli...
- Peggio di cos! Peggio era!
Appariva scosso nel profondo. Vibrava in ogni fibra. Arrivava al punto di guardare in volto le colpe di suo padre, di giudicarle... De Vincenzi si rese conto che, in tali condizioni, il giovane poteva essergli di scarso aiuto. Aveva sperato di ottenere tutt'altra reazione. Adesso, si trovava davanti a un uomo sconvolto, che cercava anche lui disperatamente la verit; ma che era pronto a falsarla, a nasconderla, a strangolarla, questa verit, se gli si fosse mostrata quale la temeva.
- Permettete, Acrisles!... Il movente di un assassinio  sempre un mistero. Non si pu in ogni caso attribuirlo all'odio, alla cupidigia o alla paura. Talvolta esso comporta qualche... sottigliezza.
Enrico socchiuse gli occhi, ne spense quella loro luce strana, guard il commissario con improvvisa freddezza. Il corpo gli si era vivificato, egli si sollevava, tutto il giuoco dei muscoli aveva ripreso ad agire.
- Questo  vero, commissario... Esistono sottigliezze! Se siete arrivato a comprenderlo, potete affrontare il problema da altri dati. Perch non lasciare Pearl... la signora Adaire da parte? Attorno a mio padre il groviglio delle... sottigliezze era fitto!...
- Lo so, marchese! - sospir De Vincenzi. -  per questo che vi ho chiesto di aiutarmi. Hendel  innamorato di Pearl Adaire... le ha chiesto di sposarla. Lei non poteva accogliere la sua domanda, naturalmente, se davvero era... - un sorriso di scusa, un'esitazione: - ...era Selsirca...
Enrico respir dal profondo.
-  vero, commissario. Forse, tutto il mistero  in quel nome Selsirca...
Scatt verso il tavolo, si riemp nuovamente il bicchiere di whisky.
De Vincenzi gli trattenne il braccio.
- Non dovete battervi, Acrisles? Tanto alcole  nocivo a un uomo, che deve avere il controllo di s.
Si alz, come se lo avesse frustato.
- Il duello!... Al diavolo!... - Fece, qualche passo, si volse d'impeto: - Voi mi avete detto che mio padre aveva dato denaro... molto denaro al conte Merani! Che c' di vero in questa storia?
Anche De Vincenzi si alz. Finalmente! Cominciavano le reazioni ch'egli aveva attese.
- In margine a una pagina del Wiener Magazine, che vostro padre stava leggendo, quando  morto, ho trovato alcune cifre scritte da lui. Una addizione, che dava il totale di 225.000 lire... Nei libretti degli assegni della Express L. C. che appartenevano al marchese, ho trovato tre matrici con quelle medesime cifre... E, infine, il piccolo registro sul quale vostro padre annotava le sue entrate e le sue uscite reca quelle medesime cifre e l'indicazione: a mezzo Fabius Pigeon...
- Ebbene? Nulla indica Merani! E Pigeon potr dirvi a chi le ha versate...
- Infatti! Attendo di parlare con Fabius Pigeon per chiederglielo... Ma su quella pagina della rivista tedesca, oltre alle cifre dell'addizione, il marchese aveva tracciato anche due lettere maiuscole, O. M., seguite da quattro punti esclamativi...
- Vago!... O. M.... Siamo sempre alle ipotesi, ai rebus...
- Oh, s!... La stessa nebbia fitta che iersera era per le strade circonda questo mistero...
Si ud picchiare alla porta. Pochi colpi rapidi, affrettati.
De Vincenzi afferr il braccio di Acrisles.
- Se vi chiamano per il vostro duello, ricordate che io non lascer libero tanto presto il conte Merani... forse, non lo lascer libero affatto...
Enrico Acrisles si liber dalla stretta e grid:
- Entrate!... Ma entrate, dunque!...
.
3.
.
Sulla soglia, Sani esit.
- Ho bisogno di parlarti, De Vincenzi! Il conte Merani si apprestava a uscire e l'ho trattenuto... ma ho qualche cosa da dirti.
Teneva un foglio piegato tra le mani.
De Vincenzi gli si avvicin.
- Che c'?
- Il Questore ti ha mandato questo... - e gli tese il foglio.
Era un modulo di fonogramma.
"La sezione di P. S. di Corso Sempione alla Centrale.
"Alle ore 12 di oggi, Odoacre Capriolo, fantino della Scuderia Nomentana, ha rinvenuto il cadavere di un uomo seminascosto sotto una siepe di una stradicciola dietro Trenno. Stop. Ha avvertito questo Commissariato e io mi sono subito portato sul posto con una squadra di agenti. Stop. Il cadavere presenta una ferita di arma da fuoco al parietale destro. Stop. Nessuna arma sul luogo. Stop. L'uomo appare di mezza et, leggermente obeso, lineamenti grossolani, capelli rossi. Stop. Indossa un completo grigio e un pastrano nero. Stop. Il cappello e gli indumenti recano marche di fabbriche e di sarti stranieri, probabilmente americani. Stop...".
De Vincenzi interruppe la lettura, pieg il foglio, lo tenne qualche istante fra le mani, fissandolo.
- Me lo aspettavo!... - mormor.
Si mise in tasca il fonogramma.
- Va bene, Sani!... Forse, saranno riusciti a identificare il cadavere, a quest'ora; ma a ogni modo, telefona al Questore, dicendogli che si tratta di Fabius Pigeon... Lascino il cadavere dove l'hanno trovato, piantonandolo... Raccomanda di rispettare pi che possono le impronte... - Alz le spalle. - Che vuoi rispettare! Ormai, ci saranno pi impronte che terra, laggi, con tutti quelli che hanno camminato attorno al cadavere!... Comunque, avverti il Questore che desidero recarmi io stesso subito sul posto.
Sani si apprestava ad andarsene.
- Aspetta! Dov' il conte Merani?
- In uno dei salottini abbasso. Ti attende.  furente e sbraita, parlando di illegalit e di sopruso...
- Lascia che sbraiti... e sua moglie?
-  salita in camera.
- Bene. Tu telefona e poi va' a tenere compagnia al conte, fin quando arriver io... Posso tardare anche un'ora, anche due... Ti ordino di rimanere con lui e di trattenerlo. Non hai da dargli alcuna spiegazione. Se protesta troppo violentemente, comunicagli che io intendo tenerlo a mia disposizione fin quando lo riterr necessario, disposto anche a mutare il suo fermo in arresto, se mi procura troppe noie...  chiaro?
- Ma s...
Per la seconda volta, De Vincenzi lo trattenne.
- Un'altra cosa! Fa' venire immediatamente qui in albergo Cruni. Ne ho bisogno urgente. Appena arriva, mandalo da me. Assai probabilmente mi trover nella stanza numero centoundici... quella dei conti Merani... Va'!
Sani scomparve.
De Vincenzi si volse ad Acrisles.
- Adesso comincio a credere che le sottigliezze sieno troppe!
Enrico si avvicin al tavolo, prese il bicchiere, che aveva riempito poco prima e che De Vincenzi gli aveva impedito di bere, lo vuot.
Quando depose il bicchiere, aveva le due macchie rosse ai pomelli; due rotonde e nette macchie rosse, assai malsane.
.
4.
.
Un'altra camera lussuosa, carica di stoffe pesanti, come le altre. Soffocante, anche se vastissima. Il letto scompariva dietro una specie di alcova, in una grande rientranza del muro. Presso alla finestra, un divano, due poltrone, un tavolo, un'alta lampada, facevano salotto.
Marga era distesa sul divano e disse "avanti! con voce rapida, impaziente.
Quando vide entrare il commissario, si sollev a sedere.
Indossava un abito da pomeriggio di stoffa azzurra, guarnito di martora. Lo aveva messo quel giorno per la prima volta. Si era tolto il cappello e aveva alle orecchie due enormi orecchini di brillanti, lunghi, fioriti, pesantissimi.
- Avete veduto mio marito?
- Lo vedr tra poco. Ho desiderato restituirvi subito un oggetto che vi appartiene e che  stato trovato stamane nel salone del Londra.
Avanz fino al divano e le porse l'astuccino d'oro, col rosso per le labbra.
Marga lo prese, lo consider un istante, lo depose sul tavolo.
- Grazie!
De Vincenzi si guard rapidamente attorno. La stanza, con le tende abbassate e con la scarsa luce di quel pomeriggio invernale, era nella semioscurit. Le ombre occupavano gli angoli, ne invadevano il centro, smorzavano i toni vividi dei damaschi e del tappeto. Soltanto il divano e le poltrone si trovavano nella luce leggermente rosea della lampada, circoscritta dal paralume di pergamena gialla.
Lei, senza dirgli di sedere, aspettava manifestamente che se ne andasse.
-  stato trovato sotto la poltrona sulla quale  morto il marchese Arturo Acrisles... - e indic il piccolo astuccio.
- Ah! S? Mi ero accorta di averlo smarrito; ma non ne ricordavo il momento.
- Ieri sera?
- O ieri nel pomeriggio. Sicuro! Ci penso ora. Ieri, prima del giuoco, mi alzai dalla poltrona per andare al telefono e la borsetta mi cadde... si apr... Era con me la Veronelli e fu lei a indicarmi l'accendisigarette ch'era rimasto in terra...
- Quale poltrona?
- Prego?
- Dico: su quale poltrona eravate seduta?
- Ah, non ricordo! Vorreste, che vi dicessi: quella dove  morto Acrisles? - Rise. - Non ricordo... questa  la verit; ma se voi avete trovato il mio rossetto sotto quella poltrona,  chiaro che io dovevo esser seduta... da quelle parti...
- Mi permettete di sedere?
Sollev le sopracciglia con stupore e assent col capo.
- Poich, vedete, credo di essere costretto a rivolgervi qualche domanda... - disse con indifferenza, sedendo in una delle due poltrone, che fiancheggiavano il divano, e facendola girare, per guardare in volto la donna.
- Un interrogatorio?
Non si cur di risponderle. Questa volta occorreva evitare le schermaglie, cercare di dar colpi nel vivo e rapidi il pi possibile.
- Voi e vostro marito siete venuti a Milano il 4 novembre?
- Lo sapete? Ecco un'altra cosa che io non avrei ricordata con tanta precisione. S, il 4 novembre. Noi veniamo sempre in novembre a Milano, dalla nostra villa...
- Ricordate, contessa, che cosa faceste il 10 dicembre? No, naturalmente, non potete ricordarlo. E neppure il 17 dicembre e neppure il 3 gennaio...
- State scherzando?  un giuoco di societ, il vostro?
- Forse... di societ, pu darsi... Credo che quelle date potranno ricordar qualcosa a vostro marito...
Marga aggrott la fronte. Aveva nelle pupille una luce fredda, indagatrice.
- Mio marito ha ottima memoria - disse.
- A voi, per, non occorrer molta memoria, per ricordare che cosa avete fatto questa mattina...
La donna impallid. O sembr a De Vincenzi che impallidisse. Sotto il rossetto e la cipria era un po' difficile esserne sicuri.
- Questa mattina mio marito mi ha accompagnata dal sarto...
De Vincenzi assent col capo.
- Potrei conoscerne il nome?
- Che cosa c'entra quello che abbiamo fatto stamane con l'assassinio... se pure  stato un assassinio... di Acrisles? Credevo che il marchese fosse morto ieri sera!
- Siete usciti verso le nove e mezzo, non  vero?
- Questa mattina? - chiese ironicamente.
- Parlo sempre di questa mattina, s.
- Bene. Pu darsi che la cosa vi interessi, dopo tutto. Come pu darsi che sia abitudine della Polizia, adesso, di ficcare il naso negli affari privati dei cittadini. Immagino che dovr rispondere a tutte le vostre domande, no?
- Potete farlo o non farlo. Se non lo fate, mi date la convinzione di essere una testimone reticente e vi invito a seguirmi a San Fedele.
Marga sussult. I suoi occhi ebbero un lampo di spavento. Si sollev dal divano e fece per dirigersi alla parete, verso la porta.
- Dove andate, contessa?
- Suono perch chiamino mio marito.
- Vostro marito  in basso e mi attende. Quando avr terminato questo colloquio con voi, lo raggiunger. Per il momento... egli si trova in amichevole conversazione con il mio vicecommissario e non potrebbe aderire al vostro invito.
- Volete dire che mio marito  arrestato?
- Semplicemente trattenuto in conversazione, contessa.
Marga torn al divano. De Vincenzi non si era mosso dalla poltrona.
- Non supponete neppure che noi potremmo procurarvi qualche serio fastidio, commissario?
- Al contrario! Ne sono assolutamente persuaso, contessa. Ma non rinuncio a chiedervi quel che voi e vostro marito avete fatto questa mattina.
Segu un silenzio. Marga rifletteva. Assunse un'aria di vittima e sorrise.
- La morte di Acrisles... seguta da tutte le atroci cose che si sono verificate questa notte, ha un poco scosso i nervi di tutti, naturalmente! Non vi meraviglier che io... Ma insomma, non ho nessuna difficolt a dirvi che il mio sarto  Mottura, in corso Vittorio Emanuele.
- E vi siete recata da lui alle nove e mezzo?
- Diciamo che erano quasi le dieci. Mio marito mi ci ha accompagnata e poi  andato per suo conto. Non  di quegli uomini che si divertono ad assistere alla prova degli abiti e alla sfilata delle indossatrici.
- Sicch voi siete rimasta sola?
Marga sospir, per dimostrare che la sua pazienza subiva una dura prova. De Vincenzi le sorrise con soavit.
-  come dal dentista, signora!
- Che cosa dite?
- Rispondere alle domande di un...
- Poliziotto! - fece lei con disprezzo.
- ...di un poliziotto, s,  come farsi estrarre un dente. Dopo non si sente pi nulla.
- Vedo che non adoperate anestetici, voi!
- Ce ne sarebbe bisogno?
Alz le spalle.
- E siete rimasta dal sarto quanto tempo?
- Molto. Mio marito  venuto a riprendermi alle dodici.
- E poi?
- Avevamo un appuntamento col nostro avvocato... Il nostro avvocato  l'onorevole Viotti, commissario.
- Vedo... - mormor De Vincenzi. Che provvedessero gi alla difesa, affidandosi a uno degli avvocati pi noti, anche per la propria influenza personale, e che la contessa glielo confessasse, non era possibile. Doveva esservi qualche altra ragione.
- E poi?
- E poi, nulla. Alla una e mezza eravamo di nuovo in albergo.
Si sent picchiare alla porta.
- Permettete che faccia entrare? - chiese con ironia.
- Ve ne prego, anzi, contessa.
Quando vide la grossa testa e il corpo massiccio di Cruni, Marga trasal.
- Che cosa volete, voi?
- Perdonatemi, dottore, mi hanno detto...
-  il mio maresciallo, contessa. Col vostro permesso, debbo dargli qualche ordine.
Si avvicin a Cruni e gli parl a voce alta.
- Questa mattina, un fattorino di piazza... uno di quei fattorini che hanno il recapito in Piazza del Duomo, sotto i portici del Campari... ha portato una lettera a un certo Fabius Pigeon, al Marino... Erano le dieci, quando la lettera  stata recapitata... Cercalo e trovalo. Voglio parlargli.
- S, dottore. Debbo portarvelo qui?
- S. Credo che dovr fermarmi qui ancora parecchio. Se fossi assente, troverai Sani, che ti dar gli ordini.
Cruni scomparve. De Vincenzi torn verso la contessa.
- Perch, vedete contessa, un altro dei vostri amici giocatori di bridge  stato ucciso questa mattina! Una vera epidemia di assassinio sta infierendo fra i giocatori del Londra!
Lei sedette. Era in apparenza calmissima.
- Fabius Pigeon? - chiese. Aveva preso sul tavolo l'astuccio d'oro del rossetto e ci giuocava, facendoselo passare da una mano all'altra.
- Il segretario di Acrisles, s.
- Ah!  spaventoso trovarsi immischiati in tutto questo! Quando finir? Pensare che la nostra villa in Brianza  cos quieta, cos isolata... Se fossimo rimasti laggi...
- Subito appena a Milano, avete fatta la conoscenza del marchese Acrisles?
Lo fiss.
- Del figlio?
- Di tutti e due.
- Abbiamo conosciuto prima il figlio... Abitano in questo stesso albergo, lo sapete... Era quasi inevitabile conoscerli... E poi ci siamo trovati al bridge... Credo, anzi, che fu il marchese Enrico a consigliarmi di andare al Londra... O, forse, no! Fui io che lo presentai a donna Maria.
- E le presentaste anche il vecchio Acrisles?
Non rispose subito. Era nettamente sulla difensiva, adesso. Tutti i suoi nervi erano tesi.
De Vincenzi, facendo mostra di non aver dato importanza alla domanda, continu
- Avete l'automobile, contessa? Intendo, se l'avete a Milano.
- Certo! - fece lei con aria di sfida e aggiunse subito: - Per non ce ne siamo serviti stamane.
- Non ve l'ho chiesto! - sorrise De Vincenzi, il quale pens che doveva essere profondamente turbata per commettere un errore di quella sorta. - E non desidero chiedervi pi altro. Perdonatemi di avere abusato della vostra pazienza...
Si alz. Quando fu in piedi, mormor:
-  molto spiacevole!
- Che cosa  spiacevole?
- Oh, volevo dire doloroso! Questo duello. Per Enrico Acrisles. Ieri sera gli hanno ucciso il padre e oggi lui deve battersi a duello...
Marga stava in piedi anche lei. Adesso il rossetto non bastava a nascondere il suo pallore. Un muscolo della guancia, destra le saltava rapido, visibilmente.
- Non  vero? - chiese De Vincenzi, fissandola.
- S... - disse lei, con un filo di voce.
- E non sarebbe possibile evitarlo? - 
- Non credo... Mio marito...
E scoppi in pianto dirotto. Fu un'esplosione improvvisa, imprevedibile. De Vincenzi stesso, che pure si era accorto come il suo smarrimento fosse andato crescendo fino a diventare panico, ne fu sorpreso.
Era caduta a sedere, col volto tra le mani. Piangeva come una bimba col corpo scosso dai sussulti.
De Vincenzi si ritrasse lentamente, raggiunse la porta, disparve nel corridoio. Di assistere al pianto di una donna non era stato mai capace.
 V.
In seguito, De Vincenzi ebbe a dire che per nessun'altra inchiesta come per quella, egli aveva proceduto cos alla cieca, seguendo tante piste quanti erano i sospetti e non riuscendo a rendersi conto della buona, se non proprio all'ultimo momento, quando l'assassino si trad per un puerile errore di calcolo.
Uscendo dalla camera di Marga, egli provava la medesima sensazione che lo aveva invaso, quando aveva contemplato Pearl Selsirca Adaire distesa sul divano, con le palpebre abbassate, il corpo affranto..
La sensazione di trovarsi davanti all'assassina.
Evidentemente tutte e due le donne non potevano avere assassinato Acrisles ed era possibile che nessuna delle due lo avesse fatto.
Una cosa, a ogni modo, nessuna delle due aveva fatto: condurre Pigeon fino a Trenno e ucciderlo con un colpo di rivoltella.
Perch no, dopo tutto? Una piccola rivoltella entra meravigliosamente in una borsetta da signora e una donna ha tutti i vantaggi per non destare sospetti in un uomo.
Ma Pearl era rimasta al Londra, nella sua camera, tutta la mattina e Marga Merani aveva avuto una seduta di due ore col proprio sarto. De Vincenzi non dubitava che la direttrice e gli impiegati di Mottura avrebbero confermato le affermazioni della contessa.
Rimaneva il conte Merani, per l'assassinio di Pigeon. I sospetti contro di lui erano diritti e sembravano maledettamente fondati.
Inoltre, Merani poteva benissimo essere entrato, nella camera del morto e aver dato a lui, De Vincenzi, quel tal colpo di cui egli portava ancora il ricordo vivo e doloroso.
E poteva esser stato Brocksley a darglielo. Ma Brocksley non aveva ucciso Pigeon, se davvero Valeri lo aveva tenuto d'occhio tutta la mattina.  vero che c'era anche Anthony Blitz, il quale aveva ogni caratteristica per essere un complice e i cui legami con Brocksley erano facilmente immaginabili.
Scendeva lentamente la scalinata ampia e si diceva che non avrebbe potuto incriminare uno solo di quei sospetti, pur avendo quasi la sicurezza che ognuno di essi fosse l'assassino! Erano le sue troppo numerose sicurezze, che contrastavano fra loro, annullandosi a vicenda.
- Non una prova!
Certo, se avesse potuto dimostrare che Merani aveva avuto 225.000 lire da Acrisles!
Se avesse potuto dimostrare che si era servito dell'automobile quella mattina!
Ma perch Pearl si era fatta chiamare Selsirca, che era l'anagramma di Acrisles?
Nell'atrio, si fece indicare dal portiere il salottino in cui si trovavano Sani e il conte.
Era in fondo al secondo salone, assai appartato.
Ne fu soddisfatto, perch temeva che il colloquio con Merani potesse essere movimentato.
Invece il conte Ottaviano, quando lo vide apparire, trasse l'orologio dal taschino e, mostrandoglielo, gli disse soltanto:
- Sono le sedici e io alle sedici e mezzo debbo battermi con Enrico Acrisles.
- Non credo, conte, che potr dimenticare di essere un funzionario di polizia, fino al punto di permettere che questo duello si faccia. C' una legge che proibisce i duelli in Italia.
Merani si rimise a sedere.
-  giusto disse. - E io non posso che ringraziarvi, perch mi evitate di battermi a duello con un assassino.
 PARTE DECIMA
BAGLIORI
 I.
Alla possibilit che Enrico Acrisles fosse l'assassino del padre, De Vincenzi non aveva mai creduto.
E tanto meno credeva ora, dopo l'accusa di Merani.
Fece cenno a Sani di andarsene e sedette di fronte al conte.
- Immagino che avrete qualche prova, per accusare Enrico Acrisles di parricidio!
- Ce n' bisogno? Chi poteva avere interesse a uccidere il vecchio, che era pieno di denari fino al collo? Chi ha avuto la facilit di avvicinarsi al padre, senza che questi si mettesse in sospetto? Non avete veduto Enrico Acrisles dopo la scoperta del cadavere? Il suo era il contegno di un colpevole!
Bene. Il nulla.
- Molte altre persone, di quelle che si trovavano iersera nel bar del Londra, avevano interesse a uccidere il marchese Acrisles.
- Come lo sapete?
- Lasciamo andare, conte! Intanto, per cominciare, anche voi qualche piccolo interesse potevate averlo.
Sobbalz.
- Io? Spiegatevi immediatamente!
- Non eravate suo debitore per un cifra ragguardevole?... Oh, non dico che lo abbiate ucciso, per non restituirgliela!
Merani si era fatto livido.
- Chi vi ha detto... - cominci; ma cambi subito tattica. - S,  vero! Dovevo ad Acrisles duecentoventicinquemila lire. Me le aveva prestate in tre riprese... Io ho avuto forti perdite in Borsa due mesi fa, e non avevo denaro liquido. Ma la mia propriet in Brianza... la propriet di mia moglie... garantiva a sufficienza il suo credito... Contavo di realizzare entro questo mese e di rimborsare il vecchio... e dovr farlo egualmente, dopo tutto, anzi dovr farlo subito... Come vedete, la morte Acrisles non mi ha portato alcun beneficio...
De Vincenzi assentiva compiacentemente col capo.
- Certo!... Tutto sarebbe chiaro, senza l'improvvisa complicazione del duello... Tutto sarebbe chiaro, per, se voi poteste spiegare come mai, per un prestito di tale entit, vi siate rivolto a un estraneo... conosciuto da pochi giorni e in modo assolutamente accidentale...
- S, l'apparenza mi accusa, commissario. E questo  stato il mio tormento fin dal principio... Fu Acrisles a offrirmi quel denaro. Lo avevamo conosciuto... con mia moglie... - Rizz il busto e pronunci con fierezza: -  utile sappiate, commissario, dacch ormai le cose sono giunte a un punto che sarebbe ridicolo far come lo struzzo e nascondere quel che tutti vedono e vedranno... Dovete sapere che io mi sto dividendo da mia moglie. Abbiamo iniziato stamane la pratica di separazione.
-  per questo che siete andati dall'avvocato Viotti?
- Sapete anche questo? S, per questo.
Tacque qualche minuto. Si mordeva nervosamente il labbro. Era fremente.
- Non continuiamo su questo argomento, volete? Debbo essere io solo giudice della condotta di mia moglie e l'onore dei Merani so difenderlo.
- Certo! L'onore dei conti Merani deve esservi caro. Tutto sta a vedere.., se, per difenderlo, voi... non abbiate ecceduto...
- Che cosa intendete?
- Oh! Conte, la realt l'avete guardata in faccia, voi pel primo. Ieri sfidaste Enrico Acrisles...
- Ebbene?
- Il marchese Arturo Acrisles si opponeva al duello. E avrebbe certamente potuto impedirlo, sollevando uno scandalo... se avesse rivelato a tutti che era vostro creditore e se vi avesse obbligato a restituire il denaro, prima di battervi!...
- S... - mormor. Adesso, era affranto. Gli si leggeva lo spavento negli occhi.
- E, invece, il marchese Arturo Acrisles  morto! Tirate voi le conclusioni.
- Ma  pazzesco! Io non ho ucciso Acrisles! Come avrei fatto ad avere l'acido prussico su di me?
- L'assassino lo aveva.  un fatto.
- Ma io?... Io ho sfidato Enrico Acrisles nel pomeriggio... appena conosciuto... S, insomma, fu nel pomeriggio di ieri. Lo attesi qui gi, nell'atrio, e gli dissi poche parole. Egli mi comprese subito. Non pensai affatto in quel momento che ero debitore di suo padre... Ammetterete che avevo ragione d'essere abbastanza turbato per non pensarci!... Poi nessuno mi disse nulla, fino a sera. Ritenevo il vecchio un gentiluomo, che avrebbe compreso la mia posizione... Perch avrei dovuto meditare un delitto e procurarmi in tempo il veleno? Non lo feci e iersera, quando...
S'interruppe. La paura, e lo smarrimento gli facevano lanciar sguardi attorno, come una bestia presa al laccio.
- Andate avanti, conte... - gli disse con dolcezza De Vincenzi. - Andate avanti. Oramai,  soltanto guardando la situazione in faccia, che potrete superarla!
- Ieri sera quell'uomo maledetto... Perdonatemi!  morto, lo so; ma da vivo era un ignobile individuo... Ieri sera, quando gli parlai, alle ventuna e mezzo, prima che cominciasse il giuoco, lui mi disse... s, mi disse proprio quello che mi avete detto voi. Vi confesso che vidi rosso! Mi era materialmente impossibile raccogliere duecentoventicinquemila lire in poche ore!... Lo pregai e lo minacciai... Vidi che era inutile tutto e mi allontanai da lui... Potete immaginare in quale stato... Ma non l'ho avvelenato! Non l'ho avvelenato, perch non avevo il veleno a mia disposizione. Non potrete mai dimostrare che io lo avessi.
- Infatti!. Non posso ancora dimostrarlo. Ma siete egualmente sicuro che il veleno non lo avesse la contessa?
Sussult. Se possibile, impallid ancor di pi.
- Marga! No!... Come fate a pensare una cosa simile?
De Vincenzi rispose con un'altra domanda:
- Dopo lasciata vostra moglie da Mottura, questa mattina, che cosa avete fatto?
- Questa mattina?... Perch?... Perch mi fate una tale domanda?
Balbettava. Era in uno stato di agitazione estrema. Piccole gocce di sudore gli imperlavano la fronte.
- Perch... proprio nelle ore in cui voi siete stato fuori dell'albergo, dalle dieci alle dodici per essere esatti, qualcuno ha ucciso Fabius Pigeon!
- Ucciso Pigeon!
Lo stupore atterrito di Merani fu cos sconfinato e cos apparentemente sincero, che De Vincenzi si trov di fronte a questa sola alternativa: o quell'uomo era un commediante fuori classe o era innocente. E, non sapendo decidere, cerc di non dargli tregua, per condurlo a tradirsi.
- Avete un'automobile, conte?
- Ma s...
- Dove la tenete?
- Nella rimessa dell'albergo...
- L'avete adoperata stamane?
- No... assolutamente, no...
- Vedo!... Ma non mi avete ancora detto che cosa avete fatto dalle dieci alle dodici.
Lo guard con occhi allucinati. Poi disse con voce afona, terribilmente inespressiva nella sua mancanza completa di inflessioni
- Non ho fatto nulla! Ho passeggiato, senza una mta. Nessuno forse mi ha veduto e io non ho visto nessuno. Non ho un alibi.
 II.
L'ora che segu fu per De Vincenzi di una attivit febbrile.
Lasci Merani nel salottino, sotto la guardia di Sani, e si precipit al telefono. Parl col Questore.
Aveva bisogno di avere le mani libere per qualche ora e di poter disporre di un numero di agenti maggiore di quelli della Squadra Mobile. Chiese che gliene fossero mandati cinque al Continentale, scelti fra i migliori.
- Che cosa state fabbricando, De Vincenzi?
- Tento di stringere le viti anch'io, commendatore! Ma voi non potete comprendere. Spero di potervi spiegare tutto fra poco. Volete darmeli, questi agenti?
- Certo. Ve li mando. E avete bisogno di altro?
- S. Fate telefonare a tutte le rimesse di automobili della citt, cominciando da quelle del centro, per chiedere se stamane hanno dato in affitto per qualche ora una macchina. Se lo hanno fatto e se le ore concordano... la macchina avrebbe dovuto servire dalle 10 alle 12... occorre farsi dare i connotati di chi l'ha presa in affitto e far mettere la macchina a nostra disposizione...
- Sar fatto. E poi?
- Pregate Iddio di illuminarmi, commendatore! Soltanto con l'aiuto del lampo divino trover la spiegazione di questo imbroglio!
Dall'altro capo del filo, il Questore sorrise, prese un garofano dal bicchiere e lo annus. Quando ebbe deposto il ricevitore, disse: "Io mi ostino a cercare il profumo nei garofani, che non ne hanno. Purch De Vincenzi non faccia altrettanto!". Poi vide due lunghi telegrammi sul suo tavolo e fece un gesto. "Glieli mander", disse e premette il bottone d'uno dei suoi numerosi campanelli.
Intanto, De Vincenzi aveva ordinato a Sani di non muoversi dall'atrio.
- Verranno cinque agenti. Io torno subito e ti dir come devi disporne.
Corse alla rimessa dell'albergo, che si apriva in via Andegari.
L'auto del conte Merani, una Alfa Romeo carrozzata a spider, non era uscita da tre giorni. Constat lui stesso che era assolutamente pulita e immacolata di fango e di polvere.
Torn al Continentale.
I cinque agenti non erano ancora giunti; ma lui aveva qualche altra cosa da fare.
- Hai avuto risposta da Carmelo?
- Non ho potuto parlargli. Era fuori. Deve star continuando la "filatura" di Blitz.
De Vincenzi rientr in cabina. Chiam il Palazzo. Carmelo c'era.
- Sono tornato adesso, dottore! Mi ha fatto girare tutta la mattina.
- Mi darai dopo i particolari. Adesso che fa?
-  salito in camera.
- Ebbene, vagli a dire che ho bisogno di parlargli. Invitalo a seguirti e conducilo qui al Continentale. Che io ci sia o non ci sia, quando arrivate, fatti indicare dal portiere un salottino... ce ne sono tre o quattro... scegli il pi isolato... e aspetta me... Chiaro?
- S, dottore.
- E, se ti offre un altro sigaro, non prenderlo! Potrebbe accusarti di esserti fatto corrompere...
Tronc le giustificazioni affannate del povero agente, riappendendo il ricevitore.
I cinque agenti erano arrivati e formavano gruppo in mezzo all'atrio, con manifesta disperazione del portiere e del direttore.
Quei cinque, infatti, apparivano abbastanza discordanti con l'ambiente.
Quando videro il commissario, uno dei cinque avanz e gli porse un plico.
Aperta la busta, De Vincenzi si trov fra le mani due telegrammi.
Erano in cifra; ma a matita, sotto ogni gruppo di numeri, era scritta la traduzione.
Risposta a vostro dispaccio numero 10.537.
Gibbs Brocksley e Anthony Blitz dimessi da Sing Sing cinque mesi fa. Stop. Racketeers di stupefacenti. Stop. Blitz sospetto di assassinio ha evitato condanna per mancanza di prove. Stop. Imbarcatisi con falsi passaporti ma non esistono ragioni chiedere estradizione. Stop. - Direzione generale Polizia Stato di New York.
Risposta vostro dispaccio numero 10.536.
Marchese Arturo Acrisles ritenuto industriale affarista equivoca molteplice attivit. Stop. Suo nome legato scandalo oppio cocaina luglio 1937. Stop. Non luogo per mancanza prove. Stop. Affare complesso e delicato. Stop. Chiedete informazioni Stati Georgia California Arizona. Stop. Consigliamo vigile prudenza perch individuo abilissimo. Stop. Vi preghiamo tenerci informati sempre pronti a coadiuvarvi. Stop. - Colonnello Weiman, Quartier generale Polizia Stato di New York.
De Vincenzi pieg i telegrammi e se li mise in tasca. Pens che l'omissione commessa nel non chiedere informazioni anche di Pearl Selsirca Adaire era grave. Ma a ogni modo riparabile.
Chiam Sani.
- Ti lascio i cinque agenti. Non dirai di mancare di uomini! Desidero che il conte Merani, la contessa, Gibbs Brocksley, Enrico Acrisles siano sorvegliati, strettamente e continuamente. Inutile ricorrere a strattagemmi! Metti un agente a ognuna delle loro camere e falli seguire ovunque. Anzi, impedisci che escano dall'albergo. Se Brocksley protesta, dichiaralo in arresto.  illegale; ma avremo sempre tempo di dire che si tratta di un errore. Tu dirai che non mi hai capito e io dir che mi sono male spiegato... Tra poco sar qui Blitz accompagnato da Carmelo. Falli entrare in uno di quei salottini e lascia che vi rimangano. Carmelo sa quel che deve fare. Tu rimani col conte Merani... e non abbandonarlo un minuto...
- Hai paura che fugga? - chiese Sani, un po' ironico e un po' allarmato.
- Forse. Ma non nel modo che credi tu!
Stava gi per uscire dall'albergo, quando torn indietro.
- Hai una lampadina tascabile?  gi buio...
Uno degli agenti, gliela diede.
 III.
Il tassi di De Vincenzi andava a velocit ridotta, sobbalzando a ogni passo, affondando nelle buche, spinto dal motore e dalle bestemmie dell'autista.
La nebbia era calata su San Siro e su Trenno e le tenebre con essa.
La macchina procedeva a fari accesi.
Finalmente, davanti ai fanali si par un'ombra nera.
De Vincenzi scese.
- Dov' il cadavere?
Tre uomini con apparenti indubbi segni di assideramento lo piantonavano.
-  l, commissario.  venuto il giudice istruttore col medico. Ha dato il nullaosta... Aspettavamo voi!
Voleva dire: il Cielo vi benedica, ce ne avete messo del tempo a venire!
De Vincenzi diede un'occhiata al corpo. Il volto placido di Fabius Pigeon appariva placido ancora. Se mai, nei suoi occhi vitrei, si leggeva una grande sconfinata meraviglia. La pallottola della rivoltella doveva esser stata per lui una ben triste sorpresa.
- Lo hanno frugato?
- Ecco, commissario, il passaporto al nome di Pigeon, il portafogli col denaro, altri oggetti. E poi, nella fodera del cappello, abbiamo trovato questa.
Era una lettera. Non aveva voluto distruggerla, il buon Pigeon, perch senza dubbio meditava di continuare il ricatto, servendosi anche di quella missiva. Si era limitato a nascondersela sotto la fodera del cappello!
"Venticinquemila lire vi farebbero comodo... Ma i piccioni debbono saper volare. - Un amico".
Questo qui non aveva saputo volare! Ma neppure il suo assassino, forse...
Con la lampadina si mise a osservare il terreno.
Impronte di ogni genere, naturalmente, e nessuna portava scritto il nome di colui che aveva fatta la festa all'americano.
Ma De Vincenzi non cercava impronte di scarpe.
Ispezion la stradetta, risalendola e poi tornando fino al tassi fermo e oltre. S, un'auto era passata per di l e aveva affondato le ruote nel terreno. Le impronte erano interrotte in pi punti, cancellate o sformate da altre impronte posteriori; ma finalmente riusc a trovarne un tratto abbastanza lungo, senza soluzione di continuit e perfettamente netto.
La nebbia lo avvolgeva, l'umidit gli penetrava nelle ossa.
Le ruote dell'auto erano lisce, unite. Una maledizione di ruote senza segni particolari.
Ne trov uno, tuttavia. Una profonda intaccatura, che nella impronta risultava a rilievo e che si ripeteva tre volte a uguale distanza, per tre giri della ruota.
Quell'auto, quindi, aveva una delle sue due gomme di destra con una intaccatura, una corrosione forse, abbastanza profonda.
Si rialz. Non rimaneva, adesso, che da trovare la macchina con quella gomma segnata!
- La lettiga?
-  sul piazzale di San Siro che aspetta, commissario!
- Andatela a chiamare e fate portar via il morto.
Lui risal nel tassi, che per fare marcia indietro ebbe bisogno di un'altra e pi veemente giaculatoria dell'autista.
Cos, Fabius Pigeon si era fatto ammazzare, perch aveva abboccato all'offerta di venticinquemila lire, evidentemente fattagli in cambia del suo silenzio.
Pigeon doveva aver veduto mettere il veleno nel bicchiere di Arturo Acrisles...
Chiaro e netto, tutto ci; ma chi era colui che Pigeon aveva veduto?
 IV.
Prima di tornare al Continentale, De Vincenzi si fece condurre a San Fedele.
Aveva bisogno di qualche minuto di riflessione, solo, chiuso nella sua stanza d'ufficio.
Molte volte quella stanza calcinosa era stata la sua ispiratrice.
La trov con l'odore caratteristico del fumo raffreddato.
La stufa, se Dio vuole, era spenta.
Sedette al tavolo e si prese la testa fra le mani. Non si era tolto il cappello e teneva il pastrano abbottonato.
Erano le sei e mezzo precise, quando si alz, mand un sospiro, si aggiust il cappello.
Non aveva altra speranza che in un errore di quelle tre persone. Se una sola di esse si tradiva, le avrebbe avute tutte e tre.
Perch lui era giunto alla conclusione che le persone implicate nei due delitti non potevano essere che tre: una aveva avvelenato il marchese, una aveva ucciso Pigeon e l'ultima aveva dato a lui un colpo sulla testa per impadronirsi delle lettere.
Pensava a questo e stava per uscire, quando il telefono squill sul tavolo.
 V.
Il Questore lo stava vanamente cercando al Continentale, quando lo avevano avvertito di averlo veduto entrare nel suo ufficio.
Adesso, gli comunicava che la Rimessa di Auto Vittoria, in viale Regina Elena, aveva affittato una delle sue macchine la mattina alle dieci. Ad andarla a prendere era stata una donna, che l'aveva poi ricondotta alle dodici e tre quarti. Il padrone della rimessa attendeva De Vincenzi, per dargli ogni informazione possibile e per mostrargli l'auto.
In piazza San Fedele, De Vincenzi sal in un altro tassi e and in viale Regina Elena.
Vide subito la macchina nel cortile. Era una Fiat utilitaria, con la carrozzeria chiusa.
L'avevano lavata e ogni traccia di fango e di polvere era sparita. Entr nell'interno e si mise a osservare i cuscini e il pavimento della vettura. Nulla. Ma il sedile e i cuscini erano di cuoio nero, lucido e, se anche il sangue di Pigeon li avesse macchiati, l'assassino avrebbe potuto, anche solo con un fazzoletto bagnato, far sparire ogni traccia su di essi.
Dopo, pass alle gomme. Fu tutto un lavoro. Dovettero alzare la macchina col cricco e lui fece girare lentamente le ruote, osservandone i copertoni centimetro per centimetro. Finalmente, sul copertone posteriore destro, trov l'intaccatura. La gomma appariva profondamente corrosa per la lunghezza di una diecina di centimetri.
Nessun dubbio: quella era la vettura con cui avevano condotto Fabius Pigeon a Trenno e dentro cui con tutta probabilit l'uomo era stato ucciso.
- Descrivetemi la donna, che  venuta a prenderla in affitto.
Il padrone della rimessa, un omettino magro e bilioso, col viso e le mani color verderame e una barbettina da capra, rada e filamentosa, usc dal suo sgabuzzino di vetro, nell'interno del secondo cortile coperto, e and a mettersi davanti a De Vincenzi.
- Mi sequestrate la macchina?
- Ho paura di s. Per quanto possa anche darsi che il giudice istruttore faccia a meno del sequestro, limitandosi a prendervi il copertone. Tutto dipender...
- Da che cosa?
- Non vi riguarda, amico mio. Ditemi chi era, se lo potete, e come era fatta la donna, che  venuta a prendere la macchina.
- Ecco i miei guadagni! Riesco a dare in affitto una macchina, dopo una settimana che non si  visto un cane e sissignore c'entra la Questura! Ah, benedetto Iddio, c' da farsi passar la voglia di stare al mondo!.
- Non fatevela passare, ch non ne vale la pena e parlate! Non ho tempo da perdere.
Tra un lamento e un'imprecazione, l'omettino disse che la donna doveva essere straniera. Parlava una lingua accidentata, un po' esprimendosi in francese e un po' in inglese. Lui, il padrone, conosceva il francese, perch aveva gestito un garage a Liegi. La donna aveva chiesto la macchina per tre o quattro ore, ch doveva andare a Pavia e non voleva andarci col treno. Ma chi guida? Io, aveva risposto. Lui non la conosceva e le aveva chiesto un deposito di cinquecento lire e duecento lire per le quattro ore. La donna, cavato il denaro dalla borsetta, aveva atteso che avessero fatto il pieno di benzina e se ne era andata. Non era ancora la una che la macchina, sempre guidata dalla stessa persona, aveva fatto ritorno all'ovile, assai infangata, ma insomma senza guasti. Lui aveva restituito il deposito e la donna era scomparsa. Qui tutto e il commissario, poteva benissimo tagliar la corda, se aveva fretta!
- Credete proprio che sia tutto? E la patente? Vi siete fatto mostrare la patente, per affidare un'auto cos, alla prima venuta?
- Ah, la patente!... Dio mio, se dobbiamo badare a tutto, non si mangia! Mi  capitato un "lavoro" e l'ho preso.
- Sta bene. Di questo parleremo a suo tempo. Era giovane? Bionda, bruna? Com'era, insomma, questa straniera?
- Che so fare i ritratti, io? Una donna era! Aveva un cappellino nero a campana, che le copriva mezza faccia, e portava gli occhiali. Una pelliccia grigia, di quelle che usano adesso.
- Ma giovane? Bruna?
- Giovane? E chi lo sa! Vi ho detto che tra gli occhiali e il cappello non mostrava che il naso. Vecchia non era di certo. Grassa neppure...
- Magra, dunque? Molto magra?
- Ma sant'Ambrogio, come faccio a dirvi quanti chili pesava? La pelliccia la faceva pi grossa, indubbiamente, e quel che si vedeva del volto era pi tosto magro...
Non gli cav altro; ma si content. La donna con gli occhiali poteva benissimo rientrare nella sua teoria, a meno che dopo non fosse risultato... Bene, questo in parte era ancora affar suo...
- Se la vedeste senza occhiali, senza pelliccia e senza cappello, la riconoscereste?
- Che ne so? Fatemela vedere e ve lo dir.
De Vincenzi risal in tassi e rimase qualche minuto assorto. L'autista, con la testa girata all'interno della macchina, lo guardava.
- Dove?
- Ah! S... Vai al Continentale.
Quanti erano gli elementi che gli mancavano? Molti.
E almeno due essenziali.
...
.
...
PARTE UNDECIMA.
...
.
...
LA PRIMA "MANCHE".
.
1.
.
Agiva come se si fosse trattato di far le valige per prendere un treno, che avesse dovuto partire fra un'ora. Senza perdere un minuto, senza fare un movimento superfluo, senza dire una parola di troppo.
- Fa' presto e dimmi tutto!
- C' Carmelo con quel Blitz nel salottino di angolo, laggi. Merani  rimasto dove lo hai lasciato. Gli sono stato sempre accanto. Non ha detto una parola e s' fatto portare tre caff. Al quarto che voleva, l'ho consigliato di non tentare un avvelenamento per caffeina. Acrisles si trova nella sua camera. L'agente che lo sorveglia s' messo a sedere davanti alla porta. Un altro agente  nel corridoio, davanti al 111; la contessa Merani si  chiusa dentro e non ha dato segno di vita... Che rimane?... Ah, s... Brocksley! Quello ha contemplato per un bel po' l'agente che gli ho messo alle calcagna e poi ha ordinato al barman di portargli un liquore.  rimasto nel bar a bere. L'agente si  seduto nel salone e non lo perde di vista.
- Bene.
- C' Cruni con un fattorino degli espressi. Eccolo laggi.
De Vincenzi cominci dal fattorino.
Naturalmente! A dargli la lettera da recapitare a Pigeon era stata una donna con un cappello nero a campana, gli occhiali di tartaruga, la pelliccia grigia.
A che ora? Alle nove e mezzo. Gli si era avvicinata e gli aveva consegnato la lettera e cinque lire, senza una parola. Lui aveva lasciato la bicicletta in consegna a un compagno - per andare da piazza del Duomo a piazza della Scala, coi semafori, avrebbe fatto pi presto a piedi - ed era andato.
De Vincenzi trasse da parte Cruni e gli diede qualche ordine sottovoce.
- Hai capito?
- S, dottore. Li prendo tutti e due e li porto con me... Poi mi faccio indicare il bar...
- Il bar lo conosci!
- Voglio dire che spiegher al direttore...
- Fa' quel che vuoi. Ma tra un'ora devi esser l. Cruni afferr per un braccio il fattorino e se lo trascin fuori dell'albergo.
De Vincenzi saliva gi le scale, quasi di corsa.
Numero 13... Venerd 13... Coincidenze!
Una camera a un letto, meno fastosa delle altre.
Un baule. Tre valige. Roba di lusso.
Si trattava di far passare tutta quella roba al vaglio di un esame minuzioso. Ma doveva esser rapido l'esame. Non aveva tempo di far le cose con delicatezza, rimettendo tutto a posto, per non lasciar segni visibili. Se il dirizzone che aveva preso lo portava a battere il naso contro il muro, tanto peggio! Si sarebbe rotto il naso.
Una valigia, due valige. Nulla. Fuori la roba dal baule. Quante diavolo camicie di seta aveva quell'uomo! E neanche una "colt"! E neanche...
Un buco nell'acqua! Il primo della serie.
Si guard attorno. Nascondigli in quella camera ce n'erano, certo, ma tutti da attirare gli sguardi. Nascondigli ingenui. Da novizio. E quello non era un novizio...
Dove, dunque?
Il bagno? And anche l. Dietro la vasca, nulla.
Eppure...
Doveva andarsene da quella camera a mani vuote, quando per lui sarebbe stato essenziale dare il primo colpo, proprio cominciando da quella fortezza, che aveva tutto l'aspetto d'essere granitica?
Si avvicin alla finestra, guard in alto il sostegno delle tende. Nulla, sebbene quel nascondiglio fosse tutt'altro che ingenuo...
Fu l'oppressione che sentiva, debole com'era e col caldo soffocante di quella stanza a venti gradi, oppure un'ispirazione del buon Dio a fargli aprire i vetri della finestra e poi le persiane?
La finestra dava sopra un cortile stretto, contro un gran muro grigio, senza finestre.
Sul cornicione, sotto il davanzale, vide qualcosa di scuro e qualcosa di bianco. Si sporse e tese la mano.
Se non lo avesse aiutato Iddio - certo il Questore doveva averlo pregato per lui - non avrebbe potuto trovare quel che trov.
Guard con un melanconico sorriso l'oggetto scuro e se lo cacci in una tasca del pastrano, che gli si gonfi in modo ridicolo.
Fino allora la jettatura lo aveva perseguitato, a cominciare da quel colpo sulla testa - si tocc la tasca rigonfia - che avrebbe potuto evitare facilmente, soltanto se avesse dominato i propri nervi e avesse pensato a chiudere a chiave la porta dopo essere entrato!
Ma adesso il vento cambiava.
Tra le mani aveva un pacchetto bianco... Il pacco delle lettere di Acrisles!
Impieg una ventina di minuti a scorrerle tutte. Non ne lesse per intero che qualcuna.
Chi poteva negare che ad ammazzare quel vecchio avessero fatto proprio bene?
 II.
-  uscito dall'albergo alle nove e mezzo. E poi?
-  andato in Galleria e si  seduto al Biffi...
- Va' avanti.
Carmelo diede uno sguardo smarrito attorno a s e fin per fermarlo sulle proprie scarpe.
- Io sono rimasto fuori... Alle dieci era ancora l...
De Vincenzi lo fissava. Sapeva benissimo, lui, come erano andate le cose!
- Alle dieci e qualche minuto...
Carmelo deglut con sforzo.
- Te lo dico io! Era uscito da un'altra porta e ti aveva lasciato in asso...
- Proprio cos, dottore! Ma come facevo io..,
- Ad avere un po' di cervello? Sarebbe stato impossibile, lo so! Continua. Come lo hai ritrovato?
- Quella scomparsa mi aveva dato un colpo... Ho cercato per la Galleria... ho girato la piazza... Alle undici, ho telefonato al Palazzo: ma non era tornato... Ho continuato a girare... Sar stato mezzogiorno, quando sono ripassato davanti al Biffi... Volevo rendermi conto di come avesse fatto ad andarsene senza che io me ne fossi accorto, quando te lo vedo seduto allo stesso tavolo di prima!... Era proprio lui!... Allora, non l'ho perduto pi...
- Naturalmente! Lui non aveva pi bisogno che tu lo perdessi! Immagino che sar andato a mangiare?
- S, ha cambiato di tavolo e ha mangiato al Biffi. C' rimasto fino alle tre... Poi ha girato pel centro della citt, fermandosi davanti ai negozi, entrando in una farmacia... Soltanto alle cinque si  deciso a tornare in albergo... Io sto ancora senza mangiare, commissario!
- Dovresti non mangiar pi per una settimana, se avessi la coscienza della tua imbecillit!... Adesso, vattene.
Dunque, Anthony Blitz aveva avuto un paio d'ore a propria disposizione per far quel che voleva...
I pezzi del puzzle combaciavano. Che cosa gli mancava?
Entr nel salottino dov'era Merani.
- Ho da rivolgervi una sola domanda, conte. Merani si scosse. Sembrava che si togliesse dal letargo. Aveva gli occhi rossi e febbrili. Guard De Vincenzi e attese.
- Per farlo, ho da richiamarvi a un brutto ricordo: ma ci sono costretto...
- Dite... - mormor Ottaviano.
-  stato ieri che avete avuto la rivelazione del... S, insomma,  stato ieri che avete deciso di battervi a duello con Enrico Acrisles. Come avete fatto ad accorgervi...
Non trovava la parola; il dolore e l'onta di quell'uomo lo turbavano.
Fu Merani a continuare con voce fredda, fattasi a un tratto drammaticamente inespressiva.
- ...Ad accorgermi che mia moglie mi tradiva? Oh, nel modo con cui quasi tutti i mariti se ne accorgono. Una lettera anonima!
- Quando vi  giunta?
- Ieri mattina.
- L'avete ancora?
- L'ho stracciata. Vedete?...  come il mio alibi di stamattina! Non ce l'ho.
- Non importa. Che cosa diceva quella lettera?
- Ne ricordo le parole quasi esattamente. Vi piacerebbe... diceva... sorprendere vostra moglie col marchese Enrico Acrisles?... Andate in via Morone, numero 16, alle cinque di ogni pomeriggio... Era firmata...
- Un amico! - esclam De Vincenzi.
- S! Lo avete indovinato, perch tutte le lettere anonime sono firmate a quel modo, vero?
- E anche perch quell'amico manca assolutamente di variet nelle sue epistole... E li avete sorpresi?
- No. Io avevo lacerato la lettera, ma avevo preso nota dell'indirizzo su di un pezzo di carta. Mia moglie lo ha scoperto e ha capito che sapevo tutto. Allora, ieri, non  andata in via Morone. Questo me lo ha detto lei, dopo, naturalmente. Io mi sono recato in via Morone e ho trovato Acrisles solo.  stato lo stesso! Lui non ha negato e mi ha dichiarato che si metteva a mia disposizione.
- S. Capisco. Il giovane Acrisles  un gentiluomo. Dal che si deduce che, almeno nel campo morale, l'ereditariet fa qualche salto!... Grazie, conte. Null'altro, per ora.
Altro pezzo del puzzle, che andava a posto!
Oramai, le parole si leggevano quasi tutte. L'essenziale era che gli interessati si decidessero a riconoscerle esatte.
Contro chi menare il primo colpo?
 III.
- Anthony Blitz, abbiamo ricevuto un telegramma da Nuova York, che vi riguarda.
Gli occhi neri brillarono, sotto le ciglia cespugliose.
-  una storia che non finisce pi, quella! Sing Sing, eh? E allora?
- La storia degli stupefacenti  una. Poi c'...
- Assolto per mancanza di prove, commissario! Le mie mani sono vergini di sangue!
E le mostr, nere, pelose, con quel brillante da quaranta grani, che splendeva.
- Anche del sangue di Fabius Pigeon? 
Lui rise. Un breve riso gracidante.
- Mai conosciuto!
- Credete, eh?... E se io vi dicessi che le vostre impronte sono state trovate, nette e lampanti, sulla maniglia dell'auto e sui cuscini?
- Eh, eh! - Ma come faceva a ridere a quel modo, che sembrava un freno non ingrassato da anni? - Di quale auto si tratta? Un mio amico, una volta fin sulla sedia elettrica, per avere risposto: Impossibile, portavo i guanti! a una domanda sul genere della vostra! Che ne dite? Era poco imbecille?
- E voi siete furbo, invece! Ma un po' meno di voi lo  la Gustloff!...
Quando i bruni di pelle impallidiscono, si fanno di un brutto colore grigio cenere. Blitz divent di quel colore.
- La Gust... Mai conosciuta!
- Ah, s?...  quella che vedremo. Ma, del resto, voi forse avete ragione. La Gustloff non si chiama pi propriamente mistress Blitz?
Questa volta s'era proprio lanciato alla cieca. Tanto giocava tutto per tutto.
Il colpo prese Blitz di traverso e gli scivol addosso.
- Dite!... Oh, che i poliziotti italiani hanno l'abitudine di bere? Quel bastone vestito mia moglie?... Credete che me la faccia con gli scheletri, io?
- Mai conosciuta, eh? Come fate, allora, a sapere che  un bastone vestito?
Gli occhi si fecero piccini sotto le ciglia.
- Andiamo, Blitz. Questa volta, non vi trovate a Nuova York e non avete pronto un avvocato, che vi fabbrichi gli alibi...
- S, che ce l'ho! - fece d'impeto il gangster. - Ho preso le mie precauzioni!
Trasse dalla tasca un biglietto.
- Eccolo qui!... Io non lo conosco, ma mi hanno assicurato che sa difendere gli innocenti...
De Vincenzi guard il nome. Coincidenze! Ma per essere una coincidenza, quella era famosa! Sebastiano Viotti!
- Vedo!... E, allora, volete che ve lo faccia chiamare?
- Di che mi accusate?
- Di avere ucciso con una revolverata alla tempia Fabius Pigeon.
Si volse a fare un cenno a Cruni, che stava sulla soglia, e il maresciallo avanz con le manette.
- Fatemi chiamare quell'avvocato!... - disse Anthony Blitz, porgendo i polsi.
De Vincenzi pens che la prima "manche" del "rubber" era fatta. Rimaneva la seconda.
Si andava abituando a pensar bridge anche lui!
...
.
...
PARTE DODICESIMA.
...
.
...
"SLAM" e "RUBBER"
.
1.
.
Con Brocksley, la partita fu un po' meno rapida, ma, in compenso, assai pi istruttiva.
L, le prove non mancavano.
Per tutto commento, quando De Vincenzi gli ebbe mostrato il sacchetto coi pallini di piombo - la sensibile epidermide del suo cranio non si era ingannata, facendogli supporre che si trattasse proprio di un aggeggino simile - e il pacco delle lettere, Gibbs Brocksley disse:
- Aggressione semplice, commissario. Quella l  un'arma mortale soltanto in mano di uno sciagurato, che non la sappia adoperare. E io tenevo troppo a farla al vecchio, anche dopo morto, per non prestarmi ad aiutare un'amica!
Vide Blitz con le manette e gli lanci un torvo sguardo di disprezzo.
- Lo sapevo, quando ti ho riveduto a Milano, che tu eri un maledetto imbecille e che ci avresti fatto prendere tutti!... Come a Nuova York!
Poi si volse a De Vincenzi.
- Sentite, commissario. Acrisles ha avuto quel che si meritava. Io sono quel che sono e me ne infischio; ma il calvario di quella donna  stato tragico. Sono stato io che l'ho consigliata di scapparsene in Europa! E, quando ho saputo che anche il vecchio si era imbarcato, ho capito che la cercava e l'ho seguito.
Era in vena di confidenze. Faceva il buon ragazzo. Sapeva che di tutti, lui era quello che correva i pericoli minori.
Trasse da parte il commissario e si assicur che nessuno poteva ascoltarli.
- Siamo soli e quel che vi dico adesso negher sempre di avervelo detto!... Non tentate neppure di ripetermelo sul muso, perch vi smentisco... Ma voi mi siete simpatico e di avervi dovuto addormentare ho qualche rimorso... Dunque, ascoltate... A consigliare l'acido prussico sono stato io... Il colpo doveva riuscire! E voi non avreste mai potuto sospettare di lei. Ma quell'imbecille di Pigeon l'aveva veduta e io avevo veduto Pigeon nel salottino...
- Fu dopo la "mano" delle sette picche doppiate? - chiese De Vincenzi.
- Precisamente! Selsirca aveva scelto bene il momento, approfittando della dichiarazione di Pigeon... Io stesso le avevo detto di avvicinarsi al marchese, quando le fosse capitata l'occasione di fare il "morto"... e lei aveva acciuffata la volta buona... La sorvegliavo dalla porta e vidi che parlava col vecchio un po' troppo a lungo prima di agire... Temevo sempre che Pigeon finisse di giocare e che si alzasse... Avevo capito che quel rosso del diavolo la sorvegliava... Doveva aver sospettato qualche cosa... Infatti, appena terminato di giocare la "mano", corse nel salone e s'infil diritto nel salottino... Pearl non lo vide, ma io s...
- E foste voi ad avvertire Blitz?
- E chi volete che avvertissi? Non avevo di meglio sottomano. Lo avevo riveduto al pomeriggio e lui pure cercava di attaccarsi a Pearl... come laggi a Nuova York... Allora, gli dissi che c'era da salvarla... Oh, in quanto a questo, Selsirca non c'entra! Lei deve aver saputo della passeggiata in auto, soltanto quando la Gustloff  tornata in albergo...
- E la lettera a Pigeon?
- Io! Una buona idea, no? A far cadere nella rete quel piccione non ci volevano meno di venticinquemila lire!...
- E anche la lettera al conte Merani  stata vostra?
- Che volete?... Immaginavo che la morte di Acrisles avrebbe sollevato un certo... interesse e mi sono preoccupato di fornire qualche pista di ricambio alla polizia. Noialtri laggi in America facciamo sempre cos!
- Sicch, voi siete stato l'ideatore di tutto?
- Io? - fece con insolenza Brocksley. - Neppur per sogno! Tutto quello che ho fatto io  stato di tentar di rubare un paio di bottoni da polsi... un magnifico paio di bottoni, che il vecchio possedeva... Quando l'ho visto morto, ho creduto che la sua camera fosse vuota e ci sono andato. La maledizione ha voluto che ci trovassi voi e che mi vedessi costretto a darvi un piccolo colpo sulla testa!... Questo  tutto!... Sentirete il mio avvocato! Lui dimostrer che io ho una vera mana per i bottoni da polsi!
Il volto duro e massiccio dell'omaccione trasudava malizia come una conduttura d'acqua trasuda umidit. E lui sorrideva, mostrando una fila di denti d'oro.
De Vincenzi fece il buon ragazzo anche lui.
- Sempre fra noi, Brocksley, perch Selsirca ha sposato... colui, che si faceva chiamare Selsirca?
- Perch? Ma perch lui la teneva, santo diavolo! Tra quelle lettere che voi avete ritrovato, passeggiando sui cornicioni, ce n' una di Pearl al vecchio, in cui la ragazza... era proprio una ragazza allora... confessa tutto!... Il marito di Pearl... il primo marito, Adaire... era cassiere in una banca di Atlanta e si era appropriato di una somma. Selsirca, che era presidente di quella banca, lo scopr e, invece di denunciarlo, cominci i suoi ricatti con la moglie. Pearl era una bellezza, allora, e il vecchio aveva fatto sempre lo sporcaccione con le donne. Oh, vi dico, proprio una malattia era la sua! Una notte, Adaire sorprese sua moglie che scriveva a Selsirca...
De Vincenzi trasse di tasca la lettera trovata sul tappeto.
- Questa lettera...
Brocksley la guard.
- Sar quella! L'avete tolta dal pacco?
- No, l'ho trovata in terra... L'avete fatta cadere voi, dopo avermi... addormentato...
- Guarda!...  stato un errore...
- Gi! Ma andate avanti.
- Oh,  breve. Adaire corse da Selsirca con quella lettera e il vecchio gli spiattell che era l'amante della moglie e che lui stesse buono, perch altrimenti lo denunciava per furto... Adaire aveva rubato, d'accordo!, ma lo aveva fatto, perch innamorato pazzo di Pearl ed era un uomo sano e di fegato... Torn a casa e si uccise. Ma lo fece che erano soli nell'appartamento con la moglie... senza un domestico, senza nessuno!... Selsirca, a cui Pearl disperata telefon, corse subito e seppe convincere la ragazza. che tutte le apparenze erano contro di lei e che la polizia avrebbe creduto a un omicidio e non al suicidio... Una sciocchezza, si sa, se tentata su un uomo o anche su una donna con la testa a posto; ma Pearl, poveretta!, l'aveva perduta, la testa!... Il vecchio le disse che l'avrebbe salvata, a patto che lo sposasse e, per legarla a s, si fece rilasciare da lei una lettera di confessione, in cui quella disgraziata ammetteva di avere ucciso il marito!
Tacque un momento e poi disse:
- Che ne dite?... Non ha fatto bene a dargli l'acido prussico?
De Vincenzi doveva essere sconvolto da quella storia, perch esclam:
- Ma ha fatto male a conservare la fiala nella borsetta, per far credere che fosse stato l'assassino a mettercela e per allontanare cos i sospetti da lei. Un calcolo troppo sottile! E anche un po' puerile!... Attacca al principio; ma poi ci si torna sopra e si scopre la verit!
- Per quel riguarda la fiala, io non c'entro, sapete?... Se fossi stato io, l'avrei messa nelle tasche di Pigeon!
.
2.
.
Pearl attendeva.
Erano le sette di sera.
Non aveva saputo pi nulla di Hendel, pi nulla del commissario, pi nulla di nessuno.
La storia raccontatale dalla Gustloff l'aveva sconvolta.
Aveva cercato di dominare il proprio terrore e non c'era riuscita.
Non si pentiva di quel che aveva fatto!
Dopo dieci anni di martirio, aveva diritto alla liberazione.
Ed era riuscita anche a dominare i nervi e a rappresentare la commedia alla perfezione. Lei non aveva l'anima di un'assassina!... Era poi un'assassinio liberare il mondo di Arturo Acrisles... di Arturo Selsirca?...
Ma adesso aveva paura.
L'automobile... la lettera... Blitz!... Perch si erano serviti di Blitz?
- Mi sono messa gli occhiali, my little Pearl!
La Gustloff aveva la mania di chiamarla mia piccola Perla! E si era messa gli occhiali e credeva che bastasse!
La stanza era al buio. Pearl era distesa sul divano e aspettava...
Che cosa?
Il Destino!
Entr la Gustloff.
-  male rimanere al buio, my little Pearl!...  male! Vengono i cattivi pensieri!... Non bisogna pensare... Quando non si pensa, i guai non ci cadono addosso.
Lo diceva per rassicurarla; ma sapeva che, seduto sulla cassapanca del corridoio, c'era un uomo e che quell'uomo non si era mosso di l un minuto, un solo minuto, da sei, da sette ore!...
- Taci, Gustloff!... E vattene!
- No, my little... No!... Non ti lascio sola...
- Allora, siedi l in fondo e taci. E non accendere la luce... - Poi chiese: - Che ora ?
- Come faccio a dirti che ora , se non ci vedo?... - piagnucol la Gustloff.
In quel momento picchiarono alla porta.
Pearl balz in piedi e corse ad afferrare la sua borsetta d'oro.
- Apri, Gustloff!
La ragazza gir la maniglia e trasse un poco a s il battente. Attraverso lo spiraglio, vide un uomo.
- Aprite!
- La signora riposa.
- Venite fuori voi.  con voi che desideriamo parlare.
La Gustloff sgusci fuori e richiuse in fretta la porta.
Pearl Selsirca era rimasta in piedi, con gli occhi sbarrati nella oscurit e la borsetta d'oro stretta fra le mani.
.
3.
.
Nel bar, Luciano stava dietro il banco e guardava i due uomini seduti.
Uno era un ometto color verderame; l'altro un fattorino di piazza, che si rigirava fra le mani il berretto frusto, gallonato di lana rossa.
Che cosa facevano quei due nel suo bar?
E fuori nel salone aveva visto due agenti...
Nel salone la notte prima, c'era anche un cadavere...
Entr il commissario.
Luciano lo riconobbe subito. Un uomo simpatico!... Proprio un signore!...
Lo vide fare un cenno e apparve una donna. Come magra! Oh, che si nutriva di spilli?
-  lei! - disse l'ometto con la faccia color verderame.
- Non so... s... mi pare... - balbett il fattorino, che aveva lasciato cadere in terra il berretto.
La donna era pallida come un cencio e tremava tutta.
- Va bene... - disse il commissario e condusse la donna via con s, nel salone.
- E adesso?... Che cosa vogliono ancora?... - blater l'ometto. - Dopo sette giorni, mi capita un cliente...
Luciano, per non sentirlo, si mise a battere lo shaker dei cocktails.
.
4.
.
La borsetta d'oro era in terra.
La scatola d'oro col rossetto e la cipria giaceva anch'essa poco distante, aperta, e la cipria si era sparsa sul tappeto.
De Vincenzi non ebbe bisogno di fiutare, per sentire odore di mandorle amare.
Ma quante fiale aveva con s e come aveva potuto procurarsele?
Sul tavolo vide un foglio:
"This is the only way to deliver me!".
E De Vincenzi pens che forse aveva avuto ragione.
...
.
...
FINE.
...
.
...
APPENDICE.
.
Appunti per i giocatori e per i non giocatori di "ponte".
.
GLI ONORI. - Gli onori sono dati dalle cinque carte maggiori: Asso, Re, Donna, Fante, 10. Giocando a colore, se si hanno in mano tutte e cinque queste carte, si segneranno 150 punti; se se ne hanno quattro, anche non in sequenza, si segneranno 100 punti. Giocando a senza atout, se si hanno quattro assi in meno, si segneranno 150 punti. Nel senza atout non esistono altri onori.
.
SPECCHIETTO DEI PUNTI D'ONORE.
Asso, Re = 2 punti.
Asso, Donna, X = 1 punto e mezzo.
Asso, Fante, 10, X = 1 punto e mezzo.
Re, Fante, 10, 9 = 1 punto e mezzo
Asso = 1 punto.
Re, Donna, X = 1 punto.
Donna, Fante, 10, 9 = 1 punto.
Re, X = Mezzo punto.
Donna, Fante, X = Mezzo punto.
.
COLORI DICHIARABILI. - Sono dichiarabili tutti i colori di cinque carte con almeno 2 onori e i colori di quattro carte con almeno 3 dei 4 onori massimi.
I colori di tre o due carte aventi l'asso sono dichiarabili solo in seguito a un forcing del compagno.
Sono ripetibili durante il susseguirsi delle dichiarazioni solo i colori di almeno cinque carte con 3 dei 4 onori massimi o i colori di almeno sei o pi carte con due onori anche minimi. Per esempio: avendo Re, Fante, 9, 8, 6, 5, 4 di Picche, si potr aprire in Picche e ripeterne la dichiarazione durante il giuoco.
.
APERTURA A COLORE E SENZA ATOUT. - Per aprire a colore in prima manche, occorrono almeno 2 punti e mezzo e per aprire in seconda almeno 3 punti.
Per aprire a senza atout in prima, occorrono almeno 4 punti e in seconda almeno 4 punti e mezzo. Questi punti debbono essere divisi in tre colori e il quarto colore dovr assolutamente avere almeno una ferma. Per esempio: Re con una scartina; Donna con due scartine oppure Fante con tre scartine.
Si aprir di un senza atout, per esempio, con le seguenti carte: Picche: A. D. 9. 7.; Cuori: D. 10 5.; Quadri: R. D. 4.; Fiori: A. F. 10. Seguendo questa regole nell'apertura a senza atout, si d agio al compagno di poter parlare anche con solo mezzo punto e si  sicuri di raggiungere quasi sempre un contratto sufficiente a fare la manche.
.
LA DICHIARAZIONE QUANDO SI  SEGNATI. - Questa dichiarazione acquista un carattere speciale.  indispensabile aprire con un punteggio superiore al normale, poich sappiamo come gli avversari non lascino mai giocare tranquillamente uno o due a colore o a senza atout se appena appena potranno difendere la manche con un minimo di rischio.
.
LA DICHIARAZIONE IN DIFESA. - La dichiarazione in difesa si pu fare anche con un minimo di 1 punto e mezzo o con una distribuzione speciale di carte. Facendo tale dichiarazione, occorre usare la massima prudenza e sapersi fermare a tempo, anche per non dare l'illusione al compagno di una forza di punteggio, che invece non si possiede. A sua volta, il compagno di chi fa la dichiarazione di difesa dovr evitare di fare salti nella risposta, per le ragioni suesposte, anche se possiede un forte punteggio.
.
CAMBIAMENTO DI COLORE. - Quando il nostro compagno ha aperto in un colore e in seguito chiama un secondo colore, si dovr sempre riportare la dichiarazione nel primo colore annunciato, a meno di avere un fortissimo aiuto nel secondo colore oppure a meno che questo secondo colore venga ripetuto dal dichiarante.
 noto, infatti, che ripetere un colore significa forza nello stesso.
In questo caso, aiuteremo il primo o il secondo colore dichiarato, basandoci nel farlo sulla nostra distribuzione.
.
RISPOSTA ALL'APERTURA DI COLORE. - Il dichiarante apre a Uno di colore. Il compagno risponde a 2 dello stesso colore. Questa risposta  segno di debolezza ed implica il possesso di un punto e mezzo distribuito come segue: 3 scartine in atout e un punto e mezzo come  ct negli altri colori; oppure: mezzo punto in atout (D. X. X.) e Un punto  ct.
Dichiarare, invece, un altro colore sull'apertura del compagno significa forza nel colore che si dichiara (5 carte con Un punto d'onori e 4 carte con Un punto  mezzo d'onori) e un complesso totale mai inferiore ai due punti.
Rispondere con un senza atout sull'apertura di Uno a colore del compagno significa un punteggio complessivo da Uno e mezzo a 2 punti e mezzo distribuiti in almeno tre colori. Esempio: Picche D. 9. 6.; Cuori: 10. 8. 7.; Quadri: R. F. 10. 3. Fiori: D. F. 5.
Per fare un salto sulla dichiarazione o in un colore proprio o in uno dei colori chiamati dal compagno, si deve avere una speciale distribuzione. Esempio: una sesta di A. R. o un punteggio elevato, sempre per con l'obbligo di aiuto nel colore dichiarato dal compagno.
.
RISPOSTA ALL'APERTURA DI "SENZA ATOUT". - Con 5 carte di un colore o almeno mezzo punto nel complesso della mano, si dovr dichiarare il colore di cinque carte.
Con una distribuzione simile alla seguente: Picche: D. 10. 6.; Cuori: 10. 9. 7.; Quadri: D. 9. 8. 7.; Fiori F. 9. 8., si risponder con 2 senza atout, il che indica la forza di un punto o un punto e mezzo distribuiti in almeno tre colori. Avendo un colore pieno, per esempio: A. R. quinti o sesti, con un complesso di almeno 2 punti si far un salto, dichiarando 3 del colore pieno.
CONVENZIONE CULBERSTON DEI 4, 5 "SENZA ATOUT". - Dato un forcing del compagno o in seguito a un complesso di dichiarazioni che ci svelino la forza della nostra mano, si dichiareranno 4 senza atout, nel caso che si sia in possesso di 3 Assi o di 2 Assi e un Re; si dichiareranno, invece, 5 senza atout nel caso che si sia in possesso di 4 Assi o di 3 Assi e un Re. Questa convenzione ci permette di giungere allo slam, senza svelare agli avversari la posizione dei nostri punti.
.
CHICANE - SINGLETON - DOUBLETON. - In un contratto a colore, se il morto ha una chicane, un singleton o un doubleton e una o due sole atout di aiuto, ci trasforma in debolezza la forza apparente della chicane, del singleton e specialmente del doubleton.
Queste tre speciali distribuzioni acquistano, invece, il carattere di una forza assoluta, quando il nostro compagno sia partito di 3 a colore o quando il morto abbia almeno 3 o 4 carte in atout. In questi due casi, noi possiamo considerare la chicane come un punto e il singleton e il doubleton come mezzo punto.
La chicane, il singleton e il doubleton sono, invece, sempre una forza in mano a chi giuoca il contratto; forza assoluta, se il colore  poi molto forte o lungo.
Non giocare mai un contratto a senza atout con una di queste tre distribuzioni, a meno che il colore in cui si  chicane, singleton o doubleton sia stato dichiarato dal compagno e quindi ripetuto.
.
"IMPASSE" E DOPPIO "IMPASSE". - L'impasse si fa sempre partendo dalla debolezza. Per esempio, se il morto ha D. 5. 2 di Picche e il dichiarante ha A. F. 10. X., si partir di donna dal morto, che  la debolezza del colore, per fare l'impasse al Re sulla mano, che  la forza del colore.
Gli impasses si debbono sempre fare soltanto se necessari al raggiungimento del contratto. Sono inutili e pericolosi, quando il contratto  raggiungibile anche senza l'impasse.
Queste regole valgono anche per i doppi impasses.
.
LE "FOURCHES". - Le carte acquistano al bridge un valore diverso a seconda della loro posizione. Infatti, avendo una fourche in un dato colore, essa sar una forza assoluta, se la dichiarazione in quel colore viene dall'avversario alla nostra destra, diverr invece una debolezza o una forza minima, se la dichiarazione sar stata fatta dall'avversario alla nostra sinistra. Sul valore che acquistano o perdono le fourches sono spesse volte basati i raddoppi. , quindi, chiaro che le dichiarazioni della difesa possono modificare il punteggio d'apertura, se questo punteggio  basato anche su una o pi fourches.
.
IL DOPPIO INFORMATIVO. - Quando uno degli avversari ha aperto il giuoco e noi abbiamo in mano un minimo di tre o quattro punti, useremo il doppio informativo.
Questo doppio si chiama appunto informativo, perch serve ad informare il compagno della nostra effettiva forza di punteggio.
Infatti, riportandoci alla regola della dichiarazione in difesa, se il nostro compagno dichiarasse un cuori sull'apertura di un quadri dell'avversario, noi non potremmo sapere se egli ha un punteggio reale o se la sua  esclusivamente una dichiarazione di difesa. Per questo, e giustamente, noi passeremmo anche con un punto e mezzo. Dando il doppio informativo, invece, il compagno  obbligato a dichiarare il suo colore pi forte, anche avendo complessivamente solo un punto. Si potr passare sul doppio informativo del nostro compagno, soltanto se l'avversario alla nostra destra avr parlato, dopo il doppio. Non dimenticare mai che il doppio informativo si pu dare solo dopo la dichiarazione di uno a colore.
.
IL DOPPIO PUNITIVO. - Questo doppio  basato sul valore che acquistano le eventuali fourches in nostro possesso, sulle prese sicure date dagli Assi e dai doubleton di R. e D., sulla lunga nel colore di atout e sui tagli sicuri ed eventuali dati dalle chicanes, dai singleton e dai doubleton.
Il doppio punitivo va basato sul numero delle nostre prese sicure, pi una che si pu considerare in mano al compagno. L'apertore e il suo compagno dovranno cercare di far salire gli avversari, che avranno parlato in difesa, quando potranno prevedere l'utilit e la sicurezza di un doppio fruttifero, sia per la forza complessiva del punteggio, sia nel caso che si abbia una lunga nel colore scelto dagli avversari come atout.
.
IL RIDOPPIO. - Lo si deve usare con la massima cautela ed  pericoloso in confronto al minimo dei benefici che pu apportare. Si dar il ridoppio solo quando si potr avere l'assoluta certezza che il doppio punitivo degli avversari  basato su prese di un colore di cui noi siamo chicane o singleton e quando la nostra distribuzione abbia un carattere del tutto speciale.
.
CONVENZIONE PER L'APERTURA DI DUE FIORI. - Si parte da 2 Fiori con un punteggio minimo di 5 punti e mezzo o con una distribuzione equivalente a tale punteggio. Le risposte del compagno saranno le seguenti:
2 Quadri - non avendo nulla o mezzo punto al massimo.
2 Cuori - con un punto.
2 Picche - con un punto e mezzo.
2 Senza Atout - con due punti.
3 Fiori - con tre punti e mezzo.
Dopo una di queste risposte, avute dal compagno, l'apertore dichiarer il suo colore forte e, a sua volta, il compagno dir il colore in cui possiede il punto o i punti, anche se questo colore  di sole due o tre carte. A questo punto e per tutto il seguito, le dichiarazioni riprenderanno il loro aspetto normale.
.
PARTENZA DI DUE E TRE A COLORE. - Giocando con la convenzione dei 2 Fiori, si avr il vantaggio di poter partire da 2 a colore.
Tale partenza  la pi forte dichiarazione che si possa fare, dopo quella dei 2 Fiori. Essa implica il possesso di un colore di 5 carte con almeno 4 onori e un complesso dai 3 e mezzo ai 5 punti.
Si partir di 3 a colore con almeno sei carte di ASSO e RE o con sette od otto carte con due dei quattro onori massimi e un punteggio totale dai 2 e mezzo ai 4 punti. Notiamo, quindi, come la partenza di 3 a colore significhi quasi esclusivamente una lunghissima a colore, senza molta forza nel punteggio totale. Si cerchi di evitare il pi possibile la partenza di 2 senza atout. La si user solo quando, essendo segnati di 30 o 40 punti, si abbia il timore che il compagno passi sull'apertura di Un senza atout.
L'avversario apre di uno a colore. Il nostro compagno chiama 2 dello stesso colore, che significa, anzi tutto un forcing assoluto con il minimo dai 3 e mezzo ai 5 punti, con un colore pieno di almeno 5 carte con 3 dei 4 onori massimi; e, di obbligo, nessuna carta perdente nel colore che si  sopra dichiarato.
.
LO SCARTO. - Vi sono due tipi di scarto. Lo scarto di rifiuto, che si opera con le carte dal 2 al 5 e che significa come si desideri che non venga giuocato il colore in cui si fa detto scarto e lo scarto di chiamata, che si fa con le carte dal 6 in su e che significa invece come si desideri che il nostro compagno esca in quel colore non appena gliene sia data la possibilit.
Gli scarti hanno un'enorme importanza per il giuoco di difesa e bisogna quindi attenersi scrupolosamente a queste regole, per non indurre in errore il compagno. Fare, quindi, sempre molta attenzione agli scarti degli avversari, i quali, chiamando i colori o rifiutandoli, possono darci preziose informazioni, per eventuali impasses.
.
LE USCITE. - Quando il compagno ha dichiarato un colore, si esce con la carta pi alta di quel colore e, se il compagno non prende, si continua sempre giocando la carta pi alta in nostre mani. Cos, tornando in mano con eventuali altre riprese, si dovr sempre rigiocare in quel colore, a meno che, durante il giuoco, il nostro compagno ci abbia chiamati in altri colori o si sia constatato in mano al dichiarante una qualche altra debolezza.
Nelle uscite al buio, non si esce mai in un colore in fourche, n sotto il RE. In caso di doubleton: R. D.; D. F.; F. 10; 10. 9. - accompagnati da una o due scartine - si esce sempre con la carta maggiore. Fa eccezione a questa regola il doubleton di ASSO e RE, in cui si esce di RE. Avendo, ad esempio, D. terza o F. quarto o 10 quarto, si esce solitamente con la carta pi bassa di una di queste combinazioni.
Quando il nostro compagno ha aperto la dichiarazione con Un senza atout e gli avversari giocano un contratto a colore, si esce solitamente con la carta pi alta che si ha in mano, a meno che questa carta corrisponda all'atout, che si giuoca. In singleton  quasi sempre una buona uscita, a meno che non corrisponda a un colore chiamato due volte dagli avversari.
Quando dobbiamo tornare al colore dell'uscita del compagno, dovremo sempre giocare la carta pi alta di quel colore. Cos, nell'uscita si dovr sempre coprire con la nostra carta pi alta, per cercare di liberare il colore al compagno. Giocando a senza atout, si esce dalla quarta o quinta carta in ordine decrescente del giuoco pi lungo, a meno che il compagno non abbia chiamato un colore. In questo caso si segue la regola dell'uscita a colore.
Giocando a colore,  una buona uscita, nel caso si abbia ASSO e scartina in un colore non chiamato dagli avversari, uscire di ASSO e poi di scartina, nella speranza che il nostro compagno possa avere il RE e farci, quindi, tagliare il terzo giro di colore.
.
REGOLE GENERALI. - A destra del morto, giocare nel forte; a sinistra, nel debole.
Tanto nel gioco a colore, quanto in quello a senza atout, cercare sempre di liberare le lunghe, quando si  attivi; cercare, invece, in tutti i modi di impedirlo, quando si  in difesa.
Nel gioco degli atout, ricordarsi di tirare prima di tutto le atout e di usufruire delle scartine del morto con tutti i tagli, che ci sia possibile fare.
Cercare di evitare i salti nella dichiarazione; con la dichiarazione graduale, noi potremo infatti conoscere la forza del compagno e far conoscere la nostra, in modo da poterci regolare e da poterci fermare in tempo, appena fiutato un eventuale pericolo.
.
Note:
.
(1) Al bridge "manche"  il termine che si adopera per indicare la chiusura dei primi cento punti. Per fare un rubber, cio le partita, occorrono due manches di cento punti ciascuna.
(2) In America, le cameriere vengono chiamate col solo cognome e non col nome proprio, come da noi.
...
.
...
FINE.